Incoerenza linguisticaC’è chi va “a” teatro, chi “al” cinema e chi non sa perché non si usi la stessa preposizione

Per esprimere i complementi di luogo a volte si usa la forma semplice, altre volte quella articolata. Non si tratta di un vero e proprio errore, perché a sostegno dell’una e dell’altra è possibile addurre ragioni egualmente plausibili

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Come mai andiamo a teatro, ma invece andiamo al cinema? Domanda interessante, non fosse che c’è pure chi preferisce andare a cinema. Ovviamente quando non deve andare a lavoro. E sempre che non scelga di andare allo stadio.

Perché la preposizione “a”, per esprimere i complementi di luogo (moto a o stato in), si presenta a volte semplice, a volte articolata? È sicuramente semplice davanti ai nomi propri di città (“vado a Parigi”, “abito a Torino”), nonché davanti a un nome comune che implica però una speciale relazione di appartenenza tale da identificare univocamente il suo referente (“vado/sono a casa” sottinteso “mia”, ma si direbbe allo stesso modo se fosse casa tua o di un terzo). Ma in molti altri casi è (sempre più) soggetta a oscillazioni, nel parlato come nello scritto. Diciamolo subito, la deviazione dalla forma prevalente, o avvertita come più ovvia, non è un vero e proprio errore, come spesso viene apoditticamente liquidata, perché a sostegno dell’una e dell’altra è possibile addurre ragioni egualmente plausibili, e perché il fatto stesso che situazioni grammaticalmente simili diano luogo a soluzioni divergenti è la riprova che in questi casi una regola non esiste: il tentativo di contenere il flusso magmatico del parlato entro un quadro normativo coerente è un’impresa ai limiti del sadomaso destinata al fallimento. 

Prendiamo “andare a teatro”. Escludendo che c’entri la solita influenza dell’inglese che spesso e volentieri fa a meno degli articoli (tanto più che in questo caso direbbe “to the theatre”), e men che meno quella del latino che gli articoli proprio non li contempla, come si arriva alla preposizione semplice? 

Chi si è occupato della questione ha spiegato che in questo caso “teatro” non è inteso come un particolare luogo fisico ma come generica attività che in quel luogo si svolge. Pertanto chi “va a teatro” va a seguire una rappresentazione (o al limite, se attore, a recitare; mentre non si “va a teatro” quando il teatro ospita, per esempio, un dibattito o una qualsiasi manifestazione); chi invece vuole comunicare che sta andando in un certo determinato teatro dirà “vado al teatro (Eliseo/Carignano/Carlo Felice)”. Lo stesso quando al posto del teatro c’è la scuola: “vado a scuola” nel senso che ci vado a imparare o a insegnare – e così anche “vado a (lezione di) danza/ginnastica/nuoto” – ma invece “vado alla scuola Manzoni”.

Ok. Ma perché allora si dice “vado al cinema”, nel senso che vado a vedere un film, proprio come quando “vado al cinema Fulgor” (s’intende, quello di Fellini a Rimini)? Qui la spiegazione arranca, come sempre accade quando la grammatica cerca di razionalizzare ex post mettendo la lingua su un letto di Procuste. Vero è che sempre più spesso si sente dire “vado a cinema”, probabilmente in analogia con “vado a teatro”, ma è anche vero che questa espressione suona un tantino bizzarra, e comunque non puramente enunciativa e per così dire neutra come quella di cui è calco, evocando piuttosto sottintese complicità tra persone che condividono un universo consuetudinario e comunicativo.

E allora? Allora per giustificare l’incoerenza di “vado al cinema” rispetto a “vado a teatro” qualcuno ha fatto ricorso a una spiegazione di ordine fonosintattico, secondo la quale “al cinema” verrebbe dal raddoppiamento della lettera C: “a cinema” che si pronuncia “accinema” che quindi si trasforma in “al cinema” a causa della vicinanza di C e L, per la cui fonazione il contatto tra lingua e palato avviene nello stesso punto. Questa spiegazione presupporrebbe però che la forma originaria – diciamo: a partire dall’arrivo in Italia della meravigliosa invenzione dei fratelli Lumière – fosse quella con la preposizione non articolata, il che almeno per quanto riguarda il parlato non è documentabile, e inoltre non rende ragione del fenomeno di ritorno per cui si assiste oggi alla reviviscenza di questa forma.

Va detto che la medesima spiegazione fonosintattica potrebbe valere anche per “andare al lavoro”: dalla pronuncia “allavoro” che oltretutto nel raddoppiamento non abbisogna di alcuna variazione consonantica. Anche in questo caso però occorrerebbe ipotizzare che esistesse una forma base e che fosse quella con la preposizione semplice, il che non è semplice da dimostrare e soprattutto confligge con la constatazione che “a lavoro” sembrerebbe essere una forma relativamente recente (e anche più diffusa di “a cinema”). Probabilmente si tratta di un altro calco di “vado a teatro”, dove la parola “lavoro” potrebbe analogamente essere intesa in quanto attività (“vado a lavorare”). Ma – e qui il discorso si estende allo stato in luogo – più frequente ancora del verbo “andare” è, nel caso del “lavoro”, il verbo essere. Squilla il telefono, “dove sei?”, “sono a lavoro”: qui sostituire “lavoro” con “lavorare” striderebbe un po’, quasi inclinando al vernacolo romanesco, dove peraltro ci imbatteremmo in “stare” al posto di “essere”: “sto a lavorà”. E quindi, se l’espressione “andare a lavoro” può avere una sua plausibilità, lo stesso non vale per “essere a lavoro”: una constatazione che dovrebbe far propendere sempre per la preposizione articolata.

Non è invece giustificabile con il ricorso all’idea di attività, sia nel caso di moto a luogo sia di stato in luogo, l’uso della preposizione semplice davanti alla parola “studio”: “andare/stare/ricevere a studio”, dove evidentemente “studio” non sottintende l’azione di studiare ma qualche cosa di molto articolato e spesso anche differente. Si tratta di una consuetudine linguistica di origine locale che orridamente si irradia, estendendosi, dall’epicentro della televisione di Stato: “passiamo la linea a studio”, “da studio è tutto, a voi la linea”.

E proprio ai regionalismi linguistici, in particolare meridionali, è da ricondurre – secondo una risposta curata da Luca Serianni per l’Accademia della Crusca – l’inclinazione a prescindere dall’articolo nelle preposizioni che introducono i complementi di luogo, nell’ambito di un fenomeno di sovraestensione di “a” rispetto a “in”: “andare/buttarsi a mare, a fiume”, anziché “al/nel mare/fiume”, oltre al dilagante “andare/abitare a via” che autorizza a parafrasare “dimmi dove vai, ti dirò da dove vieni”, se dici “vado a via”, vuol dire che vieni da Roma. E così il contagio si diffonde. Anche per questo, forse, sono oggi in aumento le persone che vanno a cinema (quando non stanno a lavoro).

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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