Soluzione necessariaLe qualità incomprese dei termovalorizzatori

Il loro impatto ambientale è minimo, riducono la dipendenza dalle discariche e soddisfano il fabbisogno energetico di centinaia di migliaia di famiglie, ma vengono (ancora) demonizzati. Specialmente dopo l’annuncio di Gualtieri a Roma

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Il progetto del nuovo termovalorizzatore di Roma, ispirato al ben riuscito modello danese di Copenaghen, sta dividendo maggioranza di governo e sindacati. L’impianto tratterà fino a 600.000 tonnellate di rifiuti indifferenziati all’anno e – secondo il sindaco Roberto Gualtieri – ridurrà del 90% il fabbisogno di discariche della capitale.  

Il primo cittadino romano, in un’intervista al Corriere della Sera, ha parlato di una scelta «nel segno della sostenibilità e dell’ambiente», in grado di abbattere le emissioni inquinanti «del 45%» e di produrre «energia per 150.000 famiglie».

Il piano ha ottenuto il via libera il 2 maggio grazie al cosiddetto decreto aiuti, non votato dai ministri del Movimento 5 Stelle in segno di protesta contro il termovalorizzatore romano. E Giuseppe Conte, intervistato dalla Stampa, ha parlato di un passo indietro dal punto di vista ambientale. I malumori e le proteste fanno pensare a un progetto inedito, senza precedenti (si tratterà, di fatto, di uno degli impianti più grandi d’Italia), quando in realtà quella del termovalorizzatore è una soluzione adottata in tutto il mondo e che si è spesso rivelata necessaria. Ovviamente da affiancare a politiche concrete ed efficaci di economia circolare e di riduzione degli sprechi. 

L’Italia ha pochi termovalorizzatori 
Stando all’ultimo report dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) – pubblicato nel 2021 e riferito al 2020 – in Italia sono operativi 37 termovalorizzatori (26 nel nord italia, di cui 20 tra Lombardia ed Emilia-Romagna), ossia inceneritori di seconda generazione che convertono il calore ottenuto dalla combustione dei rifiuti non riciclabili in energia elettrica e termica. Gli impianti italiani, secondo Utilitalia, sono in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di 2,8 milioni di famiglie. 

In Germania e in Francia i termovalorizzatori sono rispettivamente 96 e 126. I tedeschi, dal 2010 e il 2018, hanno raddoppiato le tonnellate di rifiuti bruciati nei termovalorizzatori, e anche il trend generale dell’Unione europea è in ascesa. Tuttavia, puntare troppo sui termovalorizzatori può portare a una produzione eccessiva di rifiuti, e infatti alcuni Paesi del nord Europa stanno smantellando alcuni impianti (molto “popolari” anche a causa delle basse temperature). L’ideale sarebbe bilanciare la termovalorizzazione e il riciclo: due soluzioni diverse, sostenibili e che devono andare a braccetto.

Ma in Italia, al netto di qualche caso virtuoso, c’è ancora qualche problema. A causa di una grave carenza impiantistica, il nostro Paese è dipendente dalle discariche (specialmente al centro-sud) e lontano dal raggiungimento degli obiettivi dell’Unione europea sulla gestione dei rifiuti. In Italia, il ricorso alle discariche si attesta attorno al 20%, e secondo gli obiettivi comunitari questa percentuale dovrà scendere sotto il 10% entro il 2035: per farcela, servirebbero oltre 30 nuovi impianti.

La mancanza di termovalorizzatori sta inoltre costringendo l’Italia a “impoverirsi” trasportando i rifiuti fuori dai propri confini: secondo l’Ispra, nel 2019 abbiamo esportato 515.000 tonnellate di rifiuti provenienti dal circuito urbano (+10,8% rispetto al 2018), spendendo 200 euro per ogni tonnellata. 

Il ridotto impatto ambientale dei termovalorizzatori
Nell’immaginario collettivo, un grosso impianto che brucia rifiuti non riciclabili è associato a un denso fumo nero che rende l’aria irrespirabile e contribuisce sensibilmente al cambiamento climatico. Le principali ricerche sui termovalorizzatori, però, invitano alla calma e all’ottimismo.

Uno studio dei Politecnici di Torino e Milano e delle Università di Trento e Roma 3 Tor Vergata – realizzato per Utilitalia – ha mostrato che l’impatto ambientale dei termovalorizzatori è inferiore di otto volte rispetto alle classiche discariche. «Dalle informazioni che è stato possibile raccogliere si è portati a credere che gli impianti per il trattamento termico dei rifiuti, grazie all’azione combinata di diverse tecnologie per la depolverazione dei fumi, emettano una quantità di particolato inferiore al limite stabilito dalla normativa vigente», scrive la dottoressa Anna Bott in un paper pubblicato sul sito dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

L’Ispra sottolinea che dal 1990 al 2019 – nonostante un incremento dei rifiuti bruciati – le emissioni derivanti dall’incenerimento sono calate grazie a impianti sempre più moderni e in linea con le normative comunitarie. Ad esempio, le diossine e i metalli pesanti sono di fatto spariti dai “fumi”.

«Considerato il forte incremento dei quantitativi di rifiuti inceneriti, questo vuol dire un forte calo delle emissioni per la singola tonnellata incenerita», dice Francesco Di Maria, esperto di riciclaggio e professore di ingegneria all’università di Perugia, in un’intervista al magazine EconomiaCircolare. Sempre secondo l’Ispra, le emissioni inquinanti attribuibili all’incenerimento dei rifiuti sono meno dell’1% sul totale. 

Bilanciare termovalorizzazione e riciclo
I termovalorizzatori non vanno demonizzati e non vanno confusi con i vecchi inceneritori, che bruciano i rifiuti e basta (senza produrre energia). È vero che l’impatto zero non esiste – anche i termovalorizzatori producono CO2 e scarti come ceneri e fumi – ma in questo momento i loro benefici supererebbero i rischi, almeno in Italia. Entro il 2035, per rispettare i limiti dell’Unione europea, il nostro Paese dovrà riciclare il 65% dei rifiuti e meno del 10% potrà essere lasciato in discarica.

Per la quota rimanente ben venga il riciclaggio, ma puntare su una soluzione univoca è utopia: un termovalorizzatore, affiancato a politiche di economia circolare sempre più consolidate e concrete, può essere efficace per risolvere il problema dei rifiuti minimizzando l’impatto sull’ambiente (e generando elettricità destinata ad altri scopi). Non è un caso che l’84% dei romani, secondo un sondaggio di Izi, sia favorevole al progetto del termovalorizzatore, che potrebbe nascere nel giro di 4 o 5 anni.