L’innovazione dell’ambienteTre startup che vogliono cambiare in meglio i nostri rifiuti

Sono Pixies, Re-Cig e Mixcycling. Il loro obiettivo è migliorare la raccolta per ridurre l’inquinamento oppure recuperare gli scarti per trasformarli in nuovi materiali

Mixcycling

Le startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro Imprese sono oltre 14mila. Quante di queste hanno un’anima green? Una ricerca ipotizza che siano più di 900 e molte sono registrate in Green Startups, la prima mappa delle startup italiane impegnate nella green economy. Non si tratta di una catalogazione semplice, e forse per questo mancano dati ufficiali in merito. Il termine green è un contenitore ampio e spesso ambiguo, di facciata: non è scontato intercettare tutte le nuove imprese che vi rientrano a pieno titolo. Tra queste, però, molte hanno a che fare con i nostri rifiuti. L’obiettivo? Cambiare il modo in cui pensiamo agli scarti e renderli dei materiali nuovamente utilizzabili. Ma anche facilitarne la raccolta, per ridurre l’inquinamento delle città. 

Pixies si occupa proprio la questo. La startup con sede a Roma è nata ufficialmente all’inizio del 2021, ma il progetto ha iniziato a mettere radici già qualche mese prima, come spiega Pier Paolo Ceccaranelli, chief operating officer e cofondatore insieme ad Andrea Saliola: «Io e Andrea abbiamo studiato ingegneria edile e architettura, con un focus molto forte sulla progettazione urbana. Pixies nasce dalla volontà di sfruttare le possibilità che ci dà la tecnologia per plasmare città più sostenibili, innovative e connesse». Da qui l’idea: una panchina di circa due metri e mezzo, dotata di pannelli solari, sotto la quale si trovano due robot mobili. Questi, un po’ come avviene con i nostri robot aspirapolvere casalinghi, «a orari specifici e predefiniti, che possono essere configurati, si sganciano e si muovono autonomamente nel contesto urbano riconoscendo i rifiuti a terra e raccogliendoli in un apposito cestino interno». 

Il primo passo è stato costruire dei prototipi in stampa 3D. «Abbiamo subito avuto un buon riscontro – prosegue Ceccaranelli – Piano piano abbiamo affinato la tecnologia e ora siamo in una fase in cui, anche grazie agli investimenti ricevuti, abbiamo un vero e proprio campione preindustriale che verrà rilasciato sul mercato. Da qui inizieremo con una campagna di testing con vari clienti». L’esordio sarà in grande stile: al Gran Premio di Formula Uno a Imola Pixies verrà utilizzato per ripulire gli spazi del paddock. La panchina con robot autonomi potrebbe però essere impiegata anche in piazze, aree pedonali, aziende… «A fronte del pagamento di un canone mensile, installiamo il dispositivo e poi curiamo gli aspetti legati all’assicurazione e alla manutenzione. Al momento esiste anche la possibilità di acquisto diretto», spiega il cofondatore.

L’obiettivo, chiarisce Ceccaranelli, non è rottamare gli operatori ecologici ma, anzi, integrarne e supportarne il lavoro. Una volta completata l’operazione di pulizia, infatti, i robot rientrano alla panchina e inviano una notifica a un addetto, che potrà svuotarli come dei normali cestini. La macchina può funzionare altrimenti in modalità semi-automatica, guidata tramite tablet. Al momento i robot sono pensati per raccogliere piccoli rifiuti, dai mozziconi fino alle bottiglie da un litro, ma una volta messi alla prova in contesti reali «capiremo se ci sono da fare aggiustamenti per aumentare la capacità di raccolta o la dimensione di rifiuti recuperati». Da subito, però, grazie all’intelligenza artificiale e a una tecnologia di deep learning, le macchine autonome sono in grado di fare una raccolta differenziata, riconoscendo il tipo di oggetto a terra. Un GPS molto accurato e sensori anti-sollevamento e di movimento collegati a segnalatori rumorosi dovrebbero scongiurare furti, danneggiamenti e atti vandalici.

Raccogliere e differenziare i rifiuti, però, è solo metà dell’opera. Cosa farne dopo? Varie startup green si concentrano proprio su questo aspetto: la trasformazione degli scarti in nuovi materiali sostenibili. Re-Cig ne è un esempio. Il business di questa startup innovativa trentina, fondata da Marco Fimognari e Nicola Bonetti, ruota intorno a un rifiuto tragicamente comune: i mozziconi di sigaretta. Ogni anno ne vengono dispersi 850mila tonnellate che rilasciano nell’ambiente plastica, nicotina, metalli pesanti e sostanze chimiche. Il processo brevettato nel 2019 da Re-Cig consente di trasformarli in un materiale plastico che può essere usato per produrre nuovi oggetti.

Fimognari, in un momento-rivelatore da manuale, ha immaginato per la prima volta questa trasformazione nel 2016, osservando il posacenere nel quale aveva già spento numerose cicche. «Stavo guardando un documentario in cui un ragazzo riciclava delle lattine in casa. Era una bellissima idea, sarebbe piaciuto anche a me riuscire a dare una nuova vita a un materiale… ma oggi si ricicla già quasi tutto. In quel momento l’occhio mi è caduto sul posacenere pieno». Effettivamente, come hanno presto scoperto i due fondatori, nessuno fino a quel momento aveva pensato di brevettare una tecnica per riciclare i mozziconi di sigaretta. La ragione è probabilmente economica: «Parliamo di un rifiuto molto leggero: un singolo mozzicone pesa 0,3 grammi. Anche il materiale che se ne ottiene ha un valore di mercato molto basso, a differenza del ferro o di altri tipi di rifiuti con grandi volumi e grandi pesi». Il progetto ha gradualmente preso forma (la fondazione dell’azienda e il brevetto sono arrivati nel 2019) ed è mutato nel corso del tempo proprio sulla base di questa consapevolezza: il modello di business non poteva incentrarsi sulla vendita di un prodotto finale, ma soprattutto sulla creazione di un servizio. «Quello che offriamo, di fatto, è la gestione a 360 gradi dei mozziconi di sigaretta», conferma il co-founder. 

Il primo passo è l’installazione di uno smorker point, ovvero un apposito posacenere a norma di legge. «Non tutti sanno che in Italia esiste un decreto ministeriale del 2017 che prescrive come dovrebbe essere fatto un posacenere per esterno – precisa Fimognari – In sostanza, non dovrebbe consentire l’accesso di acqua né che la pioggia che viene in contatto con i mozziconi poi fluisca nel terreno, così da evitare la dispersione nell’ambiente delle sostanze chimiche. Il decreto però non ha termini di scadenza né sanzioni, quindi non è stato molto considerato». In tutto il 2021, il primo vero anno di attività della startup, sono state realizzate circa 500 installazioni di smoker point in quasi tutta Italia, numero che è già stato doppiato nei primi tre mesi del 2022. La struttura che fa richiesta di uno smoker point (aziende, amministrazioni comunali…) paga un canone che serve a coprire la fornitura del posacene in comodato d’uso e a supportare il servizio bimestrale di raccolta, che è il secondo step del processo. 

Il terzo è la trasformazione vera e propria del mozzicone di sigaretta. «Prima si eliminano i residui di cenere e tabacco. Seguono il prelavaggio, la separazione del filtro interno dal resto, un lavaggio vero e proprio, l’essicazione e la miscelazione a caldo. Alla fine, il materiale cessa di essere rifiuto e diventa una materia prima seconda, un polimero plastico che può essere impiegato in diversi modi». L’output ha le caratteristiche dell’acetato di cellulosa, un polimero tipicamente usato dall’industria per fare stanghette degli occhiali, manici di ombrelli o altri oggetti. Al momento la materia prima seconda ricavata da Re-Cig non ha ancora una destinazione d’uso. La startup è già in contatto con alcune aziende interessate, ma l’ambizione è quella di individuare un impiego finale che possa anche dare valore e risalto al materiale e alla sua storia, sensibilizzando gli acquirenti. Non c’è fretta di decidere: intanto, si continua a recuperare e a riciclare. «Nel 2021 abbiamo raccolto oltre 2 milioni di mozziconi, circa 600-700 kg: possono sembrare tanti, ma nel mondo della realizzazione dei materiali plastici forse non bastano nemmeno a realizzare una linea prototipo di un prodotto. Al momento stiamo quindi conservando il materiale, in attesa di trovare un impiego adatto». 

Dare una seconda vita agli scarti è il core business di un’altra startup innovativa situata in Veneto: Mixcycling. Questa giovane realtà è partita da subito con una marcia in più: è nata nel 2020 come spin off di un’azienda industriale che ha a che fare con sughero, legno e materiale plastico e ha iniziato quindi a recuperare e trasformare proprio gli scarti di queste lavorazioni, avvalendosi sia delle conoscenze pregresse nel settore sia di una mentalità già orientata allo sviluppo del prodotto. «Abbiamo provato, inizialmente con un partner esterno, a creare dei primi blend miscelando i materiali di scarto, per cercare di recuperarli. Abbiamo cominciato a usarli con successo in alcuni prodotti dell’azienda e poi abbiamo sviluppato un processo, brevettato, che crea una maggiore adesione tra il polimero e la parte organica – racconta Gianni Tagliapietra, Ceo e co-founder – L’output era molto interessante. Di fatto possiamo avere un controtipo utilizzabile ovunque viene usata la plastica oggi: i campi di applicazione sono praticamente infiniti. Abbiamo quindi deciso di dare un’identità a questa realtà: così due anni fa è nata Mixcycling, startup innovativa, ora anche società benefit, che si occupa appunto di creare materiali ecosostenibili». 

A sughero e legno iniziali si sono aggiunti con il tempo altri scarti di origine organica: bambù, residui di caffè o provenienti dalla lavorazione della vinaccia, lolla di riso… «Ma stiamo testando anche molte altre cose, specialmente tra gli scarti della filiera alimentare. A occuparsi di questo aspetto è il reparto Ricerca e sviluppo», prosegue Tagliapietra. A grandi linee la fibra organica di scarto, che può arrivare a Mixcycling in diverse forme, viene essiccata e poi macinata. In base alla destinazione d’uso finale, si sceglie di ricavare grani di qualche millimetro o farine finissime. Queste vengono poi miscelate con vari polimeri. «Il nostro output è una materia, in forma di granellini, che l’azienda che trasforma la plastica utilizza al posto di materiali convenzionali» – spiega il Ceo – «oggi forniamo una gamma di materiali che possono essere biodegradali, non biodegradabili, compostabili… Dipende dall’applicazione che se ne intende fare». Dopo aver chiuso il 2021 con un fatturato di circa 800mila euro, in questo terzo anno di vita l’intento della startup resta quello di seguire «il trend di selezionare nuove fibre e inserirle nei nostri progetti in modo virtuoso – conclude Tagliapietra -, ma stiamo anche lavorando a materiali biodegradabili formulati proprio da Mixcycling».