Green jobsLa transizione ecologica porterà davvero più posti di lavoro?

Il Green Deal europeo porterà all’eliminazione delle attività lavorative inquinanti, con l’aggiornamento in chiave green di tutte le altre: ma bisogna fare attenzione alle ricadute sociali del processo di conversione

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La transizione ecologica avrà, e in una certa misura sta già avendo, un impatto significativo sul mondo del lavoro. Ma se si prova a individuare con precisione i contorni e la portata di questo impatto la questione diventa più incerta, perché sono molti e diversi i fattori in gioco. Il primo, come evidenzia anche Unioncamere nel suo documento di previsione dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia per il quinquennio 2021-2025, è che la trasformazione del sistema produttivo verso un modello più sostenibile non è un processo che avanza per inerzia: dipende dalle azioni concrete introdotte da istituzioni, imprese e cittadini. Ad azioni più o meno rapide, pervasive ed efficaci corrispondono chiaramente esiti economici e occupazionali differenti. 

Da un punto di vista concettuale, la transizione ecologica e l’attuazione del Green Deal europeo impatteranno il mondo del lavoro prima di tutto perché porteranno – o almeno, dovrebbero portare – all’eliminazione delle attività lavorative inquinanti, con l’aggiornamento e la riconversione in chiave green di tutte le altre. Allo stesso tempo, però, è favorita la creazione di nuovi posti di lavoro “verdi”: i cosiddetti green jobs, che il United Nations Environment Programme delle Nazioni Unite definisce «occupazioni nei settori dell’agricoltura, del manifatturiero, nell’ambito della ricerca e sviluppo, dell’amministrazione e dei servizi che contribuiscono in maniera incisiva a preservare e/o restaurare la qualità ambientale». Si prevede che il bilancio a livello mondiale sarà positivo, con circa 24 milioni di posti di lavoro creati e 6 milioni persi entro il 2030.

Un dato incoraggiante, che però va contestualizzato considerando la distribuzione geografica e le condizioni di questi posti di lavoro. Solo nell’ambito delle energie rinnovabili, si stima che nel 2020 siano già stati raggiunti i 12 milioni di posti di lavoro green nel mondo. «C’è però una questione fondamentale», ha commentato Silvana Dalmazzone, docente al Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università degli Studi di Torino, nell’incontro Osservatorio sul lavoro e i green jobs durante la Settimana del lavoro che si è svolta a Torino a marzo.

«Mentre quasi tutti i Paesi, soprattutto industrializzati, stanno osservando i benefici socioeconomici e ambientali delle energie rinnovabili, i benefici occupazionali per il momento rimangono largamente concentrati in un numero ristretto di Paesi, quelli in cui avviene la produzione delle tecnologie per le energie rinnovabili». Si parla soprattutto di Cina (che nel 2021 contava da sola il 39% del totale globale dei posti di lavoro in questo settore), Brasile e India. Interessante è anche l’aspetto della qualità di alcune occupazioni verdi: «Ci sono lavori che vengono catalogati come green jobs, ma che non sono di qualità dal punto di vista sociale», ha spiegato Dalmazzone. «Sono un esempio le attività di riciclo di materiali elettronici, diffuse soprattutto in Asia, che avvengono tipicamente senza garanzie occupazionali, senza possibilità di sindacalizzazione né paghe e condizioni di sicurezza adeguate. L’aspirazione verso un’economia che dia spazio ai green jobs dovrebbe sì cercare di garantire occupazioni utili dal punto di vista ambientale, ma senza sacrificare le condizioni di lavoro». 

I lavori verdi in Italia
Spostandoci in Italia, il rapporto Green Italy 2021 fornisce una fotografia della situazione. Nel 2020 la quota di persone impiegate in un green job (in tutti i settori economici, sia nel privato sia nel pubblico) era sostanzialmente uguale all’anno precedente: oltre 3 milioni e 100mila, il 13,7% del totale degli occupati italiani e il 6,8% in più rispetto al 2014. Guardando la distribuzione regionale di questi lavoratori, il primato per incidenza è della Lombardia, seguita da Emilia-Romagna, Piemonte, Umbria, Marche, Trentino-Alto Adige e Veneto. Considerando tutti i nuovi contratti attivati dalle imprese a livello nazionale nel 2020, il 35,7% era per un green job e di questi il 28,3% era a tempo indeterminato. Questi dati confermano che la pandemia ha avuto un effetto asimmetrico sui vari comparti economici nazionali e che il settore green è stato tra quelli in cui si è assistito a un consolidamento, dal momento che la performance, sia in termini di investimenti sia di occupazione, è rimasta in linea con il 2019.

Il rapporto Green Italy considera green jobs «le attività che richiedono competenze green», ma in effetti – e questo è un altro fattore che può rendere complicato valutare l’impatto occupazionale della transizione ecologica – il concetto è dinamico e relativo. Di fatto non c’è sempre una netta linea di confine tra i lavori verdi e quelli che non lo sono (i cosiddetti brown jobs). Certamente ci sono mestieri – che tipicamente hanno a che fare con energie rinnovabili, edilizia, trasporti, industria di base, agricoltura e silvicoltura – che sono green da tutti i punti di vista e altri che invece non lo sono affatto, ma nel mezzo troviamo una moltitudine di professioni caratterizzate da varie sfumature di verde. I dati che cercano di definire il fenomeno dei green jobs rischiano di essere sotto o sovrastimati in base a dove si decide di posizionare la linea di demarcazione. Gli operai delle acciaierie che forniscono materiale per la produzione di pale eoliche svolgono un green job o no? Una particolare mansione, ad esempio assemblare parti di una macchina o montare pneumatici, è valutata in modo diverso se l’auto in questione è elettrica o diesel? Un lavoro dovrebbe essere definito verde in base al settore, al processo di produzione o al prodotto fornito? «La verità è che la statistica ufficiale fa fatica a stare dietro alla trasformazione green, perché le definizioni esistenti sono nate quando questo tema era ancora agli albori», ha commentato Roberto Leombruni, professore al Dipartimento di Economia e Statistica dell’Università degli Studi di Torino, sempre nell’ambito della Settimana del lavoro.

Cinquanta sfumature di verde
L’Enviromental Good and Services Sector, uno strumento sviluppato da Nazioni Unite ed Eurostat, prova a sbrogliare la matassa classificando le attività di produzione connesse alla conservazione ambientale in base a quanto sono verdi l’output, cioè il bene o il servizio prodotto, e il processo usato per ottenerlo. Possiamo così distinguere i lavori core-green, una conseguenza diretta dello sviluppo della green economy in cui sia l’attività produttiva in sé sia la sua finalità sono in linea con la protezione ambientale e con una migliore gestione delle risorse naturali. I professionisti core-green sono, ad esempio, l’energy manager, l’installatore di pannelli solari o il responsabile del riciclo di rifiuti. Ci sono poi i lavori go-green, quelli che esistevano già prima della green economy e che oggi adottano processi e tecnologie più sostenibili: ne troviamo degli esempi nell’agricoltura che impiega tecniche specifiche per ridurre il consumo di acqua o nell’industria che ricorre alle energie rinnovabili. Infine, i lavori secondary green: quelli che forniscono prodotti o servizi utili dal punto di vista ambientale, pur senza adottare processi green (ne sono un esempio alcune attività commerciali).

C’è però un’altra via per uscire dall’impasse: smettere di considerare la sostenibilità un ambito professionale specifico, ma piuttosto un elemento trasversale che deve interessare e attraversare tutti i lavori, e spostare il focus dai green jobs alle green skill, le competenze verdi. L’Istituto di Ricerche Economico Sociali del Piemonte, nella guida del 2019 “Pensare verde, lavorare verde”, propone un esempio efficace per capire cosa comporta questo cambio di prospettiva. Quella del responsabile marketing, la persona che si occupa delle attività che precedono il lancio e la vendita di un prodotto, non è una professione particolarmente rilevante dal punto di vista ambientale, ma può diventarlo se quel professionista possiede delle green skills, cioè conosce le implicazioni ambientali di tutti i processi che supervisiona e può prendere di conseguenza delle decisioni consapevoli, magari favorendo processi produttivi sostenibili o scegliendo packaging biodegradabili. Insomma, le competenze verdi sono certamente fondamentali in ambito ingegneristico, scientifico e tecnico, ma dovremmo renderle tali anche nelle attività che hanno a che fare con l’organizzazione, la tutela e la supervisione del lavoro, qualunque esso sia.

In Italia, per il periodo 2021-2025, è stato stimato che il fabbisogno delle imprese e delle pubbliche amministrazioni sia di 2,2-2,4 milioni di lavoratori con green skills intermedie. Sostanzialmente, si prevede che nel quinquennio a sei nuovi lavoratori su dieci saranno richieste delle competenze verdi. Questa domanda di green skills, tra l’altro, riguarda in modo trasversale tutte le professioni: ad elevata specializzazione, impiegatizie, dei servizi, operaie e artigianali. Una ragione in più per abbracciare questo cambio di prospettiva: non dobbiamo solo fare spazio ai nuovi green jobs, ma rendere i lavori già esistenti (un po’) più verdi.

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