Di Maio in peggioPurtroppo l’estinzione dei grillini non coincide con la fine dell’antipolitica

È inutile interessarsi allo scontro tra Conte e il ministro degli Esteri, perché il problema è più ampio: l’imprinting culturalmente nullista e politicamente nichilista del Movimento 5 stelle continuerà a pesare in un Paese in cui è stata dissacrata l’autorevolezza delle istituzioni e dei partiti

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Nell’incessante gioco delle parti tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, anche lo scambio dei ruoli risponde alle esigenze del copione, che i due scelgono di volta in volta di recitare, per ritagliarsi uno spazio e un futuro politico. 

È una tira e molla, un avanti e indrè non iniziato oggi, ma dall’avvio di questa legislatura, che li ha legati in modo tanto casuale, quanto indissolubile e che ha costruito attorno alla loro relazione e opposizione – e al loro rapporto con Beppe Grillo – l’esperienza di governo di quell’orda di uomini-massa che il genio maligno di Gianroberto Casaleggio aveva condotto e poi abbandonato nelle stanze del potere, senza codificare nell’algoritmo, spiegare nel manuale delle istruzioni o disporre nel testamento politico che cosa i suoi eredi avrebbero dovuto fare, una volta occupato il Palazzo, non potendosi limitare a sfasciarlo, come pure avevano promesso ai milioni di elettori-massa, che li avevano entusiasticamente plebiscitati per fare piazza pulita della politica.

Per lungo tempo, durante i governi Conte I e I-bis, al giurista azzimato emerso dal nulla, nei giri di Alfonso Fofò Dj Bonafede, è toccata la parte del buono, del moderato, del responsabile e del dialogante, mentre al capopopolo ghignante, capo supremo del partito del Vaffanculo, su designazione dell’Elevato, spettava quella del cattivo, dell’estremista, del gilet giallo in grisaglia ministeriale e dello sfasciacarrozze in auto blu, particolarmente propenso alle intemerate anti-Nato e anti-Ue. Oggi invece parla come se fosse sempre stato l’allievo prediletto di Alcide De Gasperi o di Altiero Spinelli, come un euro-atlantista da concorso internazionale, con inappuntabile pedigree.

A parti invertite, Conte, già sovranista dal volto umano e populista dal tratto gentile, si è scoperto improvvisamente incendiario e si è avviato su di una strada che dovrebbe farne il Jean-Luc Melenchon de’ noantri, l’alfiere di un radicalismo solidarista, ambientalista e pacifista insospettabile nel Giuseppi accucciato ai piedi di Trump, ai tempi dei traffici di spioni e faccendieri implicati nella strategia ammazza Joe Biden e favoriti dall’allora inquilino di Palazzo Chigi, riconoscente per l’endorsement di The Donald.

Il trasformismo peraltro non contraddice il paradigma antipolitico delle identità puramente negative e quindi perfettamente fungibili, dunque non è questo ballo in maschera, di per sé, a macchiare la storia grillina del Presidente di tutti e del Ministro di tutto. Anche Grillo aveva iniziato la carriera come un luddista scemo che prendeva a martellate i computer sul palco ed è diventato il più straordinario fenomeno del baraccone digitale.

Il fatto è che qualunque spiegazione personale e soggettiva del rapporto tra Conte e di Maio e tra le parabole del Movimento 5 stelle di lotta e di governo, impersonate ora dall’uno, ora dall’altro, è destinata a essere vana se non parte dalla natura storica e oggettiva di quel mostruoso esperimento sociale, che ha costruito sul vuoto dell’alienazione politica un meccanismo diabolico di identificazione personale e di mobilitazione collettiva e che ha privato di qualunque contenuto ideologico e riempito di una miscela esplosiva di risentimenti privati un’ideale di rivalsa, quando non di vendetta, espresso dall’intimazione oscena dell’onestà e dalla promessa minacciosa della galera contro i nemici del popolo. 

Nulla si può capire di loro, quindi, né del loro conflitto, se non si parte da quel M5S, di cui sia Conte sia Di Maio sono stati volti, rappresentanti e capi delegati e da quel processo di decivilizzazione e deculturalizzazione dello scontro politico, che ha consentito alla coppia Grillo-Casaleggio di rappresentare con successo la democrazia parlamentare e il pluralismo dei partiti come un labirinto degli specchi e dei misteri, che deforma e frammenta l’immagine del mondo e impedisce alla volontà generale di riconoscersi nella sua naturale indistinzione, come quella delle formiche in un formicaio. 

Se non si prende atto che il successo del M5S è stato il trionfo di un progetto di omologazione totalitaria, fino a replicare, in forma grottesca, le mitologie comuniste dell’estinzione dello Stato e quelle fasciste dell’unità organica della società e mistica del popolo, non si ha la misura del pericolo e del ridicolo di farne una piattaforma di galleggiamento o di resistenza, come vorrebbero Di Maio e Conte e – soprattutto – non si prende contezza della possibilità che, nella rovina grillina, quell’illusione prenda altre forme, altrettanto generali e perfino più temibili, mentre i gerarchi minori e maggiori dell’ex partito grillino si dedicano al loro privatissimo si salvi chi può.

Se l’Elevato dà l’impressione di volere, ma di non sapere come tirarsi fuori da questo pantano, l’imprinting culturalmente nullista e politicamente nichilista del M5S continuerà a pesare in un Paese in cui la politica è diventata, proprio grazie a lui, un rito apotropaico contro l’angoscia della rovina. Di quel che faranno Conte e Di Maio, anche chissenefrega. Ma la fine del M5S e di Grillo non sarà purtroppo la fine di quella superstizione di massa chiamata antipolitica.