L’Italia al fianco di KievLa lezione geopolitica di Draghi ai due inadeguati bipopulisti gialloverdi

Il presidente del Consiglio non avrà problemi a passare indenne il dibatto in Parlamento sulle armi all’Ucraina. Tutta Europa sa che è bravo, ma contro due avversari scarsi come Conte e Salvini vince finanche Di Maio

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Si sa come andrà a finire: con Mario Draghi che ricompatterà la maggioranza sulla sua linea, arrivederci e alla prossima. Indietro non si tornerà: «Tutto ciò che riduce il mandato e subordina l’iniziativa del governo a nuove autorizzazioni è inaccettabile», è la linea che filtra da Palazzo Chigi. 

Settimane di colpi ai fianchi da parte di Giuseppe Conte e Matteo Salvini alla fine non avranno dunque portato a niente, se non al karakiri del Movimento 5 stelle – e non è davvero poco – autoinflitto dal legale di Volturara Appula che pensando di suonare Luigi Di Maio è uscito suonato lui. 

Sicché il M5s abbaia ma non può mordere e deve rinunciare a porre la questione delle armi, cioè all’argomento identitario che fa tanto Jean-Luc Mélénchon ma che è buono per i comizi e stop.

Quanto a Salvini, anche qui si è trattato di un autogol alla Comunardo Niccolai per via del viaggio-fantasma a Mosca che gli ha causato l’ennesima figuraccia. 

Ecco perché il presidente del Consiglio oggi in Senato e domani alla Camera avrà gioco relativamente facile. Prenderà tutta la scena con un discorso che si annuncia lungo e molto articolato nel quale Draghi passerà in rassegna tutti i punti della questione della guerra russa all’Ucraina confermando il pieno appoggio al governo di Kiev e la contestuale necessità di una ricerca di soluzione del conflitto che, come detto più volte, non può che essere quella voluta dal governo ucraino.

Quanto alla tanto sbandierata (da Conte) questione dell’invio di armi, se ne riparlerà se e quando sarà il momento, con l’impegno del governo a tornare in Parlamento ogni volta che sarà necessario: uno zuccherino per calmare i nervi già così scossi del legale foggiano che ha bisogno di far vedere che partorire un topolino è meglio di niente. 

Draghi non farà riferimento al campionato italiano di pesi leggeri che si sta disputando in casa grillina, né si sa quanto sia realmente preoccupato del fatto che il suo ministro degli Esteri sia oggetto di una campagna denigratoria nel suo stesso partito ma non è improbabile che il presidente del Consiglio, come del resto gran parte del mondo politico, consideri il match Conte-Di Maio un affare destinato almeno per il momento a non deflagrare, e poi si vedrà. 

Da tutto questo si può dedurre come dal doppio dibattito parlamentare di oggi e domani emergerà nitida l’impossibilità di mettere in crisi la linea sin qui seguita da Mario Draghi, linea che verrà ovviamente appoggiata con forza dal Partito democratico, Forza Italia, Italia viva, +Europa e riformisti vari, cioè la squadra veramente atlantica.

Dall’altra parte, Salvini sarà nervosamente alle prese con l’italiano e la necessità di tirar fuori qualche ideuzza mentre non ci aspetta proprio niente dai capigruppo grillini, con Giorgia Meloni che farà la Meloni, giusto un po’ meno rumorosa del comizio andaluso (che non ha portato fortuna a quelli di Vox). 

Alla fine la risoluzione di maggioranza passerà alla grande e l’Italia avrà evitati di fare la figura del vaso di coccio. Anche perché di vasi di ferro se ne vedono pochini in giro, specie dopo il netto indebolimento di Emmanuel Macron alle legislative di domenica scorsa: ed è davvero una coincidenza del destino che Mario Draghi sia costretto dalla realtà a svettare da solo, in Italia e in Europa, tenendo viva la battaglia a fianco di Kiev.

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