Disordine a ParigiMacron governerà, ma anche in Francia cresce il bipopulismo

Il presidente perde la maggioranza assoluta nella Assemblée Nationale e sarà costretto a passare sotto le forche caudine degli accordi con i neogollisti ogni volta che presenterà una legge in Parlamento. Avanzano la sinistra di Mélenchon (anche se non ottiene quanto sperato) e il Rassemblement National di Le Pen

AP/Lapresse

Sconfitta secca per Emmanuel Macron che perde la maggioranza assoluta nella Assemblée Nationale passando con la sua Ensemble da 314 a solo 246 seggi, una maggioranza relativa.

Sconfitta politica, nonostante l’indubbio successo elettorale, anche per Jean Luc Mélenchon che si ferma con la sua Nupes a soli 142 seggi: un balzo in avanti netto della sinistra unita che però lo consegna al ruolo di principale forza di opposizione, mentre ambiva con sicumera alla maggioranza assoluta, e quindi al governo.

Vittoria indubitabile per Marine Le Pen che passa da 8 a ben 89 seggi nei 200 ballottaggi in cui il suo Rassemblement National è stato presente. Ridimensionati e più che dimezzati i neo gollisti di Les Républicains che passano da 135 a 64 seggi ma che ottengono per una paradossale eterogenesi dei fini un enorme dividendo politico: senza i loro indispensabili voti Emmanuel Macron non può governare, la Francia non si può governare. Sconfitti ma comunque assolutamente decisivi. Il tutto a fronte di un astensionismo al 54%.

Nel complesso, dunque, i seggi del Parlamento sono una proiezione chiara delle tensioni sociali e della crisi sistemica della politica francese dalla rivolta dei Gilets Jaunes in poi.

Netta quindi l’avanzata dei populismi di sinistra e di destra, che ha però come conseguenza un netto spostamento a destra dell’asse politico dell’esecutivo: la conseguenza è una ben difficile, se non impossibile, governabilità della Francia.

Un fenomeno così marcato da mettere in crisi lo stesso assetto istituzionale della Francia. Emmanuel Macron resta il dominus formale e sostanziale della politica estera e della difesa, ma i poteri di governo del Paese del presidente non potranno che concretizzarsi se non con una sfiancante e permanente parlamentarizzazione del potere reale di decisione.

Dunque si apre addirittura una crisi istituzionale del presidenzialismo francese con una Assemblée Nationale alle cui dinamiche dovrà sottomettersi l’Eliseo. Scenario inquietante che alcuni analisti in Francia giudicano foriero addirittura di una riforma istituzionale o quantomeno di una riforma della legge elettorale in senso proporzionale.

Emmanuel Macron sarà così costretto a passare sotto le forche caudine di accordi con i neo gollisti ogni volta che presenterà una legge in Parlamento, a partire dai provvedimenti contro il caro vita, poi l’indispensabile riforma delle pensioni, la transizione ecologica e i provvedimenti di ordine pubblico.

Ovviamente nessuna possibilità di interlocuzione con la Nupes di Jean Luc Mélenchon (tranne che con i pochissimi socialisti eletti) e men che meno con il Rassemblement di Marine Le Pen nei cui confronti è definitivamente fallito il Front Républicain che l’aveva sconfitto e marginalizzato dal 2002 in poi.

Una debolezza degli effettivi poteri decisionali del presidente mai vista nella Francia della Quinta Repubblica, con esiti oggi imprevedibili. Non è infatti per nulla scontato che i Républicains accettino di fare da stampella al governo formato da Macron, che peraltro dovrà subire per forza un radicale rimpasto dopo questo esito elettorale nel quale sono stati sconfitti nei seggi anche alcuni ministri.

I neo gollisti infatti sono privi di un forte leader carismatico dopo la rovinosa sconfitta di Valérie Pécresse alle presidenziali (4,78%) e sono divisi in tre componenti: una parte minoritaria preme per un accordo formale di legislatura con Emmanuel Macron, un’altra, maggioritaria, ipotizza accordi in aula volta per volta e infine una terza parte si attesta su un’opposizione rigida e senza compromessi con lo scopo evidente di bloccare qualsiasi governo e di provocare elezioni anticipate. Eventualità prospettata dopo il voto anche da alcuni collaboratori di Emmanuel Macron. Non a caso sul suo sito Le Monde ha titolato nella notte elettorale: “Macron di fronte al rischio di paralisi politica”.

Pochi giorni prima del voto il presidente aveva chiesto al Paese un attestato di fiducia nella sua politica, avvertendo i francesi delle conseguenze destabilizzanti in Europa di una propria sconfitta: «Niente di peggio che sommare un disordine francese al disordine mondiale». Ma nelle urne ha proprio vinto il disordine francese.

Pessime dunque le conseguenze per l’Unione europea. Non solo per l’indebolimento radicale subito in patria dal presidente francese. I Républicains, coi quali l’Eliseo dovrà contrattare ogni voto, sono infatti assolutamente europeisti, ma non sono per nulla scevri da un radicato e storico sovranismo anti federalista.

Fortissima ad esempio al loro interno è la componente che rifiuta con nettezza la prevalenza della legislazione europea su quella francese e quindi anche la prevalenza della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea su quella della Corte Costituzionale di Parigi. Nodo questo oggi cruciale in Europa come si è visto nel rifiuto della Commissione Europea, su pressione del Parlamento Europeo, di assegnare i fondi del Recovery Fund alla Polonia e all’Ungheria sulla base proprio di un verdetto di violazione delle regole dello Stato di Diritto da parte della Corte di Giustizia Europea, verdetto in contrasto con quello delle Corti Costituzionali di Varsavia e di Budapest.

Di fatto, l’asse franco-tedesco, baricentro decisionale dell’Unione europea, già fiaccato dalla pallida leadership di Olaf Scholz, esce radicalmente indebolito dalle decisioni elettorali del popolo francese che ha votato al 48,8% per i due partiti anti europeisti di Jean Luc Mélenchon e di Marine Le Pen, somma che supera nettamente il 50% se si calcolano i voti raccolti dai piccoli partiti estremisti di sinistra e di destra. Pessimi i contraccolpi a Bruxelles.