Letta continuaSvaniti i grillini, il Pd riesuma l’Ulivo anziché costruire l’alternativa al bipopulismo

Il segretario del Partito democratico si ostina a ripetere una formula politica di 26 anni fa, ma non è chiaro chi farebbe parte della coalizione e manca una figura estranea come Prodi

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Parafrasando Nanni Moretti («No, il dibattito no», da “Io sono un autarchico”): no, l’Ulivo no. Va bene la nostalgia canaglia simil-leopardiana di quando si era giovani («Silvia rimembri ancora quel tempo della tua vita mortale»), ma forse Enrico Letta prima di ritirare fuori una pur nobile mummia politica di 26 anni fa dovrebbe pensarci due volte, perché è come se a un diciottenne degli anni Settanta si fosse proposto il Fronte Garibaldi o a una ragazza del 2000 il compromesso storico. 

Ma fuor di facezia, il punto non è di marketing politico (seppure sentire qualche consulente non sarebbe un male), ma di strategia. 

L’Ulivo – va ricordato ai più giovani – fu la coalizione di centrosinistra inventata da Romano Prodi e Arturo Parisi alle politiche del 1996 contro il Polo per le libertà di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini (la Lega di Umberto Bossi andò da sola), dunque era uno dei due soggetti dentro uno schema quasi perfettamente bipolare, e certamente per un prodiano come Letta l’evocazione dell’unica vera vittoria della sinistra nella storia repubblicana (la seconda, quella del 2006, si rivelò presto effimera) vuole essere di buon auspicio per la sua vittoria: come non ricordare che disse alla prima riunione «non sono tornato dalla Francia per farvi perdere»? 

Eppure – tutto ciò detto – qui è un po’ difficile rifare la strada all’indietro non solo perché la storia va sempre avanti ma soprattutto perché lo schema bipolare non è garantito da questa legge elettorale né tantomeno dalla omogeneità dei poli, senza contare che qui sono in campo ipotesi terze, come si è visto in nuce alle amministrative, mentre infine persiste l’enigma della collocazione del Movimento 5 stelle. 

Non c’è più nemmeno un leader come Romano Prodi, un papa straniero talmente forte che persino un Massimo D’Alema all’apice del suo egocentrismo fece un passo di lato («Professor Prodi, noi le conferiamo la nostra forza…») anche se a capotavola c’era comunque lui; e comunque gli elettori sapevano che se avesse vinto l’Ulivo a Palazzo Chigi sarebbe andato il professore bolognese (salvo poi farlo cadere, e vennero prima D’Alema e poi Giuliano Amato ma lasciamo perdere).

Per il momento invece non è chiaro chi il centrosinistra indicherà come presidente del Consiglio anche se è un segreto di Pulcinella, come Enrico Letta sa per primo pensando a se stesso. Perché allora non dirlo da subito? 

E c’è poi un’altra differenza con 26 anni fa, cioè che all’epoca era abbastanza chiaro chi dovesse far parte della coalizione, oggi no. E qui torniamo sempre allo stesso punto: il M5s di Giuseppe Conte (finché non lo mandano via) va considerato organicamente un tassello del centrosinistra? In queste ore, davanti al duello rusticano tra Giuseppi e Di Maio, il Pd non sta capendo molto di cosa potrà avvenire alla carcassa pentastellata e l’impressione è che si guardi bene dall’infierire o dal prendere parte per l’avvocato foggiano o per il ministro degli Esteri. 

Il punto di fondo è che al Nazareno ancora incoraggiano i grillini a fare i bravi, e la dice lunga su questo il sostegno all’ingresso del M5s nel gruppo dei socialisti verdi e democratici nell’Assemblea del Consiglio d’Europa – come anticipato ieri dal Giornale – che non è l’entrata nel gruppo S&D nel Parlamento europeo ma è comunque un tappetino rosso srotolato sotto i piedi dei contiani, pur tuttora carichi di ambiguità su una questione come la guerra all’Ucraina. 

L’Ulivo infine fu una inedita combinazione di operazione dall’alto e iniziativa dal basso (i comitati), mentre oggi Letta non riesce ad andare oltre i ripetuti pranzi con l’avvocato populista e semmai di quella lontana esperienza sta rinverdendo lo stesso meccanismo psicologico, adesso più sbagliato di ieri, cioè l’evocazione dell’uomo nero – il Cavaliere – mentre oggi c’è la donna nera – Giorgia Meloni e fino a un quarto d’ora fa Matteo Salvini. 

Ma mentre il padrone della Fininvest inquietava proprio per lo strapotere mediatico e finanziario, Giorgia è semplicemente una avversaria da battere e non parrebbe poi impresa cosi titanica. 

A guardare la penosa uscita della leader di Fratelli d’Italia che ha attribuito a Letta nientemeno di prediligere «l’abisso della morte» di contro alla meloniana «cultura della vita» (ma chi gliele scrive ’ste cose?), la demonizzazione di una dirigente politica di un livello non certo equiparabile a quello di Berlusconi e della sua squadra di allora non è una buona idea: forse è meglio non darle tanto peso, se il livello è questo.

Altro che Ulivo, che non fu certo una tragedia ma che ripetuta oggi somiglierebbe marxianamente a una farsa.