SvalutationLe cupe aspettative sull’inflazione rallenteranno la ripresa

L’aumento generale e costante dei prezzi crea un clima di sfiducia e induce a pensare che la situazione non migliorerà in futuro alimentando la spinta per ottenere aumenti salariali. Il rischio è vanificare gli interventi delle banche centrali

AP/Lapresse

Durante la crisi dei mutui subprime, alla fine degli anni Duemila, i ricercatori della Banca d’Italia organizzarono un sondaggio per chiedere agli italiani se sapessero cosa fosse l’inflazione. Molti avevano solo una vaga idea: la metà degli intervistati confondeva le variazioni di prezzo con i livelli di prezzo, altri dicevano di non sapere proprio cosa fosse. Non è un caso solo italiano, la verità è che certi aspetti dell’economica e della politica monetaria non sono poi così attraenti per la maggior parte delle persone.

Storie simili a quella del sondaggio della Banca d’Italia si trovano in molti altri Paesi europei, anche dall’altra parte del mondo: negli ultimi anni il Giappone ha attuato attuato una politica monetaria molto forte per far aumentare l’inflazione, ma nel 2021 più del 40% dei giapponesi ha risposto a un sondaggio demoscopico dicendo di non aver «mai sentito dei piani del governo».

Negli anni precedenti la pandemia c’è stata una diffusa apatia nei confronti della politica monetaria, anche perché l’inflazione era bassa e più o meno stabile. Negli ultimi due anni è cambiato tutto. Dall’inizio del 2020 le notizie sull’inflazione, l’aumento dei prezzi, la perdita di potere d’acquisto, hanno trovato un posto prioritario nella dieta mediatica di molte persone in tutto il mondo. E la maggior parte ha delle aspettative, si preoccupa dell’andamento dell’inflazione, teme variazioni brusche, picchi troppo duraturi. Vale soprattutto per gli imprenditori, che devono fare i conti con l’aumento dei costi delle materie prime, dei salari e di altri fattori di produzione: loro sono quelli che si preoccupano di un’inflazione ancora più elevata nei prossimi mesi.

Le aspettative – fiduciose o meno – delle persone sono quindi una conseguenza dell’andamento dell’economia mondiale. Dopotutto l’inflazione negli Stati Uniti sta viaggiando a un ritmo annuo dell’8,6%, il più veloce da oltre 40 anni. Per la zona euro è dell’8,1% e nel Regno Unito del 7,8%.

«Vi sono prove crescenti del fatto che il pubblico stia iniziando ad aspettarsi un’inflazione costantemente elevata», scrive l’Economist. E questo incide: i dati che suggeriscono che le aspettative di inflazione a medio termine degli americani hanno contribuito a innescare turbolenze sui mercati la scorsa settimana, poi culminate con l’ aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve dello 0,75%.

«Questa è l’essenza delle aspettative sull’inflazione: quando aumenta, le persone pensano che i prezzi aumenteranno di nuovo in futuro, inducendoli a chiedere aumenti salariali e non a ritardare gli acquisti. Nel frattempo, le aziende aumentano i prezzi per far fronte a salari e domanda più elevati, il che fa salire l’inflazione», scriveva Forbes lo scorso aprile. È la pericolosa spirale prezzi-salari che si cerca di evitare. Se i salari non tengono il passo del costo medio della vita, allora ogni euro guadagnato compra meno beni, causando una perdita di potere d’acquisto.

Adesso le banche centrali hanno urgente bisogno di convincere le persone che faranno di tutto per far scendere l’inflazione, o comunque devono ridurre nuovamente le aspettative sull’inflazione da parte dei consumatori. Ma cambiare convinzioni sempre più radicate potrebbe essere straordinariamente difficile.

Il Financial Times ha spiegato alla fine della scorsa settimana l’impegno – la fatica – delle banche centrali nei Paesi sviluppati per mantenere l’inflazione al di sotto del 2%: «Le banche centrali più seguite al mondo stanno finalmente frenando l’impennata dell’inflazione. Ma questo ha un costo: dal Regno Unito alla Svizzera, passando per la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea, i politici di quasi tutte le principali economie stanno chiudendo i rubinetti dello stimolo monetario, spaventati dall’inflazione».

Solo che la domanda sempre crescente dei consumatori e la crisi della catena di approvvigionamento dovuta alla pandemia e alla guerra in Ucraina, combinata con la spirale dei prezzi dell’energia generata sempre dall’invasione russa dell’Ucraina, hanno reso praticamente impossibile per le banche centrali controllare l’inflazione come hanno sempre fatto, con i loro strumenti.

Una possibile soluzione, che somiglia molto a una provocazione, la propone l’Economist: «Una strategia è fare annunci drastici o inaspettati», scrive. Questo potrebbe comportare l’aumento dei tassi di interesse «al di fuori delle riunioni programmate», una decisione presa ad esempio dalla banca centrale indiana a maggio.

La Banca Centrale Europea aveva usato questa soluzione per perseguire un altro obiettivo: contenere gli spread dei titoli di Stato, che altrimenti minaccerebbero una crisi del debito. Nel 2012 l’attuale presidente del Consiglio Mario Draghi, allora capo della banca, pronunciò il famoso «whatever it takes», era pronto a tutto per salvare l’euro.

«Secondo una ricerca dell’Università di Oxford, quelle parole generarono un traffico elevato su Twitter tra i non esperti, suggerendo che erano riuscite a far breccia tra i cittadini. La parte geniale di quella dichiarazione era che si concentrava sul fine (preservare l’euro) piuttosto che sui mezzi (acquistare obbligazioni), che è più facile da capire per il pubblico», spiega l’Economist.

Un’altra soluzione è affidarsi alle decisioni della politica, anche se presenta potenziali svantaggi. Per chi governa, spesso, le soluzioni anti-inflazione diventano misure drastiche, come il controllo dei prezzi. Ma in uno scenario come quello odierno potrebbero essere d’aiuto.

Quando Margaret Thatcher, da premier britannica, minacciò di essere pronta a prendere anche misure drastiche per governare la stabilità dei prezzi, la sua innegabile e riconosciuta volontà di tagliare i bilanci pubblici aveva reso le sue parole particolarmente credibili, raffreddando l’economia.

«A differenza degli anni ’80 e ’90, quando nessuno doveva preoccuparsi dell’inflazione perché era generalmente bassa – conclude l’Economist – i politici di oggi sono tenuti a tener conto di questa criticità. Per ridurre le aspettative di inflazione, quindi, potrebbe essere necessario un loro intervento per convincere le persone a sedersi e ascoltare, e cambiare le proprie aspettative sullo stato dell’economia nei prossimi mesi».

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