Mistero buffoPrendere sul serio il dibattito grillino è la peggiore forma di antipolitica

Continuare a fare finta di niente, o peggio, a cercare fumose giustificazioni per scelte che non trovano paragoni nell’occidente democratico, potrà anche essere tatticamente astuto, ma è il modo più sicuro di spianare la strada ai Conte, Di Maio e Di Battista di domani

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Da qualche giorno in tv e sulla stampa si susseguono analisi, commenti e retroscena sulle vicende interne all’ex primo partito della maggioranza, com’è logico che sia dinanzi a un ministro degli Esteri che guida una scissione perché «uno non vale l’altro», perché «le competenze di ciascuno devono contare» e soprattutto per non «disallineare» l’Italia dalla Nato e dalla Ue.

Il problema è che quel ministro si chiama Luigi Di Maio e quel partito è il Movimento 5 stelle. Di conseguenza, con tutta la buona volontà, è difficile prenderlo sul serio mentre accusa Giuseppe Conte di tradire, sulla politica estera, i valori originari di un movimento che nel 2015 proponeva il referendum per uscire dall’euro, nel 2016 partecipava al congresso di Russia Unita (il partito di Vladimir Putin) e nel 2019 firmava il memorandum sulla via della seta con la Cina.

Come se non bastasse, a seguire Di Maio nella scissione motivata dalla necessità di non «disallineare» l’Italia dalla Nato e dall’Ue è Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri dal 2018, che nel 2016 definiva l’Ucraina uno «stato fantoccio della Nato» e volava personalmente a rappresentare il M5s proprio al congresso di Russia Unita. Mentre ieri, a denunciare sul Corriere della sera il fatto che nel partito «in questi due anni i competenti sono stati messi da parte», era Laura Castelli (essendo Castelli viceministra all’Economia, si sarebbe persino tentati di darle ragione).

Nulla però è paragonabile al sentire Di Maio dichiarare che nel nuovo soggetto «non ci sarà spazio per odio, sovranismi e populismi». Per non parlare di quando, proprio lui, denuncia gli attacchi personali e la politica fondata sull’odio (qui mi rifiuto persino di fare la fatica di andare a ripescare i virgolettati del passato, da Bibbiano in su e in giù, perché c’è un limite a tutto). Per non parlare della diatriba con Alessandro Di Battista, che accusa l’ex compagno di partito di «ignobile tradimento».

Fermiamoci un momento, facciamo un bel respiro e cerchiamo di restare lucidi. Non è questione di coerenza. Non si tratta di contestare questa o quella contraddizione, questo o quel voltafaccia, questa o quella giravolta, anche perché, se davvero lo si volesse fare, non basterebbe una vita anche solo per finirne l’elenco.

La domanda è piuttosto se la peggiore forma di antipolitica non sia invece proprio la pretesa di prenderli sul serio, lo sforzo grottesco di analizzare affinità e divergenze ideologiche tra Di Maio e Conte, tra Di Stefano e Di Battista, tra le ricette economiche di Laura Castelli e le idee geopolitiche di quello che due giorni fa proponeva di mandare pigiami agli ucraini, invece di armi (per non disallinearci dalla Nato, s’intende). Non è una questione di parole, di singole scelte o di singole dichiarazioni, ma del senso che attribuiamo – se ancora un senso vogliamo e possiamo darlo – alla politica e al dibattito pubblico in generale.

Da questo punto di vista la responsabilità storica del Partito democratico, da Nicola Zingaretti a Enrico Letta, senza dimenticare ovviamente il rilevante contributo di Goffredo Bettini, è gigantesca e incancellabile. Avere accreditato come punto di riferimento dei progressisti il capo del governo gialloverde, corresponsabile di tutti i più violenti e illiberali provvedimenti salviniani, non ha contribuito solo al discredito della sinistra, quanto allo svuotamento della politica nel suo complesso di qualsiasi parvenza di senso.

Stiamo parlando, a proposito di «allineamento» alla Nato e all’Unione europea, di chi meno di due anni fa non ha esitato a stendere il tappeto rosso dinanzi alla parata dell’esercito putiniano lungo la penisola, e non molto tempo prima a mettere i vertici dei servizi segreti a disposizione delle manovre paragolpiste dell’amministrazione Trump.

Continuare a fare finta di niente, o peggio, a cercare fumose giustificazioni per scelte che non trovano paragoni nell’occidente democratico, potrà anche essere tatticamente astuto, potrà persino ottenere il risultato di assorbire, consumare ed espellere i malconci populisti di oggi, ma è il modo più sicuro di spianare la strada ai Conte, Di Maio e Di Battista di domani.

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