Chiedo asiloI figli di Musk, le mamme che lavorano e quel gran figo di mister Welfare

È inutile prenderci in giro: tornare subito in ufficio dopo pochi mesi di maternità è un’utopia. Solo pochi possono davvero permettersi di spendere oltre mille euro tra nido e tata. E non è una questione di femminismo, ma di lotta di classe

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Tazza con beccuccio, tazza con cannuccia in silicone, tazza con cannuccia rigida, borraccia con beccuccio rigido, borraccia con tettarella, borraccia con cannuccia e con tettarella, borraccia termica normale, bicchiere: e così, questa è l’acqua? O è solo un modo socialmente accettabile per finire sul lastrico? 

Viviamo all’interno di un sistema che genera automaticamente necessità che non sono tali, o meglio: i desideri sono diventati bisogni. Con l’accesso totale alle informazioni, il palinsesto personale di medici specialisti, i gruppi di auto aiuto, le rassegne stampa gratuite, gli psicologi con la posta del cuore, corriamo spediti verso il sole di York. 

Nelle scorse settimane si è fatto un gran dire – nella bolla, mica nel paese reale, ci piacerebbe ma non è così che va il mondo – di natalità, di Elon Musk, di costo dei figli, di Elisabetta Franchi e franchismi vari.

Musk ha scritto un tweet molto preoccupato sul fatto che l’Italia sparirà perché nessuno fa più figli, non se lo spiega proprio perché i ricchi – a parte lui – non si riproducano mentre i poveri portino avanti la baracca. Poi la gente si è stracciata le vesti ed è ripartita la gara a capire il mondo, a capire i ricchi, a capire i poveri, arrivando come sempre alla conclusione di convenienza: tutto è sessismo, mica lotta di classe. Poi il giorno che abbiamo voglia di ammettere che tutto è solo e sempre lotta di classe apriamo la bottiglia buona, ma è un traguardo lontano. 

Poi ho letto un articolo su Repubblica riguardo al costo dei figli, era una ricerca della società di consulenza Moneyfarm, e non c’era il costo dell’asilo nelle voci, però c’erano il trio, il duo, il passeggino leggero, la navicella, l’ovetto e varie cose gratuite (parto e corso preparto) e siamo ancora qui a parlare dell’acqua, che di comprare bisogni non ne abbiamo mai abbastanza, adesso vogliamo pure comprare le cose che sono gratis. 

La questione degli asili, così come di tutto quello che si chiama welfare, è quello che serve per distrarci dalle pene accessorie. Non è vero che non c’è un welfare in Italia, e chi lo dice è in malafede: il welfare c’è, ma non è come dovrebbe essere. 

Mettiamola così: nessuno sano di mente si sveglierà un giorno e dirà adesso che ci sono gli asili gratuiti sì che posso fare un figlio, grazie mille signor welfare. Ciò non toglie che la questione asili sia speciale, e vado a fare l’esempio di quello che succede non nella bolla, ma nella vita reale. 

Questa creatura benedetta dal Signore o chi per lui viene al mondo quasi per tutti gratuitamente, ne siamo lieti, poi a un certo punto la mamma deve tornare al lavoro. Sì, parlo di mamme, le mamme stanno con i neonati, poi se vogliamo mistificare la realtà accomodatevi voi, io son qua che aspetto che dopo la domanda “Che cos’è una donna?” venga fuori il “Che cos’è una mamma?”. 

Famiglia di Milano, entrambi i genitori lavorano, Isee sopra i 27000 euro annui. Andiamo a cercare un asilo nido. Montessoriano, biologico, ma anche comunale, con i giochi di amianto. A spanne sono tra i 500 e gli 800 euro al mese. Con uscita alle 16, quindi magari ho bisogno di una tata che vada a prenderlo: 9/10 euro l’ora circa, 2/3 ore al giorno per 5 giorni a settimana. 

Con un calcolatore astronomico possiamo farci l’idea di spendere 600 euro di tata più facciamo 500 euro di asilo nido. Sono 1100 euro al mese. Ma, all’improvviso, ecco il roveto ardente: aspetta mamma, cosa stai lì a calcolare, quello è praticamente uno stipendio, il tuo bilocale in affitto di 60 metri quadri in Corvetto ti porta via almeno 1200 euro, ma se ti licenzi entro l’anno della creatura ti do la naspi, non spendi niente, anzi, e poi mica è obbligatorio avere un lavoro: è una libbra di carne signora, che faccio lascio? Lasci, lasci. 

Chi mai deciderebbe di lavorare gratis per almeno i primi 3 anni di tuo figlio? Lo decide solo chi se lo può permettere. Quindi, è una lotta di classe o una lotta femminista? 

Purtroppo, in giro c’è tanta appropriazione culturale signora mia, pure sui figli, pure sui soldi, pure sui desideri.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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