Come se fosse antaLa simpatica sbagliatezza di Elisabetta Franchi (e il solito pubblico di merda)

In un mondo di arricchiti senza stile, l’imprenditrice di moda lo è più clamorosamente degli altri, ma senza fare la morale agli altri. L’altro giorno ha detto la più indicibile delle verità, ma – come sempre – l’ha detta male

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Ci sarebbero molte cose da dire sull’ultimo scandale du jour, ma la più importante è: in che mondo pensa di vivere Elisabetta Franchi? Perché o vive in un mondo in cui le donne «-anta» (definizione sua, ragionevolmente traducibile in: oltre i quarant’anni) si può star certi non si facciano più venire la smania di fare figli, o vive nel proprio, di quell’Elisabetta Franchi che ufficialmente ha 53 anni e due figli alle scuole dell’obbligo. 

Comunque. Se finora nel fine-settimana leggevate Musil, vi servirà forse un breve profilo della protagonista dello scandalo in scorso. Elisabetta Franchi è, secondo la leggenda propalata da lei stessa: un’ex bambina povera e maltrattata (tempo fa per Instagram s’aggirava un signore che sosteneva d’essere suo fratello e raccontava che la fiaba nera della famiglia disfunzionale Elisabetta la raccontasse perché plagiata dalla tata, una signora bionda che coniuga persino i verbi e che Elisabetta tratta perciò come avesse in casa la Grazia Deledda d’Emilia); un’ex banchista della piazzola (mercato di straccivendoli del sabato bolognese); la vedova d’un tizio che prima di morire le ha aperto un’azienda d’abbigliamento, facendone la Sally Spectra della periferia bolognese. 

La figlia avuta dal defunto è passata da poco da bambina goffa ad adolescente che si fa autoscatti sexy, con fioritura di scommesse tra i follower: sedurrà il secondo marito della madre, o sarà la madre a sedurre uno dei fidanzatini portati a casa dal liceo per ricchi somari che frequenta (e che ovviamente ho frequentato anch’io: se non ci riconosciamo tra noi)? Per ora, la ragazza ha sfidato la madre portando in barca la borsa classica Dior della quale la madre da anni produce un’imitazione. No, quella col logo EF non me la metto, voglio l’originale CD. Chissà che coltellata, cuore di mamma. 

Vedova, Elisabetta si è risposata con quello che, sempre nella leggenda propalata da lei stessa, era stato un flirt degli anni di scuola, Alan, uomo dalle mansioni professionali misteriose ma che ha probabilmente lo stesso chirurgo plastico di Mickey Rourke. I due hanno avuto un figlio, che si chiamava Leone già prima che nell’Instagram arrivasse un Leone più famoso e più decorativo: a volte essere i primi non basta. 

In casa Franchi c’è un numero spropositato di cani, ognuno dei quali adottato e con un qualche passato persino più drammatico di quello della proprietaria; passati che Elisabetta non si stanca di raccontare in storie di Instagram saltate anche dai follower più devoti: sì, lo sappiamo che la cagna taldeitali era stata investita da una macchina e tu l’hai salvata, ce l’hai già raccontato un fantastiliardo di volte, no, non te li diamo i soldi per la fondazione che salva i cani cinesi. 

Ma il personaggio più supercalifragilistico di casa Franchi è il cameriere, filmato ogni mattina mentre le porta il caffè a letto e lei gli ordina di cantare, o le volte in cui parte per visitare i parenti al paese d’origine, con più loghi Vuitton addosso d’un tronista. 

Elisabetta è metodicamente impresentabile. Mette i suoi vestiti addosso alle celebrità più cheap (pagandole per indossarli assai più di quanto sborsino i marchi prestigiosi, dicono i pettegolezzi e dice anche la logica). Nei mesi più tosti della pandemia non la si vedeva mai mai mai con una mascherina, neanche nei suoi uffici in cui tutti la indossavano tranne lei. Va ai convegni di Giorgia Meloni. Dice le cose che sull’Instagram dicono tutte – «se vuoi puoi» e altri slogan un tanto al chilo – ma le dice male, le dice come una che poi si fotografa dalle Maldive dicendo quanto soffre per la guerra. 

A me Elisabetta Franchi è simpatica proprio per la sua sbagliatezza. Perché si è fatta fare dall’architetto una casa stupenda ma se l’è fatta fare a Milano Marittima, giacché da giovane e povera vedeva come traguardo del proprio riscatto avere una casa lì; ma cosa diventi ricca a fare, se poi non ti accorgi che Milano Marittima ha il mare più brutto del mondo? Perché affitta yacht costosissimi ma poi li usa per andare a Montecarlo, e lo trova pure un bel posto, quell’abuso edilizio per ricchi, e a Montecarlo va a mangiare nei ristoranti italiani costosi e il marito commenta «noi italiani sempre top». (La nipote – che lavora con lei ed è una giovane lei – ogni tre mesi si fotografa con un libro, sempre lo stesso: è un libro di Pierluigi Celli. Ogni volta vorrei farle cento domande su quel libro). 

In un mondo di arricchiti senza stile, la Franchi lo è più clamorosamente degli altri, lo è senza fare la morale agli altri. 

Elisabetta Franchi l’altro giorno ha detto la più indicibile delle verità, ma – come sempre – l’ha detta male. 

Voleva dire: nel paese dei falsi invalidi, le normali tutele di maternità si deformano in meccanismi per cui se una dipendente fa un figlio sta a casa quattro anni, e se torna al lavoro poi fugge dall’ufficio al primo moccio al naso del bambino, e per un imprenditore che investe soldi e tempo per formare una professionalità questo è l’inferno. 

Voleva dire: il problema non è che non ci sono abbastanza asili, se il problema fosse lo stato sociale gli Stati Uniti sarebbero a natalità zero da sempre, il problema è che per le italiane e gli italiani ogni scusa è buona per battere la fiacca. 

Ha invece detto: io le assumo negli -anta, così si sono già sposate, hanno figliato, si sono separate, e possono lavorare «acca24» (come tutti quelli che parlano in analfabetese, Franchi dice «call» invece di «riunione», e dice «accaventiquattro» perché, sommando ogni mezzo secondo che risparmia ogni volta che non dice «ventiquattr’ore al giorno», può mandare a memoria tutte le opere della Pléiade). 

Si è scatenato l’inferno. Ogni asilo in cui non si trova posto è colpa della Franchi. Ogni donna convinta dagli spot dello shampoo di valere mentre il mercato del lavoro s’ostina a ritenere non valga un cazzo è colpa della Franchi. Ma le mie preferite sono quelle che colgono l’occasione per dire d’averla sempre odiata perché fa i vestiti per le magre e loro non ci entrano. Pensa se avessero mai provato una giacca disegnata da Hedi Slimane: sarebbero andate a mettergli una bomba a casa. (Ragionevolmente, una che abbia prima o poi considerato di comprare un capo Franchi è ignara dell’esistenza di Slimane, ed è bene che lo resti per gli equilibri dell’universo). 

Sabato sera Elisabetta Franchi, il cui consulente per la comunicazione è evidentemente un esponente della mozione «peggio la toppa del buco», ha pubblicato un testo di scuse in cui parla degli enormi sacrifici per conciliare lavoro e famiglia che ha dovuto fare anche lei (che effettivamente nel discorso aveva detto che passa i weekend coi figli, che è una bella rottura di coglioni per ambo le parti). 

Non ha detto «in azienda da me non ci sarà l’asilo nido ma si possono portare i cani», accattivandosi almeno metà del sentimentalismo instagrammatico. Non ha detto «le assumo quarantenni perché quella è l’età in cui si comincia a far figli, come dimostra la mia stessa vita, e ci tengo che abbiano la maternità pagata». Non ha detto «non mi è mai stato chiesto un congedo di maternità perché tutte le mie impiegate sono donne percepite, e le donne percepite sono donne, mica sarete così transfobici da pensare serva un utero?». Non ha detto «sono a favore del congedo di paternità obbligatorio, così mentre siete a sgobbare i padri possono stare a casa a dare biberon di latte che avrete passato il tempo libero a tirarvi». 

Non ha detto nessuna delle cose che avrebbero potuto farle da scialuppa di salvataggio della reputazione, né si è concessa il lusso di dire grandi verità quali: ma la smettete di aspettarvi che cantanti, sportivi, stilisti e altre categorie ontologicamente analfabete dicano cose sensate su doveri e diritti, guerra e pandemia, massa e potere, essere e tempo? La smettete, pubblico di merda?