Gravità permanenteServe un nuovo pensiero politico egemone per aprire un varco nel populismo

In vista delle prossime elezioni non basta una forza di centro determinata dalla somma di piccoli leader. Deve avere una visione del mondo originale e autonoma che rappresenti più pezzi della società e non solo una piccola parte

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C’è Beppe Sala, si può sommare Luigi Brugnaro, potrebbe esserci Mara Carfagna, o altre personalità ancora. Sembra che il Centro debba e possa costruirsi così. Anche rispetto alla collocazione politica, sembra bastare una domanda: un Centro indipendente dai due poli o un Centro alleato al Partito democratico? 

Come che sia, il problema del Centro sembra una questione di assemblaggio, o ri-assemblaggio, del personale politico esistente. Come se la prossima legislatura fosse l’evoluzione di quella attuale, mentre sarà diversa, non foss’altro perché avrà la metà dei componenti e, probabilmente, in un modo o nell’altro, gran parte di quanti siedono in questo Parlamento, non lo saranno nel prossimo.

Torniamo al problema del Centro, ma prima c’è bisogno di un prima, cioè di descrivere bene l’urgenza che ha la politica nel suo insieme di tornare a essere davvero coinvolgente, coinvolgente per tutti, non solo per i suoi protagonisti, anche in un mondo post-ideologico. 

Abbiamo letto (e scritto) sulla fine delle ideologie e non c’è da tornare indietro: il conflitto politico non è più lo scontro tra un corpus ideologico e un altro (liberalismo contro comunismo, ecc.); non lo è neppure adesso che l’invasore Putin ha ridato ragioni a quelle divisioni. Neppure l’autocrate russo guerreggia in nome di una ideologia, ma in nome del nazionalismo, o meglio della nostalgia dell’impero russo. Il nazionalismo è l’ideologia più primitiva che conosciamo, perché è basata sull’etnia. Non abbiamo bisogno di ideologie come bandiere, né come etnie, ma abbiamo bisogno, ancor di più, di pensiero politico, di pensare di nuovo la realtà in termini politici.

Chi pensa che la politica si possa fare senza un pensiero, cioè farla solo sulla base di: a) alleanze congiunturali; b) capacità di seguire l’onda del momento, anzi, per essere più esatti, di seguire le cose correnti, cioè i fatti come accadono e come l’opinione pubblica li interpreta e c) con manovre interne di palazzo, che coinvolgono solo il personale politico, si sbaglia. Può avere un successo astrale, cioè determinato dalle congiunture delle stelle, ma più o meno rapidamente, gli astri si disallineano e, senza la fatica mentale di un pensiero accurato, non resta che il vuoto.

Torniamo al Centro. Tutta la discussione è sulla volontà, possibilità, o impossibilità, di leader e partiti di mettersi insieme, insomma di costituire un cartello elettorale. Se anche non ci fosse la complicazione di mettere insieme partiti che coincidono con i loro leader, circostanza che aggiunge difficoltà a difficoltà, resterebbe sempre il problema di come creare nella società una forza di centro determinata non dalla geometria politica, ma dalla profondità di un’identità culturale diffusa che si connoti per una visione del mondo originale e autonoma. Insomma, definire un nuovo senso comune.

Un’altra breve digressione ancora. Siamo in un mondo polarizzato. Se guardiamo bene agli eventi globali di questi anni troviamo che nel 2016 la Brexit fa emergere il populismo politico; nel 2017 Trump, con una piattaforma culturale populista, vince le elezioni americane; nel 2018 con il 32,7% il Movimento 5 stelle diventa in Italia il partito più votato. Si tratta di eventi tutti politici. Quella stessa corrente populista alimenta però le concezioni anti-vaccino e anti-greenpass del 2020-21 e, con strabiliante continuità, nel 2022 stabilisce una simpatia, più o meno mascherata, verso Putin. 

Cosa lega eventi del tutto politici, come quelli citati, con l’avversione ai vaccini e una certa indulgenza, se non peggio, verso Putin? Questo è il dilemma più interessante del momento. Chi riesce a scioglierlo ha una prospettiva politica considerevole. Come si scioglie? Ci vuole un nuovo pensiero politico.

Non c’è qui la possibilità di indagare sul fil-rouge di natura antropologica che sembra legare avvenimenti e atteggiamenti populistici di varia natura. Un fatto è certo: nascono dopo l’avvio della globalizzazione, la cui data è indicata nel 2001, con l’ingresso, voluto da Bill Clinton, della Cina nell’Organizzazione del Commercio (WTO). Lo stesso presidente disse nell’occasione che, «Pechino importerà uno dei valori più importanti della democrazia: la libertà economica». 

Oggi non solo non è avvenuto, ma addirittura la Cina sta ingaggiando una competizione con l’Occidente per conquistare il mondo. La globalizzazione ha portato non la libera circolazione delle merci (con i dazi o senza, il commercio internazionale c’è sempre stato), ma l’inedita libera circolazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro).

Questo ha conseguenze economiche fortissime: aumento dello standard di vita di milioni e milioni di persone, a partire dai cinesi, ma anche scombussolamento di assetti sociali consolidati: intere fabbriche chiuse, lavoratori inutili o superflui, anche perché in parallelo, e intrecciata alla globalizzazione, è esplosa la rivoluzione digitale. Famosa la sintesi su Detroit: adesso le Ford costano meno, ma i suoi operai – senza più lavoro – non hanno più i soldi per comprarle. 

Scombussolamenti ancora più forti sul piano culturale e antropologico: d’improvviso nasce la contrapposizione tra i somewheres (persone aggrappate alla tradizione e al proprio quartiere, perché non hanno un altro posto dove andare) e gli anywheres (persone colte, liberal con lavori creativi che possono scegliere di vivere dovunque, perché sono lavoratori globalizzati). 

Abituati a festeggiare il Natale, i somewheres di colpo si sentono stranieri in casa propria e costretti a misurarsi con le teorie gender e con il multiculturalismo, insomma con lo choc antropologico. Ecco, semplificate, le due polarità antropologiche alla base della polarizzazione politica. Se rimane questa polarizzazione, e se rimane nei termini che conosciamo, non c’è nessuno spazio politico per il Centro. 

Su cosa dovrebbe lavorare il nuovo pensiero politico? La grande operazione è nell’area culturale populista per aprire un varco e dirimere, ad esempio, l’improponibile negazione della globalizzazione dalla necessità di un suo riassetto più equo tra le nazioni e più equo all’interno delle nazioni, perché vanno bene tutte le transizioni, ma non quelle che portano alcuni alla depauperazione dell’esistenza.

Bisogna tenere fermissima la difesa, anzi accrescerla ancora, della democrazia, ma darsi l’impegno di farla funzionare. Perché, quando la metà della popolazione non vota, non è ancora la democrazia compiuta e se la democrazia non fornisce un reale potere agli elettori, non è ancora la democrazia compiuta.

Dirimere tra la difesa dei diritti civili e le teorie gender; dirimere tra la garanzia assoluta dell’esercizio delle libertà, a partire da quelle religiose, ma non necessariamente considerare il multiculturalismo come una nuova ideologia; dirimere tra la transizione necessaria verso la totale sostenibilità, ma con gradualità («Signore dammi la castità e la continenza, ma non subito», Sant’Agostino); dirimere tra l’innovazione tecnologica che ci fa avere vite più comode e evitare i lavori più routinari e la regolazione dei poteri immensi dei big player digitali, poteri senza sovranità, legittimati dal mercato, ma che devono trovare anche la legittimità della rule of law.

E poi, non disprezzare chi ha concezioni e visioni della vita tradizionaliste; riconoscere che talvolta il mercato si scontra e colpisce la solidità delle identità e tenerne conto, usando, ancora, la gradualità. Avere l’umiltà intellettuale di comprendere e accogliere chi non la pensa esattamente come dovrebbe.

Quest’insieme di prime idee, con una prospettiva di pensiero politico che provi ad assemblare le varie posizioni su specifici terreni e le conduca a una visione coerente e conseguente, è un nuovo modo di plasmare il Paese. 

Bisogna provare a creare un senso comune intorno a queste posizioni, dar loro una soggettività, quasi a disegnare il profilo antropologico di quest’uomo democratico, che ha ispirazioni salde, un agire concreto e una grande capacità di comprendere più che giudicare. 

Diceva Walt Whitman che «la democrazia non potrà mai dimostrarsi oltre il cavillo, fino a quando non fonda e coltiva rigogliosamente le proprie forme d’arte, poesie, scuole, teologia, spostando tutto ciò che esiste o che è stato prodotto ovunque nel passato, sotto influenze opposte». Questa antropologia dell’uomo democratico è ancora in gran parte da inventare. Senza questa antropologia nuova, restano solo quella populista (ben spiccata) e la pletora (inutile) di antropologie delle passate ideologie. 

A pensarci bene, questa prospettiva è possibile, non solo per nuove formazioni, ma anche, e forse soprattutto, per il Pd. Il nuovo pensiero politico deve mirare non a rappresentare un polo, ma alla maniera di Gramsci, avere un pensiero egemone, più intenso e insieme più grande, che rappresenti più pezzi della società e una concezione culturale meno angusta, meno assertiva e meno intollerante, insomma più pronta a contenere moltitudini, avrebbe detto ancora Walt Whitman. È il salto di status che il Pd può fare per staccarsi dall’orbita del 20% che i sondaggi gli attribuiscono. 

Il pensiero che punta all’egemonia politica non si limita a rappresentare quel che c’è, ma inserisce dinamiche nelle rappresentazioni date, per proporne di nuove, più convincenti, più ampie e più coinvolgenti. 

In questo modo, la politica non è solo specchio, ma anche motore del paese, anzi è il soggetto che guida il paese. Questa operazione di sfida egemonica politico-culturale può costituirsi intorno a un nuovo Centro, o può rappresentare il futuro prossimo del Pd. 

A oggi, ciascuna delle due opzioni è aperta, ma senza aprire questo varco, come dimostrano le elezioni francesi (e quelle parziali italiane), cresce la probabilità che si rafforzino proprio le forze populiste. Anche per loro esiste la possibilità di uscire dalla loro polarità. Vedremo.