Conformismo imitativoL’insopportabile supportare e il dimenticato sostenere

I verbi aiutare, appoggiare, soccorrere, spalleggiare e coadiuvare sono stati cannibalizzati dal termine composto da sub e porto. Non si tratta di una scelta voluta dagli italiani, ma solo una pigra coazione a ripetere

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“Non ti sopporto più, davvero” cantava un po’ di anni fa Zucchero Fornaciari. “Non ti supporto più” verrebbe da parafrasare oggi. Ormai tutti supportano qualcosa o qualcuno (e corrispondentemente tutti richiedono, auspicano o reclamano un supporto). Non è l’inattesa reviviscenza di eclissati sentimenti solidali, è l’effetto del conformismo imitativo che diventa coazione linguistica a ripetere. Ci sono le associazioni, le fondazioni, i soggetti pubblici e privati che supportano la ricerca scientifica, il restauro dei monumenti, gli interventi a tutela dell’ambiente e le più diverse iniziative sociali e culturali; gli insegnanti che supportano l’azione educativa dei genitori e i genitori che supportano quella didattica degli insegnanti; i calciatori e gli sportivi in genere che in vista di un impegno importante invocano il supporto del pubblico, e così via. Manca poco che in una situazione di improvvisa difficoltà – brutalmente scippati nella pubblica via da un lestofante che tenta la fuga, rimasti senza benzina in autostrada, caduti dal pedalò non sapendo nuotare – anziché “Aiuto, aiuto!”, o più aulicamente “Soccorso!”, ci si metta a strepitare “Supporto, supporto!”.

Supportare è un verbo cannibale: sta cannibalizzando un’area semantica in origine ricca di vocaboli e conseguentemente di sfumature (aiutare, sostenere, appoggiare, soccorrere, spalleggiare, coadiuvare, per non citare che i sinonimi più vicini al significato base). Ha un suono – e sembra dare un senso – più professionale e sistematico di “aiutare” (che sa tanto di buona volontà occasionale), più efficiente e organizzato di “sostenere”, più risoluto di “appoggiare”, meno emergenziale di “soccorrere”, meno ambiguo di “spalleggiare”, meno blando di “coadiuvare”. E per di più, sorprendentemente, sembra recuperare l’antica forma latina. Ma le cose non stanno precisamente così.

Composto da sub e porto, il latino supporto sta per “porto stando sotto”, “porto, reggo su di me”, in altri termini “sostengo” (subtineo, da su[b]s + teneo: “tengo sollevato qualcosa sostenendone il peso”, “sorreggo”). Nella lingua italiana questo verbo è però passato con una quasi impercettibile variazione, con la sostituzione della vocale o al posto della u, mantenendo in casi limitati il valore proprio della forma latina (“le colonne sopportano il peso degli elementi architettonici che le sovrastano”, “questo piano non può sopportare un carico superiore a tot tonnellate”), ma assumendo quale significato preponderante quello figurato, già del latino cristiano: ossia (citiamo dal vocabolario Treccani) “a) Patire, soffrire: sopportare un grande dolore; sopportare una sventura; per estensione, e più comunemente, soffrire con fortezza d’animo, subire con coraggio e rassegnazione: i primi cristiani dovettero sopportare la persecuzione. b) Adattarsi con facilità a situazioni, condizioni e fatti non favorevoli o fastidiosi; tollerare senza grande sacrificio o sforzo: sopportare o non sopportare il caldo, il freddo; sopportare bene o male il dolore fisico”. Ed è notevole come anche l’altro verbo latino con lo stesso significato di supporto, ossia suffero – da sub + fero – sia traghettato nell’italiano moderno essenzialmente con un senso figurato, quello di “soffrire”. 

Mentre però la sofferenza inclusa nel nostro verbo “soffrire” non accenna a attutirsi, dopo secoli durante i quali si è dovuto sopportare (sofferenze, persecuzioni, discriminazioni, calamità, torti e fastidi di ogni sorta) ora si torna a supportare. Ma, questo è il “bello”, ci si torna non rapportandosi direttamente alla primigenia forma latina, e non recuperandone il significato di base, bensì attraverso il verbo francese supporter e l’inglese to support, che uniscono al senso proprio quello figurato di “aiutare” e connesse varianti. Trascinando in questo modo il sostantivo supporto (dal francese support) che all’accezione primaria di “elemento di sostegno, struttura o dispositivo che ha la funzione di sostenere un oggetto, un apparato, un elemento o un complesso di elementi”, quale è definita dal vocabolario Treccani, affianca in posizione ormai non più secondaria l’accezione che il medesimo lessico dà come più generica e “non comune”, ossia quella di “aiuto, appoggio, sostegno”. Generica sì, ma in effetti fin troppo comune. 

“Ma come faccio a dirtelo”, si interrogava Zucchero nel seguito della sua esasperata lagnanza canora, “devo buttarmi dal quinto piano?”. Ecco, non è il caso di arrivare a tanto: dal quinto piano o dal quarto o anche dal pianterreno buttiamo piuttosto, qualche volta, l’insopportabile supportare.

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