Non ti disunireLa sfida eterna dell’Ue fra integrazione e disgregazione

Non c’è accordo sugli obiettivi, sulla struttura e sull’architettura istituzionale di una difesa comune, né uno straccio di riflessione sull’organizzazione della cooperazione e sulla sicurezza. Per questo serve una mobilitazione dell’opinione pubblica europea da Lisbona a Varsavia, da Tallinn a Nicosia per evitare che ogni stato vada in una direzione diversa

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«L’Europa – diceva Jean Monnet, intendendo l’integrazione europea – sarà forgiata nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi».

Contrariamente al metodo del gradualismo istituzionale che ha ben funzionato per la CECA o quando l’obiettivo era la realizzazione del mercato unico con il Trattato di Roma, non è stato sempre così e la storia dell’integrazione europea è stata costellata dal 1950 ad oggi da talune accelerazioni ma anche da forti rallentamenti o talora da momenti di paralisi che hanno fatto temere per la disgregazione di tutto quel che era stato faticosamente costruito.

Dal punto di vista dell’obiettivo del passaggio dalle Comunità e, dopo il 1993, dall’Unione europea alla federazione non ha funzionato ancor di più il cosiddetto “piano inclinato”

perché alle elezioni a suffragio universale e diretto del Parlamento europeo nel 1979 non è seguita l’azione degli – ancora oggi molto embrionali – partiti europei per conquistare il potere europeo che era allora in statu nascendi e cioè che avrebbe dovuto essere attribuito a un governo europeo con poteri limitati ma reali responsabile dinanzi alla assemblea e perché alla cessione della sovranità monetaria nazionale a una condivisa sovranità europea con l’euro e con la BCE non ha fatto seguito la creazione di un governo dell’economia europea e di una autonoma capacità fiscale dell’Unione europea.

I risultati del dibattito sul futuro dell’Europa nella Conferenza immaginata da Emmanuel Macron nella “lettera agli europei” del 4 marzo 2019 – partita il 9 maggio 2021 con un anno di ritardo per i contrasti fra i governi e il Parlamento europeo e chiusa frettolosamente il 9 maggio 2022 in piena guerra alle porte dell’Unione europea – sono andati nel senso della volontà di «cambiare rotta all’Unione europea».

I rischi di una disgregazione dell’integrazione tornano tuttavia ad apparire per i disaccordi fra gli Stati e per il pericolo di mettere in discussione i valori su cui si fonda l’Unione europea.

Proviamo a sintetizzarli uno dopo l’altro:

Non c’è accordo sugli obiettivi, sulla struttura e sull’architettura istituzionale di una difesa comune perché la cosiddetta bussola strategica adottata dal Consiglio europeo il 24 marzo è stata scritta prima del terremoto provocato dall’aggressione della Russia all’Ucraina e adottata in piena guerra senza sostanziali modifiche. È stato declassato l’ipotetico corpo d’armata di sessantamila unità deciso nel 1999 ad Helsinki in una Unione a quindici ma con quattro paesi neutrali (o addirittura i quaranta battaglioni con 1300 unità ciascuno della CED a Sei nel 1952) in un modesto e per ora ancor più ipotetico battaglione di cinquemila unità.

È stata ignorata la questione essenziale secondo cui la difesa deve essere parte di una politica estera e di sicurezza. Per realizzarla non basteranno inutili proclami o la grottesca e inefficiente cooperazione strutturata a 25 o l’illusione dell’uso della “clausola passerella” per un teorico voto a maggioranza qualificata nel Consiglio. Una vera politica estera e della sicurezza che comprenda la difesa comune sarà possibile solo in una dimensione costituzionale diversa dalla dimensione confederale del Trattato di Lisbona perché – come diceva Altiero Spinelli – “l’Europa non cade dal cielo”.

Non c’è accordo sul ruolo che l’Unione europea potrebbe svolgere ai margini del drammatico teatro militare ucraino. I leader europei si sono mossi in ordine sparso come è stato dimostrato dalla recente telefonata di Macron e Scholz a Putin non a nome e per conto di tutta l’Unione europea, non sono stati capaci di esigere l’intervento delle Nazioni Unite e dell’OSCE (ricordandoci che, al tempo dei mai attuati accordi di Minsk, al tavolo dei negoziati c’era il direttorio franco-tedesco ma non l’Unione europea) anche attraverso l’intervento dei Caschi Blu e non hanno un piano per il dopo-guerra in una guerra che si aprirà ai negoziati solo se sarà garantita l’integrità territoriale e l’inviolabilità delle frontiere ucraine nel Donbass come fu affermato dell’accordo di Budapest nel 1994. L’Unione europea avrebbe dovuto lavorare fin dall’inizio sull’ipotesi di una “Ucraina neutrale e federale” applicando al Donbass un sistema di vera autonomia sul modello degli accordi De Gasperi Gruber.

Non c’è uno straccio di riflessione sull’organizzazione della cooperazione e sulla sicurezza in Europa sul modello degli accordi di Helsinki del 1975 e della successiva Carta di Parigi nel 1990. La sicurezza e la cooperazione in Europa sono certamente negli interessi degli europei più che in quello degli Stati Uniti (e della Cina, nostro “rivale sistemico”) e in quest’organizzazione dovrà trovare spazio un accordo con la Russia e con i suoi dirigenti ma a condizione che la Russia rispetti l’integrità territoriale dell’Ucraina e l’inviolabilità delle sue frontiere insieme alla non ingerenza negli affari interni di un paese indipendente.

Non ci sono idee su quell’insieme di sistemi – per usare un’espressione della matematica – che sarà inevitabile quando si aprirà concretamente il cantiere della riforma dell’Unione europea. La riforma andrà di pari passo con le discussioni sui confini politici dell’Europa integrata verso i Balcani occidentali da una parte (Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina, Albania, Kossovo) e l’Europa orientale dall’altra (Ucraina, Georgia e Moldavia) ricordando l’insegnamento attualissimo di Altiero Spinelli: l’obiettivo non è quello di restaurare o piuttosto di instaurare delle democrazie nazionali (Nations building) ma di integrare popoli e stati in una solida democrazia sovranazionale.

Dobbiamo chiederci e chiedere quali popoli e quali stati fra i trentasei (UE-Balcani-Europa Orientale) o trentasette (UE-Balcani-Europa Orientale-UK) o trentotto (UE-Balcani-Europa orientale-UK-Turchia) dell’ipotetica “comunità politica europea” annunciata il 9 maggio da Emmanuel Macron saranno disposti ad accettare una sovranità condivisa e a rinunciare ai principi del diritto internazionale fondati sullo Stato-nazione. Quali decideranno di entrare nella “federazione” immaginata da Jean Monnet nel 1950 come obiettivo finale del modello comunitario o chi deciderà di rimanere in una più ampia e meno integrata “confederazione”. Noi siamo convinti che i membri delle future federazione e confederazione potranno essere decisi alla chiusura e non all’apertura del cantiere sulla riforma dell’Unione europea.

Last but not least, evapora lentamente la difesa dello stato di diritto sacrificato sull’altare della teorica unità europea di fronte all’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Si è sgretolata la difesa dello stato di diritto in Polonia con il preannuncio della disponibilità della Commissione europea ad accettare il fantoccio di una riforma del sistema giudiziario che lascia sostanzialmente inalterato il controllo del governo polacco sui magistrati.

Di fronte alla slealtà dell’Ungheria nelle decisioni sul sesto pacchetto di sanzioni alla Russia relative all’acquisto di petrolio sembra che i governi dei 26 siano ora disponibili ad accettare il veto di Budapest o consentendo all’Ungheria una deroga temporanea in cambio dello scongelamento dei fondi del Recovery Plan bloccati per le violazioni ungheresi allo stato di diritto o a cedere totalmente al ricatto ungherese rinunciando al blocco nell’acquisto di petrolio russo e ripiegando sulle inefficace disconnessione di Sberbank da Swift, sull’oscuramento nell’Unione europea di alcune reti televisive russe o sull’inserimento di alcune personalità nella lista delle sanzioni.

Non c’è molto tempo per sciogliere i nodi delle crisi ma sui tavoli delle istituzioni mancano ancora i contenuti del progetto e il metodo per realizzarlo. Come è avvenuto per la lotta alla pandemia le risposte alle emergenze a cominciare dall’energia e dalla crisi alimentare possono essere date usando strumenti eccezionali e temporanei attribuendo alla Commissione europea poteri esecutivi a nome dell’Unione europea sotto il controllo del Consiglio e del Parlamento europeo ma il rispetto della democrazia richiede di uscire dall’emergenza e la sola prospettiva seria e pragmatica appare l’apertura di una fase costituente dopo le elezioni europee nella primavera del 2024.

Serve per questo una mobilitazione dell’opinione pubblica europea da Lisbona a Varsavia, da Tallinn a Nicosia per evitare la disgregazione dell’Unione europea chiedendo il passaggio dall’attuale sistema inefficacemente ibrido fra dimensione comunitaria e dimensione confederale alla federazione di Ventotene, senza la scorciatoia di parziali e precarie unioni intergovernative nell’energia e nella difesa.

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