Ambizione cuoricinoCalenda e l’epoca in cui si preferisce rinunciare piuttosto che far vedere che ci tieni

Passiamo le giornate a contarci i like e a cercare consensi, ma ci sembra sconveniente che qualcuno lo dica esplicitamente: sì, voglio vincere e diventare presidente del Consiglio

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«Ogni bambino è in cerca di approvazione, ma il mio desiderio di piacere agli altri era il fulcro della mia personalità». Mindy Kaling è una celebrità statunitense che probabilmente non avete mai sentito nominare. Cominciò come autrice della versione americana di The Office, poi è passata ad avere serie proprie, che scriveva e interpretava, adesso è l’ideatrice di Non ho mai…, serie di Netflix che magari i vostri figli adolescenti guardano.

Quando è diventata famosa, non erano ancora tempi di smanie rappresentative: essere indiana e tracagnotta non era un punto a tuo favore. Mindy Kaling ha avuto dalla sua carriera hollywoodiana più di quel che avrebbe scommesso chiunque, e c’entrano le Smarties che in seconda media, quando cambiò scuola, portava in classe per ingraziarsi gli altri bambini.

«Invecchiando, sono diventata più abile e meno ovvia, ma ho continuato a investire sforzi ed energie nel piacere agli altri. È per questo che non ho mai capito come faccia “le viene naturale” a essere un complimento. Alla gente piace dire “È arrivata alla festa e subito ha affascinato tutti, senza alcuno sforzo. Le viene naturale”, e io non lo capisco. Cosa c’è di male a sforzarsi? Ti sforzi perché ci tieni. Cosa mi dite della ragazza che “è arrivata alla festa, e aveva dipinta sulla sua determinatissima faccia la smania di piacere”? Certo, magari vi sembra pazza, e magari tutto quel che dice sembra trovato sul sito “come essere conversatori accattivanti”, ma ehi, almeno si sforza. Diamole una possibilità!» (Why not me?, il secondo dei memoir di Mindy Kaling, non ha un’edizione italiana, quindi per la traduzione potete prendervela con me).

A questo punto i lettori, molto più al corrente dei fatti di giornata di me, avranno già capito cosa intendo: Mindy Kaling è la Carlo Calenda d’America (quando Kamala Harris era candidata alla presidenza, le fecero girare un video in cui lei e la Kaling preparavano ricette di cucina indiana; non riesco a smettere di immaginare Calenda che fa il curry con Kamala).

L’altro giorno Calenda dice che, se proprio Draghi non vuole fare il prossimo presidente del consiglio, si candida a farlo lui. Ovviamente lo prendono per il culo, il che è ovvio e fisiologico e sensato e segno che sei vivo (gli unici a non venire presi per il culo sono quelli della cui esistenza nessuno si accorge). Tra le battute che ho visto girare, la mia preferita diceva qualcosa tipo «Calenda: se Dio è morto, mi candido a sostituirlo».

Tuttavia ho il sospetto che la ragione per cui prendiamo per il culo Calenda sia la stessa per cui una mia amica non chiede una promozione al capufficio ma è molto offesa che lui non gliela dia comunque, o per cui un’altra mia amica cena con cose scelte dal marito che non le piacciono: a entrambe sembra molto poco elegante sbattersi, farsi vedere interessate, essere quelle che fanno uno sforzo.

La ragione per cui la me dodicenne, quando la nonna della Chicca ci chiedeva se volessimo i toast con la Nutella, cercava di non far vedere che sbavava e rispondeva con sussiego: signora, se insiste. Promozione o pietanza o merenda o candidatura che sia, meglio non ottenerla che far vedere che ci tieni: che volgarità (da leggersi col tono di Fiorello quando imitava Carla Bruni).

Ho il sospetto che la ragione per cui prendiamo per il culo Calenda e la sua sfacciata ambizione sia la stessa per cui il signor Posner, l’insegnante di educazione artistica, prese da parte Mindy Kaling e le disse che non c’era bisogno di riempire di pastiglie al cioccolato i compagni di scuola: «Non hai bisogno di portare dei dolci per piacere agli altri bambini, Mindy. Gli piacerai per te stessa». Sì, buonanotte.

Ieri Calenda – che in questo periodo mi sembra persino meno isterico del solito: sarà come tutti sfiancato dal caldo – ha twittato una grande verità. Faceva così: «Fatemi capire, trovate scandaloso che uno che fa politica si candidi a governare il paese? E quale dovrebbe essere la finalità alternativa di tutto ciò? Il rumore? Gli hashtag?».

Perché è vero che troviamo scandalosa l’ambizione dichiarata, e se oggi Napoleone si proclamasse imperatore ci faremmo i meme e diremmo ma santa pace, non poteva aprire un sondaggio su Instagram o farsi assegnare l’impero al televoto; ma è anche vero che è un tic particolarmente ridicolo nell’epoca in cui non facciamo altro che cercare modi per essere Sally Field nel 1985. (Questo è un articolo che cita quasi solo nomi ignoti a Calenda e ai suoi devoti: mi piace pensarli a consumare Google, col caldo che fa, e tardare un po’ a offendersi. Oppure chissà: magari son davvero diventati meno isterici).

Nel 1985 Sally Field vince l’Oscar per Le stagioni del cuore. Sale sul palco e, come quasi quarant’anni dopo le starlette dell’Instagram fanno quando raggiungono tot milioni di follower, fa un agitatissimo discorso (un meme prima che esistessero i meme) nel quale dice ma allora vi piaccio, vi piaccio davvero, non c’è dubbio che vi piaccia. Certo, mica agli Oscar si era candidata da sola, ma evidentemente ci teneva troppo per simulare compostezza.

Passiamo le giornate a contarci i cuoricini e a cercare consensi, ma ci sembra sconveniente che qualcuno lo dica esplicitamente: sì, voglio vincere, sì, sono ambizioso, sì, aveva ragione Sean Parker (di nuovo con ’sto Google: portate pazienza, tra poco ne arriva uno che sapete) in quella scena di The Social Network in cui diceva «Un milione di dollari non è figo, lo sai cos’è figo? Un miliardo di dollari».

Sean Parker era inelegante, Napoleone era inelegante, Mindy Parker era inelegante, Sally Field era inelegante: ma vogliamo essere quelli che quando escono da una stanza tutti dicono «che gran signore», o quelli che ottengono quel che vogliono?

In un’intervista che gli feci sedici anni fa, Lorenzo Jovanotti disse una frase cui ogni tanto ripenso. Faceva così: «Dagli intellettuali, che non ne hanno quasi mai, l’entusiasmo è sempre vissuto come un indicatore di ignoranza. Una cosa volgare. E lo è. Però è l’entusiasmo quello che ti fa fare le cose, passare la fame, essere un condottiero. Agnelli diceva che solo le cameriere si innamorano. Io sono la cameriera».

Poi certo, entusiasmo e ambizione e camerieritudine non bastano; ma, senza, forse neanche la cominci, la lunga e faticosa strada per il consenso. Come dice quella: «La verità è che è difficile fare in modo di piacere alla gente, ma è ancora più difficile continuare a piacerle a lungo. Devi portarle gli Smarties tutti i giorni».