Omissione impossibileLa sinistra s’indigna per le pressioni russe sulla Lega, dimenticandosi di Conte

Dinanzi alle rivelazioni della Stampa, Letta attacca la destra mentre il grosso del suo gruppo dirigente ripete che la crisi dell’esecutivo è una colpa imperdonabile di Salvini, Berlusconi e un altro che sul momento proprio non gli viene in mente

di Priscilla Du Preez, da Unsplash

Difficile dire se faccia più ridere sentire Giuseppe Conte sostenere che Matteo Salvini debba chiarire i suoi legami con la Russia e quanto questi legami abbiano pesato nella caduta del governo Draghi (provocata da Conte), o il fatto che a sottolineare la contraddizione sia Luigi Di Maio, il ministro degli Esteri del governo Conte che nel 2020 correva ad accogliere i mezzi corazzati dell’esercito russo in aeroporto. Su youtube si trovano ancora le sue conferenze stampa notturne da Pratica di Mare, in cui elenca con entusiasmo il gran numero di Antonov in arrivo («uno dei più grandi aerei al mondo!»).

Sono solo alcune delle surreali reazioni all’articolo di Jacopo Iacoboni pubblicato ieri dalla Stampa, secondo cui a fine maggio un funzionario dell’ambasciata russa avrebbe domandato a un emissario di Salvini se i ministri leghisti fossero intenzionati a dimettersi. Tra le reazioni più significative va certamente segnalata la dichiarazione di Enrico Letta, che attacca direttamente il leader della Lega, domandandosi se dietro la caduta del governo Draghi ci sia dunque Putin, salvo dimenticarsi di rivolgere la stessa domanda a chi quella crisi l’ha aperta. Ricordiamolo un’altra volta agli smemorati: Conte e il Movimento 5 stelle.

Non si tratta di dimenticanze, in verità, ma di una deliberata e reiterata omissione, che si accompagna al tentativo di cancellare le tracce delle proprie scelte, nel momento in cui si profila in tutta la sua gravità il peso delle conseguenze. Da giorni quotidiani e tv evocano infatti un possibile cappotto del centrodestra, con un risultato che permetterebbe alla coalizione guidata da Giorgia Meloni di riscrivere a proprio piacimento la Costituzione, scegliere tutte le autorità di controllo e di garanzia, fare insomma un sol boccone dell’intero sistema di pesi e contrappesi che garantisce il regolare funzionamento della democrazia e dello stato di diritto (pericolo accentuato dal taglio populista dei parlamentari voluto dai grillini e sposato, all’ultimo momento, pure dal Pd).

Il fatto che il centrodestra abbia la possibilità di far deragliare la democrazia italiana non significa che lo farà, naturalmente. Lungi da me fare processi alle intenzioni. Il problema è che Meloni e Salvini fanno a gara per conquistarsi le simpatie di Viktor Orbán, che in Ungheria ha già fatto esattamente questo. Indipendentemente da rivelazioni e retroscena sui rapporti con i funzionari del Cremlino, i profili instagram dei leader del centrodestra e i loro selfie sorridenti con il teorico (e pratico) della “democrazia illiberale”, principale alleato di Putin in Europa, offrono dunque sufficienti motivi di inquietudine.

Vorrei poter credere che il Pd, cioè il partito che più di ogni altro dovrebbe impedire questo esito, dopo averlo in mille modi propiziato (dal taglio dei parlamentari alla mancata riforma della legge elettorale, alla legittimazione di Conte quale statista e punto di riferimento dei progressisti), si fosse almeno reso conto degli errori commessi e intendesse emendarsene. Invece c’è al suo interno persino chi ha il coraggio di chiedere esplicitamente di riannodare i fili con i cinquestelle, mentre Letta si limita a svicolare e il grosso del suo gruppo dirigente ripete che la caduta del governo Draghi è una colpa imperdonabile di Salvini, Berlusconi e un altro che sul momento proprio non gli viene in mente.

Intendiamoci, se il loro svicolare fosse solo dettato dal desiderio di non perdere voti in campagna elettorale, si potrebbe anche capire. Se però la rimozione del passato fosse anche un modo per tenersi una porta aperta, per oggi o per domani, sarebbe imperdonabile.

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