Affetti instabiliIl centrosinistra è rimasto senza campo, ma la vera domanda ora è solo una: chi si carica Di Maio?

Letta corteggia Speranza (che non vuole lasciare Conte) e dialoga con Calenda (che del ministro degli Esteri non vuole saperne), mentre l’avvocato già populista e sovranista ora assicura di essere il più progressista di tutti

Photo by Dylan Hunter on Unsplash

Non è facile capire quali forme prenderanno le coalizioni che alle prossime elezioni, tra appena due mesi, proveranno a contendere la vittoria al centrodestra. Negli ultimi giorni Enrico Letta ha chiarito, alla buon’ora, che con il Movimento 5 stelle non potrà esserci alcuna alleanza, mentre vorrebbe candidare nelle liste del suo partito Roberto Speranza, che però all’alleanza con i cinquestelle non sembra voler rinunciare.

In compenso, in un’intervista a Repubblica, Letta apre le porte sia ai ministri in uscita da Forza Italia, Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna («meritano apprezzamento»), sia a Luigi Di Maio («tra le personalità che vengono dal M5s è la più influente e con lui sicuramente continuerà il dialogo»).

Quanto ai rapporti con Matteo Renzi, il segretario del Pd si limita a un secco «parleremo con tutti», mentre è assai più caloroso verso Carlo Calenda («di tutti i protagonisti possibili, è il più consistente dal punto di vista dei numeri e ha svolto in Europa un lavoro interessante e in parte condiviso»). Calenda però non vuole saperne di Di Maio, e d’altra parte, in un’intervista al Corriere della sera, il leader di Azione si augura che Gelmini e Carfagna scelgano lui (di Brunetta non gli hanno domandato, lasciandoci quindi nel dubbio).

E poi ci sono Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che tra loro hanno già stretto l’«alleanza del cocomero», ma sembrano assai interessati ad accordi anche con il Pd, ovviamente «sul programma», come ripete il leader di Sinistra italiana. Tanto interessato da non «mettere veti» nemmeno su Renzi e Calenda, pur rivolgendosi al tempo stesso anche al Movimento 5 stelle. Movimento 5 stelle che tuttavia appare al momento il partito meno corteggiato della festa, con Giuseppe Conte che se la prende con Letta e dichiara solennemente di rappresentare la forza «più progressista» (dopo essersi già dichiarato populista e sovranista, giusto all’inizio di questa legislatura).

Dire sin d’ora se e come questi pezzi finiranno per incastrarsi, come si vede, non è per niente facile. Il problema è che la fisionomia, il messaggio e la credibilità dei diversi partiti o coalizioni che si presenteranno dipenderà molto anche da questo. È evidente, ad esempio, che le forze che volessero presentarsi agli elettori come il «partito di Draghi» non potrebbero allearsi con chi, su tanti dei problemi citati dal presidente del Consiglio nel suo ultimo discorso, ha posizioni diametralmente opposte.

Quanto però alla credibilità delle proposte, lascia molto a desiderare anche il modo in cui il Partito democratico tenta ora di liquidare l’imbarazzante rapporto con i cinquestelle. Dispiace dirlo – si fa per dire – ma non regge la teoria dell’errore imperdonabile compiuto da Conte sulla fiducia al governo, come se si fosse trattato di un fulmine a ciel sereno, e non della scelta più naturale e coerente con l’intera storia di quel movimento.

Conte e il suo partito hanno compiuto scelte ben più imperdonabili del non votare la fiducia a Draghi, a cominciare dal varo di quei decreti sicurezza che ora Matteo Salvini rilancia e mette al centro della sua campagna elettorale. Al sedicente progressista Conte bisognerebbe ricordare questo, anzitutto. Il problema è che a quel punto bisognerebbe ricordare anche quanto tempo il Pd ha tergiversato prima di intervenire per cambiarli, quei decreti, mentre eleggeva il loro coautore a «punto fortissimo di riferimento» di tutti i progressisti, secondo l’indimenticabile definizione di Nicola Zingaretti (solo in questi ultimi giorni parzialmente ritrattata).

La teoria dell’errore imperdonabile – e imprevedibile – serve dunque a giustificare e a rimuovere tutto il resto, a cominciare dalla bislacca teoria del «campo largo». Ma in politica, come nella psicanalisi, il rimosso, proprio perché non elaborato, tende a ripresentarsi in forma nevrotica. Salutato Conte, per un centrosinistra rimasto improvvisamente senza campo, non dovrebbe risultare meno imbarazzante l’idea di costruire un’alleanza contro il populismo che veda in prima linea Di Maio. Il fatto che il ministro degli Esteri, ciò nonostante, sia da tempo al centro di attenzioni e corteggiamenti trasversali ci dice a quale punto siamo arrivati. E questa non è l’ultima delle ragioni per cui il centrodestra può guardare con fiducia alle prossime elezioni, contrariamente al resto degli italiani.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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