Quesiti linguisticiPrima del «requisito» ci può essere il «prerequisito»? Risponde la Crusca

Serve davvero questa distinzione? In ambito scolastico, ad esempio, la necessità di distinguere tra i due termini è particolarmente chiara

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Ci sono arrivate varie domande sulla differenza tra requisito e prerequisito. C’è anche chi chiede se la seconda parola sia davvero necessaria, visto che la prima indica già qualcosa che è richiesto preliminarmente.

Risposta
Sebbene requisito possa significare anche, in senso esteso, semplicemente ‘pregio’ o ‘buona qualità’, non c’è dubbio che il significato principale della parola sia quello di “qualità richiesta, dote o condizione necessaria per conseguire uno scopo” (Vocabolario Treccani) e che dunque indichi qualcosa che si deve possedere preliminarmente, per esempio per accedere a un concorso o per essere esonerati da un’imposta. A rigore, dunque, requisito sarebbe sufficiente per esprimere il concetto. Tuttavia, vista anche la complessità della nostra macchina burocratica, pure il termine prerequisito ha una sua ragione d’essere e si è insediato da tempo nel lessico italiano, tanto da figurare nei lemmari di moltissimi dizionari, dal GDLI al GRADIT, dal Devoto-Oli allo Zingarelli (ma non nel Sabatini-Coletti e neppure nel Vocabolario Treccani, nonostante sia usato nella definizione di mediazione obbligatoria, espressione inclusa tra i Neologismi).

Prima di esporre le differenze nell’uso dei due termini, facciamo un po’ di storia. I dizionari concordano nel considerare requisito un latinismo, tratto da requisitum, participio perfetto del verbo requirere ‘richiedere’ (citato nella forma dell’accusativo), usato prima come aggettivo e poi anche come nome (come anno della prima attestazione con questo valore viene indicato il 1550), mentre prerequisito sarebbe una neoformazione italiana, derivata appunto da requisito, con l’aggiunta del prefisso pre- ‘prima’ (dal lat. prae-), entrata nel lessico più tardi, nel sec. XVIII. La possibilità di effettuare ricerche in rete, nello sterminato patrimonio bibliografico di Google libri, permette tuttavia qualche precisazione al riguardo.

Anzitutto, requisito come sostantivo può essere retrodatato grazie all’esempio “Et per che tal requisito de vechiecza non para insipido, ha da mirar il bon Segnor non sia tanto vecchio sì che non possa exercitarse […]”, che si legge all’inizio del cap. VI delle Utile instructioni et documenti per qualsevoglia persona ha da eliger officiali circa il regimento de populi. Google attribuisce l’opera a “Hieronymo Mangione” e la data al 1548, mentre il catalogo ICCU assegna il testo a Giovanni Gallone e lo dice stampato a Napoli da Meyer nel 1517 (potrebbe però riferirsi a un’edizione precedente, che non contenga il passo riportato).

Inoltre, anche prerequisito si deve considerare un latinismo: il verbo praerequiro ‘richiedere prima’ è registrato nel Wörterbuch des Lateinischen von Petrarca bis 1700 di Johann Ramminger e l’OED segnala che in inglese prerequisite è attestato come nome dal 1631 (al 1487 risale invece requisite); quanto all’italiano, prerequisito come aggettivo è documentato già in testi cinquecenteschi di carattere religioso, in continuità tematica, dunque, con l’opera che reca la sua prima attestazione come nome, I prodigii delle preghiere, spiegati in cento discorsi scritturali, eruditi, morali di Filippo Pincinelli (Milano, Vigone, 1672), in cui si legge: “Per tanto la fede, come di tutte le virtù è vigorosa radice: così dell’oratione riesce necessario prerequisito, e fondamento” (p. 107).

Passando ora alla lingua di oggi, possiamo rilevare che il GRADIT etichetta requisito come lessema appartenente al vocabolario comune (CO) e prerequisito come parola di basso uso (BU). Che requisito sia un lessema di gran lunga più usato di prerequisito è confermato (per quello che può valere questo dato) dal motore di ricerca Google, che (interrogato il 16 agosto 2021) ne restituisce circa 70.900.000 risultati al singolare e 44.400.000 al plurale. Ma anche i dati relativi a prerequisito, pur imparagonabili (circa 635.000 risultati al singolare e 1.430.000 al plurale, in cui dunque la parola risulta usata più spesso), non giustificano l’etichetta di basso uso del GRADIT, forse dovuta alla qualifica “disus[ato]” con cui il termine è registrato nel GDLI (una delle dichiarate fonti del GRADIT), che pure riporta un esempio giornalistico, dalla “Stampa”, del 1987.

CONTINUA A LEGGERE

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter