La sfida al bipopulismo Il ritardo dei riformisti sull’agenda Draghi

Persi dietro egoismi e miopie politiche, i liberaldemocratici sparsi in diversi partiti dovrebbero cercare una strada comune in modo creativo, non arrestandosi di fronte agli ostacoli. Anche perché il momento del frontale contro i bipopulisti si avvicina

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Dopo l’ennesima nasata sul ginocchio di Mario Draghi, le veline contiane annunciano sfracelli se il presidente del Consiglio non recepirà le richieste del papello che Giuseppi gli ha consegnato. La realtà è che, come il protagonista della commedia di Terenzio, Conte ha punito se stesso, qualche sondaggio lo dà abbondantemente sotto il 10%, e la pietra è destinata a rotolare presa a calci dei Marco Travaglio e Alessandro Di Battista. 

Così che, salvo sorprese tipo Papeete in versione foggiana, l’ultimo atto dello scontro tra riformisti e populisti è rinviato a settembre con la madre di tutte le battaglie, una legge di Bilancio difficilissima, la prima in tempo di guerra e inflazione galoppante, cioè in un clima storicamente favorevole alle spinte demagogiche, alle richieste di mance, insomma al fatidico e pestifero assalto alla diligenza; laddove al contrario il presidente del Consiglio farà di tutto per una manovra sociale ma rispettosa delle regole che garantiscono i fondi del Pnrr: l’Europa ci ha già avvertiti. 

Il big match sulla legge di Bilancio si svolgerà dunque prima che cali il sipario sulla legislatura più scombiccherata dal 1948, nel momento del ridisegno delle squadre politiche che si fronteggeranno alle elezioni magari «liberandosi – ha scritto Renato Brunetta sul Foglio in un articolo che è un programma politico distantissimo dai sovranisti – dagli schemi e dai vincoli di un bipolarismo ormai inattuale». 

Qui torna il discorso sulla agenda Draghi, quella cui dovranno/dovrebbero ispirarsi i riformisti di varie estrazioni, e dunque la questione delle forze reali in campo. E su questo aspetto cruciale come al solito i riformisti sono in ritardo. 

Persi appresso a problemi non sempre politici, ai riformisti italiani occorrerebbe quello slancio vitale teorizzato oltre un secolo fa da Henri Bergson, l’idea cioè di cercare le proprie strade in modo creativo, non arrestandosi di fronte agli ostacoli. 

Da questo punto di vista è innegabile che uno che continua a cercare la via giusta sia Carlo Calenda che organizza per il 24 settembre a Milano «un grande incontro per la costruzione del polo liberaldemocratico aperto a tutte le personalità e ai partiti che sono stanchi del bipopulismo». 

Calenda ieri ci ha confermato che ci sarà anche Italia viva ma di non aver parlato con Matteo Renzi, il quale in questo periodo, registrando con ardore la disfatta contiana, ha dato l’impressione di voler attendere ancora prima di definire una scelta strategica, evidentemente pensando di tenersi aperte tutte le porte. 

Il Partito democratico dovrà scegliere se stare con Maurizio Landini o con Mario Draghi e soprattutto se darà una mano a smontare quello che improvvidamente il politologo Piero Ignazi ha definito «la svolta laburista di Conte». 

Dopo aver scoperto che l’avvocato del popolo è ormai un uomo alla ricerca di un seggio parlamentare per sé più che un punto di riferimento fortissimo dei progressisti, è significativo che ieri Enrico Letta abbia ribadito che questo è l’ultimo governo della legislatura. E che dunque la campanella dell’ultimo giro prima del voto è suonata anche al Nazareno. Il momento del frontale contro i bipopulisti si avvicina.

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