Piccola MoscaL’atteggiamento ambiguo della Svizzera sulle sanzioni alla Russia

Le banche nazionali elvetiche gestiscono circa 150 miliardi di dollari di clienti vicini al Cremlino. Berna dice di volersi accodare all’Ue, ma non sta facendo abbastanza contro la cerchia ristretta di Vladimir Putin

AP/Lapresse

La Svizzera è impegnata a punire la Russia per l’invasione dell’Ucraina così come fanno gli altri Paesi europei. Almeno all’apparenza. Nei fatti, le promesse di sanzioni da parte di Berna non si sono tradotte in grossi movimenti contro le aziende russe che operano sul territorio. E la sensazione è che la piccola nazione alpina non stia facendo abbastanza contro il Cremlino e la cerchia ristretta di Vladimir Putin.

«Ancora oggi infatti l’80% delle materie prime russe arriva sul mercato attraverso la Svizzera, soprattutto passando da Zug. Le banche svizzere gestiscono circa 150 miliardi di dollari di clienti russi, secondo l’associazione bancaria del Paese», scrive il Wall Street Journal. Mentre per il gruppo di trasparenza Public Eye di Zurigo, 32 degli oligarchi più vicini a Putin hanno proprietà, conti bancari o attività commerciali in Svizzera.

Molti hanno case o aziende a Zug. Al punto che il partito di opposizione cittadino da qualche tempo ha iniziato a portare i visitatori in un tour delle proprietà degli oligarchi e i giornali nazionali hanno soprannominato Zug la “Piccola Mosca”.

I legami del regime di Putin con la Zug risalgono ai primi giorni della sua presidenza e a una cerimonia nel tentacolare palazzo in stile art nouveau del Canton Zugo, il Teatro Casino. Nei giorni in cui l’esercito russo bombardava la repubblica cecena, nel 2002, Putin ricevette il “Premio per la pace di Zug” dal Forum per il disarmo nucleare.

Non è un caso che quest’anno molti degli oligarchi che investono a Zug non siano stati toccati dalle sanzioni. Tra questi c’è anche Roman Abramovich, maggiore azionista di Evraz Plc, un’azienda siderurgica e mineraria russa che ha una filiale commerciale nel cantone. Evraz è stata sanzionata nel Regno Unito, dove è quotata alla Borsa di Londra, ma non è stata sanzionata in Svizzera.

Nei primi quattro mesi dall’inizio dell’invasione, le autorità svizzere hanno congelato 6,8 miliardi di dollari di beni finanziari russi e 15 tra case e altre proprietà, secondo la Segreteria di Stato per gli Affari Economici, nota anche come Seco, l’ente incaricato dell’attuazione delle sanzioni stesse.

Sembrano numeri enormi, anche perché il resto dell’Unione europea ha congelato 14 miliardi di dollari di beni di oligarchi, tra cui fondi, barche, elicotteri e proprietà immobiliari, e altri 20 miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Ma in più i Paesi dell’Unione hanno bloccato circa 200 miliardi di dollari di transazioni finanziarie. E, come detto, per la Svizzera passa una grossa quota del mercato russo.

Per questo motivo gli Stati Uniti hanno chiesto ai funzionari svizzeri di fare di più per individuare il denaro e le proprietà russe. «Invece di permettere alla Russia di abusare del sistema finanziario globale, dovrebbero opporsi», ha detto il senatore Roger Wicker, presidente della Commissione statunitense per la sicurezza e la cooperazione, che promuove i diritti umani, la sicurezza militare e la cooperazione economica.

Il governo di Berna ha respinto ogni tipo di critica sottolineando che sta facendo tutto il possibile per dare la caccia alle attività inserite nella lista nera da parte di Bruxelles. «È chiaro che il volume delle sanzioni contro la Russia e la Bielorussia, così come la velocità con cui sono state adottate, crea alcune sfide per le autorità che devono porle in opera, in Svizzera e altrove», ha dichiarato una portavoce della Seco.

La Svizzera ha uno status riconosciuto di hub finanziario globale, eppure le sue autorità di regolamentazione lavorano con risorse piuttosto limitate: fino a poco tempo fa la Seco aveva solo 10 funzionari dedicati alle sanzioni, poi il governo ne ha assunti altri cinque.

C’è anche un problema legato alla segretezza dei documenti relativi alle grandi società: «Banchieri svizzeri e attivisti per la trasparenza sostengono che negli ultimi anni miliardi di dollari di beni di clienti russi sono stati trasferiti a nome di coniugi e figli, un fenomeno che si è accelerato nel periodo precedente la guerra», scrive il Wall Street Journal.

Un esempio che spiega questa dinamica è quello di Andrey Melnichenko, uno dei più ricchi oligarchi russi, da tempo residente in Svizzera. Berna lo ha sanzionato a inizio anno, mettendosi in scia dell’Unione europea.

Lo scorso 9 marzo, Bruxelles ha aggiunto il nome di Melnichenko alla sua lista nera, descrivendolo come membro della «cerchia più stretta di Vladimir Putin», spiegando che è coinvolto in attività vitali per il governo di Mosca. In Italia, ad esempio, la polizia ha sequestrato il suo yacht, il più grande del mondo.

Tra le sanzioni a Melnichenko però non rientra la EuroChem Ag, un’azienda fondata da lui nel 2001 che è cresciuta fino a diventare uno dei principali produttori di fertilizzanti al mondo, con un fatturato 2021 di 10,2 miliardi di dollari.

L’azienda non è stata toccata perché il giorno prima dell’annuncio delle sanzioni, secondo un documento firmato dal direttore finanziario di EuroChem, il magnate ha rinunciato ai suoi interessi presenti in un trust cipriota che deteneva il pacchetto azionario della società. E la moglie di Melnichenko, Aleksandra, un’ex popstar serba, è rimasta l’unica beneficiaria del trust.

«Dal momento che Melnichenko non possiede, detiene né controlla più alcun fondo o risorsa economica del Gruppo EuroChem, il Gruppo EuroChem e i membri del Gruppo EuroChem non sono soggetti alle misure di congelamento dei beni dell’Unione europea», scrive il Wall Street Journal, citando come fonte un documento del Gruppo. Poi il 28 marzo, la Seco a sua volta ha stabilito che non ci sarebbe stato bisogno di congelare i beni o conti bancari di Eurochem.

La situazione è cambiata a giugno, quando la Commissione europea ha contrastato la decisione della Seco, stabilendo che la moglie di Melnichenko traeva indebiti vantaggi dal marito e doveva essere sanzionata.

La Svizzera ci ha messo un po’ ma ha seguito l’esempio inserendo Aleksandra Melnichenko nella lista nera, ma rinunciando ancora una volta a sanzionare EuroChem.

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