Arcobaleno spentoIl contestato annullamento dell’Euro Pride a Belgrado

Il presidente Aleksandar Vučić ha deciso di rinviare il grande evento Lgbti previsto nella capitale serba dal 12 al 18 settembre, cedendo così alle pressioni della Chiesa ortodossa e dei movimenti nazionalisti. «Se confermata, rappresenterebbe un deciso passo indietro nel percorso di avvicinamento di Belgrado all’Unione Europea», dice a Linkiesta Ivan Scalfarotto

LaPresse

Rinviato a tempi migliori e, dunque, annullato l’EuroPride in programma a Belgrado dal 12 al 18 settembre. Ad annunciarlo sabato in diretta televisiva il presidente serbo Aleksandar Vučić, che, facendo esplicito riferimento alla «parata dell’orgoglio (Parada ponosa, ndr) o come si chiama», fissata a sabato 17, ha dichiarato: «Non lo dico perché ne sono felice, ma perché non possiamo ospitarla adesso con la questione Open Balkan e una grave crisi in Kosovo, che durerà almeno fino al 31 ottobre e che, temo, potrà solo aggravarsi». 

Adducendo anche la crisi energetica e alimentare come ulteriore motivazione, invero perspicua solo se correlata alla dipendenza dalla Russia sulla questione gas (la Serbia ne importa l’85% da Mosca), il capo di Stato ha riconosciuto che «in tal modo si mettono a rischi i diritti di una minoranza e questo è un problema. Ma di problema ne abbiamo attualmente un altro: come Paese siamo infatti sotto pressione. Non si tratta di essere più o meno forti. Semplicemente non si può avere tutto in una sola volta. Aspettiamo tempo più felici, quando ci saranno molte meno bugie». 

Vučić non ha infatti mancato di stigmatizzare le false affermazioni, propalate nelle settimane precedenti, secondo le quali le persone partecipanti all’EuroPride avrebbero attaccato chiese e monasteri.

In un successivo comunicato fatto diramare da Ana Brnabić, che il presidente aveva poco prima riconfermato come prima ministra per un terzo mandato conferendole l’incarico di formare un nuovo governo, l’argomento della crisi energetica è stato ripreso per spiegare la disposizione immediata dello spegnimento delle illuminazioni rainbow «sull’edificio del Governo della Repubblica di Serbia, sull’edificio del Ministero delle Finanze e del Ministero dell’Economia, sull’edificio della Presidenza, nonché su altri edifici e strutture dove non è necessario». 

Si è poi rilevato come «in questo momento non sussistano le condizioni per lo svolgimento sicuro dell’evento EuroPride 2022, soprattutto in considerazione del fatto che alcuni gruppi estremisti potrebbero approfittare d’una tale manifestazione e della volontà della Serbia di organizzarlo per aumentare ulteriormente le tensioni e portare la stessa Serbia all’instabilità». 

A soffiare sul fuoco negli scorsi giorni erano stati infatti numerose organizzazioni ultranazionaliste e partiti di destra, tra cui il Movimento serbo Dveri, dopo che a inizio mese migliaia di persone avevano sfilato contro l’EuroPride per le vie della capitale con tanto di cartelli recanti le scritte «Proteggere le famiglie» e «Tenete le mani lontano dai nostri figli». 

Né è stato da meno il clero della Chiesa ortodossa serba, un cui autorevole esponente, il vescovo di Banat Nikanor Bogunović, non solo ha lanciato anatematismi «contro tutti coloro che organizzano e partecipano a una cosa del genere» ma è arrivato ad invocare l’uso delle armi. Appello che ha trovato un’eco sinistra nelle diciture eseguite con vernice a spruzzo nel centro della capitale: «Il sangue scorrerà a Belgrado, non ci sarà la parata gay a settembre».

E proprio dal Santo Sinodo della Chiesa ortodossa serba è arrivata, sempre sabato, una nota di plauso al presidente Vučić e al Governo per «questa decisione responsabile»: una «tale “sfilata”, al servizio della promozione dell’ideologia LGBT, che sta cercando di imporsi sull’Europa e sul cosiddetto mondo occidentale in generale» servirebbe infatti a «provocare solo nuove divisioni». 

Parole, queste, che sembrano richiamare quelle recenti del patriarca di Mosca Kirill con cui l’omologo di Belgrado Porfirije ha eccellenti rapporti. Non s’esclude, d’altra parte, che sulla risoluzione di Vučić, tanto filorusso quanto filoeuropeista a seconda delle convenienze e solo in apparenza neutrale sulle rivalità tra Mosca e Occidente, abbia potuto influire il Cremlino, la cui legge contro la cosiddetta propaganda omosessuale impedisce da anni la realizzazione di marce dell’orgoglio in territorio russo.

Ma la questione è tutt’altro che risolta e non si può certo parlare di pacificazione degli animi. Quello che si prospetta è infatti un muro contro muro tra autorità serbe e realtà LGBTQI. Goran Miletić, coordinatore dell’EuroPride 2022, ha detto che solo a chi organizza compete di annullare o posticipare la manifestazione, mentre per Kristine Garina, presidente di EPOA (European Pride Organisers Association), «il presidente Vučić non può cancellare l’evento di qualcun altro. L’EuroPride non è stato cancellato e non sarà cancellato». 

La stessa attivista, dopo aver ricordato come la prima ministra serba avesse promesso il pieno sostegno del governo durante il processo di candidatura di Belgrado quale sede dell’EuroPride 2022 ha dichiarato d’aspettarsi «che quella promessa venga rispettata». Anche perché dal 2017 Ana Brnabić, lesbica dichiarata e compagna di Milica Đurđić, con cui è madre del piccolo Igor – ma in Serbia le coppie di persone dello stesso sesso non godono di alcun riconoscimento legale al pari dell’omogenitorialità –, ha sempre partecipato in veste ufficiale alle parada ponosa di Belgrado.

Ed è alla prima ministra che fa appello, attraverso Linkiesta, Ivan Scalfarotto, osservando come «Ana Brnabić, lei stessa parte della comunità LGBTQI serba, abbia in precedenza assicurato agli organizzatori di EuroPride il pieno sostegno del suo esecutivo. Mi auguro dunque che il governo di Belgrado confermi l’appuntamento continentale e respinga ogni tentazione di aderire a quella cultura di intolleranza e di odio nei confronti delle persone LGBTQI, che giunge in particolare da quella Russia oggi impegnata in un’aggressione armata, secondo alcuni giustificata proprio dalla contrapposizione agli inderogabili valori europei di inclusione e di rispetto verso ogni orientamento sessuale o identità di genere». Per il sottosegretario all’Interno, che sottolinea come «la Serbia sia un paese importante nel quadrante dei Balcani occidentali», la decisione del presidente Vučić, «se confermata, rappresenterebbe senza dubbio un deciso passo indietro nel percorso di avvicinamento di Belgrado all’Unione Europea, che l’Italia sostiene da sempre». 

Gli fa eco Yuri Guaiana, segretario di Lgbti Liberals of Europe e senior campaign manager di All Out, che ritiene «ingiustificabile l’annunciato divieto dell’EuroPride, considerando che la Corte costituzionale serba ha dichiarato incostituzionali i divieti dei Pride in Serbia nel 2011, 2012 e 2013. In qualità di Paese candidato all’adesione all’Unione Europea, la Serbia dovrebbe mostrare un maggiore rispetto per i valori europei e i diritti umani». 

L’attivista per i diritti civili ricorda inoltre al nostro giornale d’essersi recato «nel 2014 in Serbia, per portare la solidarietà di ILGA-Europe al Pride di Belgrado. Pride, che si teneva dopo i due tentativi del 2001 e del 2010, caratterizzati dai violenti attacchi di nazionalisti serbi ai manifestanti e da numerosi ferimenti. Allora il governo era determinato a non permettere in alcun modo la ripetizione di quanto era avvenuto nelle precedenti due occasioni».

Poi alcuni dati inquietanti: «L’area era stata completamente transennata e per accedervi si doveva passare una meticolosa perquisizione. Una volta entrati ci siamo trovati uno schieramento di centinaia di militari, a volto coperto, armati di mitragliatrice e in tenuta da combattimento, dispiegati lungo parte del breve percorso e in altri punti chiave come gli incroci. In lontananza ho visto persino dei carri armati! Sono passati molti anni da allora e molto è cambiato». Ma, conclude Yuri Guaina, «quell’episodio dimostra che, se vuole, il governo può garantire il diritto umano fondamentale alla libertà di riunione e di associazione pacifica. Un Paese, che aspira a far parte della Ue, questo dovrebbe fare e non cedere, dunque, alle pressioni della Chiesa ortodossa e dei gruppi di estrema destra».

Non bisogna d’altronde dimenticare quanto detto, il 12 settembre 2017, dal noto sociologo serbo Jovo Bakić sui legami tra il Partito Progressista Serbo (SNS), fondato da Aleksandar Vučić, e i gruppi di estrema destra. Legame risalente ai tempi in cui l’attuale presidente militava nel Partito Radicale Serbo (SRS). Bollando gli estremisti quali «utili idioti», Bakić aveva fatto allora notare come essi «attacchino a comando e, quando si vieta loro di attaccare, restano calmi. Le prove per questo sono costituite da tutte le parate dell’orgoglio che si sono tenute finora: quando Aleksandar Vučić era all’opposizione, questi gruppi avevano piena libertà e Belgrado era quasi sotto assedio. Ma da quando è salito al potere, questi gruppi sono calmi e le persone LGBTQI possono adesso marciare normalmente». 

Da qui l’invito a non illudersi, perché gli estremisti sono i «pit bull di Vučić al guinzaglio: quando è necessario, li rilascia». Per il sociologo il Partito Progressista Serbo userebbe gruppi squadristi, ogniqualvolta avrebbe l’intenzione di distogliere l’attenzione del pubblico da questioni difficili. È allora che i «pit bull – concludeva Bakić – attaccano capri espiatori come le associazioni Lgbti o altre organizzazioni non governative». Insomma, è necessario, soprattutto quando si parla della presidenza di Vučić, evitare l’alea di valutazioni semplificative in riferimento alla Serbia. E non solo per quel che attiene alle questioni Lgbtqi.

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