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Lavorare nella filantropiaIl non profit ha bisogno di nuovi talenti, dice Delphine Moralis

Negli ultimi anni – spiega la ceo di Philea – si assiste a una crescita importante del settore, che si traduce anche nella creazione di nuove opportunità professionali. Ma quello che non può mancare, per fare carriera in questo comparto, è un set di soft skill quali capacità di ascolto, apertura mentale, assenza di pregiudizi

(Unsplash)

Il settore non profit e, più in generale, la filantropia giocano un ruolo centrale in questo momento storico. «Negli ultimi due anni, tra la pandemia e il conflitto in Ucraina, abbiamo visto come questo settore sia in grado di rispondere ai bisogni in modo immediato, ma, allo stesso tempo, con una visione di lungo termine. Inoltre abbiamo osservato la sua forte capacità di generare innovazione», spiega Delphine Moralis, ceo di Philea (Philanthropy Europe Association), organizzazione che rappresenta oltre 10mila fondazioni ed enti filantropici in più di trenta Paesi in Europa.

Secondo l’esperta, la filantropia è oggi chiamata a svolgere un ruolo cruciale, con un approccio intersettoriale, riguardo a sfide importanti, come la questione climatica, il tema delle disuguaglianze, la democrazia. Deve fungere da costruttore di ponti e facilitatore, stimolando l’innovazione, spingendo verso la ricerca e lo sviluppo di nuove soluzioni per problemi annosi.

Il non-profit sta crescendo, dunque. E cresce anche il bisogno di figure professionali, con diverse competenze tecniche: ricercatori, scienziati, ma anche program manager, comunicatori. Professionalità differenti, ma accomunate da alcune skill trasversali indispensabili come la capacità di ascolto, l’apertura mentale, l’assenza di pregiudizi, e poi, ancora, la capacità di cogliere e interpretare il quadro generale, una forte passione.
Come evidenzia Moralis, «persone che vogliono cambiare il mondo, che credono che sia possibile, ma che sono molto consapevoli, critiche e riflessive su come realizzare questo cambiamento».