Testimoni silenziosiLe chiacchiere a vuoto e i silenzi che parlano (in attesa delle liste)

I maggiorenti di Forza Italia e del Partito democratico tacciono in attesa di capire se saranno assegnati a collegi perdenti o in base come andranno le elezioni per attuare la solita resa dei conti. Ma agli elettori chi spiegherà il senso delle scelte scellerate fatte finora?

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La crisi politica e l’avvio della campagna elettorale hanno portato a un’esplosione di parole, spesso inutili e contraddittorie, ma bisognerebbe fare una riflessione su certi silenzi. La questione riguarda sopratutto il Partito democratico e Forza Italia, i due partiti che potrebbero uscire stritolati dalla combo ”legge elettorale non modificata-elezioni anticipate”. Lorenzo Guerini, Dario Franceschini, Alessandro Alfieri, Giovanni Toti e Renato Brunetta avrebbero molto da dire ma per ora sono il contraltare silenzioso dei molti rumorosi chiacchieroni dalla sentenza tranchant, liquidatori frettolosi di politiche più meditate, tipo il fatuo Antonio Tajani, la mosca cocchiera Maurizio Lupi e la volpe in cerca di pellicceria Bruno Tabacci.

In casa Pd fa impressione il silenzio nei momenti decisivi delle componenti in realtà più corpose e in teoria determinanti nel sostegno alla segreteria: quella di Guerini-Lotti-Alfieri, e anche quella di Franceschini, che ha il merito di aver posto per tempo l’aut aut al Conte anti Draghi, ma poi si è eclissato quando si è trattato di sostenere l’operazione politica con Carlo Calenda, lasciando fare, non senza compiacimento, sull’arruolamento dei marginali anti Draghi.

Più comprensibile il ruolo di testimonianza silenziosa di Andrea Orlando, che ha portato a casa la mutilazione dal centro e si riserva di colpire e affondare Enrico Letta il 26 settembre a causa della separazione delle carriere progressiste attuata con il partito di Conte, oggettivamente fuori tempo massimo, nella logica orlandiana. 

Ma perché Guerini non ha avuto niente da dire sulla vicenda di Calenda? Un Pd tutto spostato a sinistra nelle alleanze residuali anti Draghi, non può star bene a tutti questi ex renziani rimasti al Nazareno proprio per dimostrare, così dicevano, il pluralismo riformista del partito e la continuità di una politica, al netto di un leader scomodo, un compagno che sbagliava nei comportamenti.

Si obietta che in campagna elettorale non si possono aprire dibattiti esistenziali veri, ma solo scaramucce che distraggano gli elettori. Ma la questione Calenda, visto che il tema dei collegi elettorali era stato risolto alla grande a favore di chi alla fine non ha accettato, lascia sul terreno – irrisolto – un problema enorme di sostanza, giustamente sollevato da Michele Salvati sul Corriere della Sera, riguardante la vera natura del partito, la sua stessa capacità di modernizzarsi finalmente, cosa impossibile se si vuol dare un contentino a Nicola Fratoianni e persino a uno come Angelo Bonelli, che ha distrutto alla radice, negli anni, la possibilità che esista in Italia, unico paese o non averlo, un partito verde. Per non dire di Luigi Di Maio, su cui stendere solo un velo di silenzio, in questo caso pietoso.

Oggi come oggi, il Pd é così esposto all’incertezza di tanti elettori che sono rimasti col Nazareno non solo per battere la destra (schema che questi ceti non ritengono primario perché evidentemente troppo strumentale e riduttivo), ma apprezzandone la serietà sostanziale, l’affidabilità di governo, la faticosa rappresentanza dei ceti produttivi, al di la del circuito del seguito tradizionale, sostanzialmente conservatore, dei ceti impiegatizi pubblici.

Ha ragione Calenda quando è tentato di sfidare Nicola Zingaretti nel centro storico di Roma. Qui può annidarsi un dissenso e un fastidio che sa che la caduta di Draghi non è colpa del Pd, ma rischia di non riconoscere più in quel partito l’argine alle future derive populiste. Come potrebbe farlo, con la zavorra che ha imbarcato?

Oltretutto il nuovo disegno dei collegi, conseguente la sciagurata acquiescenza di Enrico Letta alla riduzione del numero dei parlamentari, potrebbe produrre un mix di elettori non proprio promettente per il partito ex garante della governabilità. E quindi proprio il ruolo del corpaccione più moderato dei Dem avrebbe dovuto dare segnali più convinti e sostanziosi. Altrimenti, anche e soprattutto questa campagna elettorale è solo una fase dell’eterno congresso del Pd, con Letta giunto al capolinea per oggettiva inutilità del suo ruolo di punto di equilibrio. 

La scelta in controtendenza del politicamente ingenuo Carlo Cottarelli a candidato bilancia verso Fratoianni non sarà solo una foglia di fico, ma semplicemente un posto parlamentare in meno a disposizione della spartizione interna. E questo è ancor più difficile da perdonare. La sua navigazione dentro questo mare durerà prevedibilmente poco. 

Qualcosa va detto peraltro sui cosiddetti centristi. Tutti bravi a dissentire da Berlusconi and company, a far credere per mesi che nasceva qualcosa di nuovo. Interviste, convegni, loghi e simboli. Tutto finito non appena hanno spiegato a Toti che cadeva la sua Giunta il giorno dopo e che la carriera di Luigi Brugnaro non prevedeva gondole sulle acque del Tevere. Tutti zitti e buoni, a farsi dare seggi non occupati da Giorgia Meloni. Per rimescolare la politica italiana, passare domani.

Quanto a Forza Italia, è vero che tutto è stato compromesso in quel pranzo a Villa Grande del 21 luglio in cui si è deciso di essere una volta tanto determinanti, ma nella direzione sbagliata, diventando i maramaldi del governo Draghi, che poteva sopravvivere al bluff di Conte, ma non poteva stare in piedi se il partito più responsabile del centro destra tirava il sasso cercando maldestramente di nascondere la mano.

Decidendo di assoggettarsi a Matteo Salvini e illudendosi di poter controllare Meloni, il partito guidato da Licia Ronzulli ha scelto di perdere l’ultima occasione di raccontare la favola bella dei liberali che curano gli interessi dei moderati contro le sinistre e contro gli estremisti. Insomma, la definizione di un centrodestra che ormai non c’è più. Difficile dire quanti siano i silenziosi che un po’ si vergognano di quanto è accaduto ma abbozzano, almeno fino a quando non saranno assegnati a collegi perdenti. 

Certo sono di più di Andrea Cangini, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna. Caso a parte quello di Brunetta, il cui silenzio impressiona più di altri ma in senso tendenzialmente positivo. Vi si legge, salvo smentite, una sofferenza vera, più nobile.

Difficile capire dove siano oggi questi liberali che raccontavano che stavano rieducando Salvini, dopo aver evitato la discesa dalle valli bergamasche di 300 mila bossiani arrabbiati (purtroppo le valli bergamasche arrivano a malapena a 50 mila abitanti, causa miopia prima Dc e poi Lega sulle infrastrutture). 

Quelli che hanno sdoganato Gianfranco Fini purché stesse buono, altrimenti lo cacciavano, e avevano visto di buon occhio la nascita di un partito di destra, con tanto di fiamma. Purché restasse piccolo, naturalmente. A tutto si provvedeva da Palazzo Grazioli, una vita prima che il centrodestra venisse convocato finalmente in una sede neutrale. Educatori falliti, oggi seguaci consenzienti del populismo e del sovranismo, cose che allontanano dall’Europa con la quale i loro stessi elettori campano? Anche questo silenzio èun impoverimento che il Paese rischia di pagar caro.

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