Bomba a orologeriaMartoriato da guerre e siccità, il Sahel è un’emergenza che rischia di travolgerci

Carestie, crisi idriche, terrorismo e insabilità. E da qualche tempo si aggiunge anche la presenza dei mercenari russi della Wagner, pronti a controllare i flussi di migranti per condizionare le elezioni europee. Il ritratto di una regione che non ci si può più permettere di trascurare

di Connor Scheidler, da Unsplash

È già il teatro di ogni tipo di crisi – dal terrorismo alla povertà – a cui si aggiunge anche, negli ultimi mesi, la pericolosa propaganda di Mosca. La mancanza di acqua e la crisi idrica, che in questi mesi appare nella sua drammaticità anche in Italia e in Europa, avrà un effetto rilevante anche nella regione del Sahel, diviso da scontri etnici, segnato dalla corruzione e da una persistente fragilità. Le conseguenze saranno grossi stravolgimenti sulla regione e sulla sua stabilità, con inevitabile crisi alimentare, conflitti etnici e incremento – inevitabile – dei profughi interni ed esterni.

Tutte conseguenze che si riverseranno per questioni di sicurezza e aumento di flussi migratori, anche questo in modo inevitabile, in Italia, il Paese europeo che per ragioni geografiche è il più esposto alle crisi che investono parte della macro-regione del mediterraneo allargato, soprattutto nel Nord Africa e nel Sahel. A questo si aggiunge il sospetto delle ultime settimane che la Russia – attraverso i mercenari della Wagner – abbia un piano preciso per destabilizzare l’area e influenzare la campagna elettorale italiana con l’aumento incontrollato delle partenze di migranti dalla Libia provenienti dal Sahel.

Da anni il nostro Paese persegue obiettivi che vanno verso la stabilizzazione della regione, primariamente per questioni legate al controllo di flussi migratori. Negli ultimi mesi tuttavia, la crisi energetica e la progressiva autonomia dal gas russo hanno spinto l’Italia a tornare a occuparsi di quel che accade nel Mediterraneo e a stipulare partnership e accordi per diversificare le forniture energetiche, in particolare con Algeria, Angola e Congo, e riportando al centro dell’agenda italiana – specie di politica estera – il tema della stabilizzazione della Libia.

Preoccupazioni riguardanti non solo il Sahel ma tutto il Mediterraneo allargato, che hanno indotto la Nato – dopo il summit di Madrid del giugno scorso – a dedicare rinnovata attenzione al “Fianco Sud ” dell’Alleanza, dalla Libia alla Tunisia, fino ad Algeria e Marocco.

La siccità e la crisi idrica che sta colpendo non solo l’Italia ma anche gli altri paesi del Mediterraneo, da aggiungere alla crisi alimentare e alla crisi energetica che investe l’Europa, hanno effetti catastrofici in Africa. Già all’inizio dell’anno il Corno d’Africa è stato colpito dalla siccità più grave degli ultimi 40 anni, con 13 milione di persone al rischio fame tra Etiopia, Kenya e Somalia. La mancanza di acqua e la crisi dei raccolti peggiora anche i deboli equilibri interni, riversandosi sui conflitti tra tribù locali e varie etnie.

Ma è innegabile che a destare più preoccupazione sia la fragilità e l’instabilità del Sahel, in quanto frontiere meridionale d’Europa e dell’Alleanza atlantica. Ricco di risorse naturali, territorio immenso e quasi impossibile da controllare, rifugio di gruppi terroristici, il Sahel è da sempre al centro della politica estera francese, che nella regione ha ancora molti conti in sospeso, costretta a “occuparsi e preoccuparsi” di ciò che accade nelle sue ex colonie della Françafrique.

Nel Sahel la Francia ha guidato diverse missioni militari dal 2013, da Servant a Barkane fino all’ultima operazione, Takuba, cessata poche settimane fa, che ha coinvolto anche l’Italia, altri Paesi europei e i membri del gruppo G5 Sahel (Mauritana, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad).

Lo scopo dell’operazione è stato il contrasto al jihadismo e il controllo dei traffici che coinvolgono non solo il Mali, ma tutta la regione del Sahel, dove sembrano orami stabilmente essersi stanziati anche i mercenari russi Wagner. A febbraio è stato annunciato dal presidente Emmanuel Macron il ritiro dal Mali, ma non l’abbandono della Francia alla sua ex colonia, da cui da una parte viene chiamata a intervenire dalle istituzioni maliane, e dall’altra accusata di neocolonialismo nella regione.

La situazione in Mali si è deteriorata dopo la penetrazione di Mosca con la sua brigata di mercenari e dopo il colpo di stato del 2021, che ha portato il Paese africano fuori dal G5 Sahel e l’Unione Europea a sospendere le missioni di addestramento militare EUTM Mali e EUCAP Sahel Mali.

Anche in Ciad non si respira aria tranquilla, dopo l’uccisione lo scorso anno del presidente Idriss Deby, alleato più forte dei francesi nel Sahel, a cui è succeduto un governo transitorio guidato dal figlio di Deby, Mahamat, che promette la democrazia e le elezioni nel 2023, in un paese dove due milioni di persone soffrono la fame e che ospita migliaia di rifugiati provenienti dal Camerun.

Ma non è solo la sicurezza e le questioni politico militari a rendere pericolosa la situazione del Sahel.

La carenza strutturale di acqua, la siccità e la mancanza di cibo stanno causando emergenze alimentari gravissime, in una regione in cui la crisi climatica riversa già i suoi effetti in modo lampante e dimostra come il cambiamento climatico sia già in atto e influenzi – in senso peggiorativo – la vita delle persone, già allo stremo a causa di conflitti etnici e terrorismo nel Sahel.

La fame e la crisi alimentare, dovuta all’aumento dei prezzi e alla siccità, porta un aumento dei conflitti tra etnie e gli attacchi di gruppi armati, che imperversano nei villaggi a caccia di cibo. Con un aumento degli sfollati e dei movimenti interni di profughi.

L’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi, dopo la sua visita in Sahel parla di 4,8 milioni di persone rifugiate in Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger. Particolarmente delicata su questo fronte è la situazione di Agadez, la porta del deserto, punto di approdo dei migranti provenienti dal corno d’Africa diretti in Libia. La città paga le conseguenze di ciò che avviene nei Paesi vicini, dove le guerre civili hanno portato migliaia di persone a rifugiarsi in Niger.

Profughi in fuga dai gruppi armati che cercano cibo e pace in un Paese già piegato da anni di siccità e mancanza di pioggia.

La siccità è devastante anche per il Burkina Faso, già oppresso dal terrorismo jihadista, e che ora conosce sulla propria pelle gli effetti del cambiamento climatico già da un decennio.

La condizione delle persone, donne e bambini soprattutto che vivono in Sahel ha un’eco ancora troppo debole in Europa, nonostante la regione nigerina di Agadez da cui arrivano i migranti diretti in Libia sia considerata frontiera meridionale del vecchio continente.

Ma la fame che affligge l’Africa da qualche anno sembra essere passata in secondo piano nelle agende delle potenze mondiali e dell’Europa, impegnata a contenere i flussi migratori e assicurare stabilità e sicurezza nel continente, che ora rischia seriamente di diventare l’ennesima pedina in mano a Mosca per continuare la sua guerra ibrida contro l’occidente.

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