Indignazione selettivaQuei comici che ci salvano dall’obbligo di non dare fastidio a nessuno

Valeva la pena di andare fino a Londra per vedere Chris Rock e Dave Chappelle. Così è diventato ancora più chiaro come i monologhisti si impegnino più degli editorialisti a rompere i coglioni alle contraddizioni dell’Occidente. E, se fanno ridere, almeno lo fanno apposta

Photo by Gift Habeshaw on Unsplash

«Sono stato sui giornali diciassette settimane. Poi la Russia ha invaso l’Ucraina». Dave Chappelle è convinto d’essere il più bravo comico vivente, è il monologhista più guardato su Netflix, e quest’anno è stato sui giornali: perché parte del personale di Netflix ha protestato contro la sua presenza sulla piattaforma; perché avrebbe fatto delle battute contro i trans (l’idea che una battuta sia contro qualcuno è una delle più interessanti forme di stupidità contemporanea); perché un tizio durante uno spettacolo a Los Angeles l’ha aggredito sul palco, poche settimane dopo che Will Smith aveva schiaffeggiato Chris Rock sul palco degli Oscar.

Quando compare sul palco di Londra su cui si è appena esibito Chris Rock (che è davvero il più bravo comico vivente), Chappelle è vestito come un pirla (come sempre), e fa un monologo quasi interamente dedicato a quelle diciassette settimane (ma molto meno noioso dei monologhi di Gervais su quelli che lo insultano su Twitter).

Le polemiche elencate, in particolare, valgono: il racconto di come Netflix non solo l’abbia difeso ma abbia imposto a tutti gli impiegati d’inchinarsi al suo cospetto; la battuta «non è vero che ce l’abbiano con me gli LGBTQ: quelli sono gli ebrei» (battuta che ovviamente verrà accusata d’antisemitismo: ve l’ho detto, la stupidità contemporanea è interessante); e una cronaca sublime di quella sera, in cui Chris Rock prese il microfono e disse dell’aggressore di Chappelle «Will Smith, eri tu?», e Chappelle «ero furioso: ti ha menato un mese fa e fai la battuta adesso, rubando il mio momento di gloria?».

È lì che penso a Jenni Konner, l’adulta che Hbo piazzò a badare la venticinquenne Lena Dunham come coautrice di “Girls”. A un certo punto Konner raccontò che l’eccezionalità di Dunham stava nel fatto che le altre avevano bisogno di tempo per elaborare: lei usciva con un tizio, la serata andava male, e la mattina dopo ne aveva già fatto materiale per una puntata.

A maggio avevo visto Chris Rock a Parigi. Aveva fatto quasi lo stesso monologo che ha fatto a Londra ieri e l’altroieri, com’è normale: si portano in tournée i monologhi comici per limarli e poi, quando sei soddisfatto, farli filmare da Netflix che ti darà decine di milioni di dollari, mica i soldi del teatro di Parigi grande come la mia cucina con gli incassi del quale Rock non si sarà pagato neanche la benzina dell’aereo privato.

Al cui proposito: tra le cose che Rock ha tolto dal monologo nella sua edizione londinese, tutta la parte sulla figlia capricciosa e bugiarda e viziata, che se la porti su un jet privato si lamenta non sia l’ultimo modello. Si sarà spaventato per le polemiche italiane sui voli privati? Teme Fratoianni? (Ha tolto anche quella battuta raggelante e stupendissima che era «siamo tutti per il safe abortion, perché col safe abortion ne muore uno solo invece di due»).

A maggio avevo visto Rock, dunque, e su Smith faceva mezza battuta. Tre mesi dopo, ne parla un po’ di più («Se mi ha fatto male? Ha interpretato Mohammed Alì, vedete voi»), ma è chiaramente ancora un tema in divenire, che chissà quanto spazio avrà nella versione finale del monologo.

Chappelle, invece, ha dei tempi di elaborazione à la Dunham, e si piglia tutta l’attualità. Da «io sono un americano e non so un cazzo di niente, ma mica credevo che gli ucraini avrebbero resistito così a lungo», a «sono contento che Will Smith si sia tolto la maschera di ragazzo perbene che si era costretto a portare tutti questi anni», al tizio che l’ha aggredito che l’avrebbe fatto offeso e ferito da una sua battuta sui senzatetto, essendo lui tale – «Per essere un senzatetto, era seduto in dei posti parecchio costosi» – e che è stato rilasciato con una cauzione di soli tremila dollari: «Se costa così poco vado ad aggredire Miley Cyrus, se costa così poco d’ora in poi salto addosso a un paio di persone che mi stanno sul cazzo ogni sera».

Nell’interminabile attesa che lo spettacolo inizi, sul maxischermo vanno immagini della storia della comicità americana: Joan Rivers, Richard Pryor, George Carlin, Eddie Murphy. Li guardi e pensi: certo, i colossi. Poi a un certo punto compare Wanda Sykes, e capisci che il punto non sono i fuoriclasse, perché nessun mercato può sopravvivere solo con fuoriclasse e mezze seghe. Capisci che il problema della comicità italiana non è la mancanza di genio (non è che Corrado Guzzanti e Checco Zalone siano meno giganteschi di Rock e Chappelle), ma la mancanza della classe media (nella comicità e nella società).

Sul metrò che mi porta alla O2 Arena, nessuno vuole venderti detersivi (con quel che inquinano) o biscotti (col male che fa il glutine): tutti i cartelloni pubblicitari vogliono venderti l’appartenenza al club dei giusti. La società di trasferimento di contanti vuole aiutarti a pagare i medici e le scuole di tuo figlio (mica a comprarti la coca); la fiera dei libri si batte contro la censura; la libreria educa contro il razzismo; il sindaco è contrario all’odio.

Ci ripenso quando Rock parla di Lulu Lemon, azienda di abbigliamento per lo yoga che espone in vetrina il cartello contro l’odio e la discriminazione e il razzismo e il sessismo. I loro pantaloni costano cento dollari, dice, quindi c’è qualcuno che odiano e discriminano: i poveri. «Preferireste dei pantaloni antirazzisti da cento dollari o dei pantaloni razzisti da venti?». (Rock la chiama «indignazione selettiva», quella per cui l’internet insorge per un aggettivo sbagliato ma non per cause meno di moda ma più concrete).

Nell’epoca delle buone cause prescrittive, ricordarci che «it’s the economy, stupid» è una delle cose più rilevanti che si possano fare. E nell’epoca in cui gli intellettuali sono troppo impegnati a cercare di compiacere il pubblico per permettersi di dire cose impopolari, a prendersi questo disturbo sono rimasti un po’ di comici. Che siano quelli di Netflix che per una volta decidono di non compiacere i suscettibili perché Chappelle gli porta troppi abbonamenti per rinunciarci, o quelli di Lulu Lemon che fatturano con le buone cause («Lo sapete cosa fa Elon Musk quando vende una Tesla? Si fa succhiare il cazzo»), rompere i coglioni alle contraddizioni dell’Occidente è una cosa che ormai viene meglio ai monologhisti comici che agli editorialisti (e non solo perché i primi, se fanno ridere, lo fanno volontariamente).

Certo, non dar fastidio a nessuno è una strategia rispettabilissima: Jerry Seinfeld ci ha fatto centinaia di milioni di dollari, Sebastian Maniscalco fa tour da decine di migliaia di spettatori. Ma per fortuna ci sono anche quelli che non si limitano, per stare tranquilli, a parlare di com’è noiosa la suocera o cattivo il cibo in aereo. È una delle molte divisioni degli Stati Uniti; un posto, dice Rock, meno compatto dell’Ucraina: «Se la Russia c’invadesse domani, metà degli americani direbbe: beh, diamogli una possibilità».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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