Messaggi da Bruxelles Il commissario Schmit spiega come migliorare il reddito di cittadinanza (senza abolirlo)

Mentre nella prima settimana post-elettorale già si parla dell’abolizione del sussidio bandiera del Movimento Cinque Stelle, dall’Europa arriva una indicazione chiara a chi vorrebbe eliminarlo: «Se viene abolito poi che si fa con chi non ha alcun reddito? Li mandiamo tutti in parrocchia?»

(LaPresse)

Il reddito di cittadinanza non va abolito, però va applicato meglio, in tutte le zone d’Italia, per garantire un adeguato reinserimento nel mondo del lavoro dei beneficiari. Mentre nella prima settimana post-elettorale già si parla della possibile abolizione del sussidio bandiera del Movimento Cinque Stelle, dall’Europa arriva un messaggio chiaro a chi vorrebbe eliminarlo. «Se viene abolito poi che si fa con chi non ha alcun reddito? Li mandiamo tutti in parrocchia?», si chiede Nicolas Schmit, commissario europeo al Lavoro, in un’intervista alla Stampa.

Ieri il lussemburghese ha presentato una raccomandazione che invita gli Stati a modernizzare i propri regimi di reddito minimo secondo una serie di criteri in modo da combattere la povertà e favorire l’inclusione sociale. Oggi più di un quinto dei cittadini Ue è a rischio di povertà e di esclusione sociale. Ovviamente, precisa Schmit, «non stiamo parlando di un reddito universale incondizionato perché lo strumento che ci serve è molto diverso. Deve far parte di una più generale politica di inclusione sociale, per aiutare le persone a tornare nel mercato del lavoro».

Ed è proprio questo il problema del reddito di cittadinanza italiano. «Io credo che il reddito di cittadinanza corrisponda più o meno allo schema che proponiamo noi perché prevede l’integrazione nel mercato del lavoro», spiega il commissario. «Dopodiché ci sono anche quelli che pensano che il reddito universale incondizionato sia la soluzione. Dare una somma ai cittadini e dire: “Fatene ciò che volete”, a prescindere dal fatto che lavorino o meno. Ci sono stati esperimenti simili in Canada e in Finlandia, ma queste esperienze sono state interrotte perché non hanno portato risultati. Io sono assolutamente contrario. Ciò che proponiamo noi è diverso. Il reddito minimo deve esser parte di politiche sociali attive più ampie. Può funzionare solo se ti prendi cura delle persone. Bisogna dare loro un reddito minimo per avere una vita decente, ma bisogna mettere in campo gli strumenti giusti per accompagnarle».

L’Italia quindi non dovrebbe abolirlo, «ma ciò che è importante è che sia legato a politiche di accompagnamento e di inclusione nel mercato del lavoro». Nello schema del reddito, in teoria, tutto questo è previsto. Il problema è che non è applicato, ammette il commissario. «La vera questione è la seguente: è applicato correttamente? Io non posso dire che a Milano sia applicato correttamente e a Lecce invece no… Questo non lo so. Ma è chiaro che si tratta di un elemento importante. Dopodiché devo anche dire che se non c’è lavoro non puoi certo integrare la gente nel mercato occupazionale… Per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro bisogna creare i posti di lavoro, altrimenti non può esserci integrazione».

Schmidt parla anche di aprire alla possibilità di cumulare il reddito con una retribuzione iniziale, per evitare distorsioni. «Se uno inizia a lavorare, anche per un periodo limitato, e questo gli fa perdere il suo reddito minimo, a un certo punto si interroga: perché devo andare a lavorare? Credo che serva un approccio molto più flessibile: lo stipendio deve poter essere cumulato, almeno per un certo periodo. Questo sarebbe un incentivo ad accettare un lavoro e probabilmente a mantenerlo».

E magari anche un disincentivo al lavoro nero, «perché diversamente molti percettori del reddito accettano di lavorare solo a patto di farlo in nero per non perderlo. Così però perdiamo tutti: lo Stato, che non incassa i contributi e anche il datore di lavoro perché non può dichiarare lo stipendio come un costo del lavoro».