Achille ChávezConte punta sul populismo al quadrato, metà “lauriano” metà venezuelano, per tenersi a galla

L’avvocato grillino sta giocando la carta dell’assistenzialismo più spudorato. E per questo risale nei sondaggi, anche grazie a quella parte del Pd per cui è ancora un punto di riferimento fortissimo

Photo by Eleonora Patricola on Unsplash

Nella sua causa persa, l’avvocato Guseppe Conte aveva una sola carta da giocare e in effetti la sta giocando: quella dell’assistenzialismo. Dei sussidi. Secondo l’ex deputato socialista Mario Raffaelli, il reddito di cittadinanza, l’asso nella manica dell’ex premier traformista, può configurare una specie di voto di scambio.

Reduce da una legislatura fallimentare, ambigua e culminata in piena emergenza con il killeraggio del governo di Mario Draghi, l’avvocato del populismo sta rinverdendo i fasti del vecchio Achille Lauro, il leader monarchico di Napoli che sessant’anni fa regalava una scarpa destra promettendo la sinistra dopo il voto, con la differenza che Conte stende sull’operazione demagogica una mano di vernice cosiddetta “progressista”: ma dove sta il progresso nella regalìa di soldi pubblici?.

La situazione è abnorme. Al Sud i percettori del reddito di cittadinanza sono 1,7 milioni. Sono molto cresciuti di numero negli ultimi mesi, Campania e Sicilia guidano la classifica. Aumenta la povertà nel Mezzogiorno, certo, ma l’ex premier grillino non si preoccupa di dire che la sua riforma non ha minimamente funzionato per ciò per cui era stata pensata, cioè aiutare la ricerca di un posto di lavoro: l’avvocato se ne infischia e gira il Mezzogiorno come una Madonna pellegrina stringendo mani e strizzando l’occhiolino al “popolo” che lo vede come quello che dà i soldi. A Napoli, ha raccontato il Corriere della Sera, ha attraversato la zona delle botteghe dei presepi, nei vicoli pieni di persone che provavano ad avvicinarlo.

È il populismo al quadrato: di destra in quanto assistenzialismo statalista-compassionevole, di “sinistra venezuelana” in quanto demagogico-plebeo. Soprattutto, è un modo per salvare la pellaccia in vista di una nuova metamorfosi kafkiana – sperando per lui che non si svegli come un “immondo insetto” – rifacendosi una verginità di estrema sinistra confidando nel crash del Pd dopo il voto. Dal quale potrebbe scaturire una scissione a sinistra guidata ideologicamente da Goffredo Bettini e attuata praticamente dalla sinistra dem, oltre ad altri ex pci come Pier Luigi Bersani (addirittura sospettato dal Foglio di votare M5S) ed ex dc come Francesco Boccia, tutta gente che continua a guardare a Conte come a un punto di riferimento dei progressisti, secondo l’infausta formula dell’ormai lettiano (almeno fino alla mattina del 25 settembre, la sera sarà il primo a fargli le scarpe) Nicola Zingaretti, ex segretario dem.

Da parte loro, Enrico Letta e Dario Franceschini, che hanno capito che il reddito di cittadinanza – fumo negli occhi di qualunque vero riformista – porta voti, si sono messi a cantare le lodi di questo strumento para-clientelare senza rendersi conto di portare acqua al capo del Movimento che da qualche giorno sta rosicchiando loro parecchi voti. Grazie al nuovo “laurismo”, Giuseppi sembra infatti aver risalito la china nei sondaggi.

D’altra parte in una campagna elettorale dominata dalla persistenza del populismo – lo notava ieri Maurizio Molinari – il fatto che l’avvocato riesca a evitare di andare a picco, come vorrebbero la logica e la buona politica, purtroppo ci sta. Il Pd ora lo insegue, ma poteva pensarci prima.

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