Occhi di agnello L’autogol di Letta e l’eterna sinistra illusionistica

Che senso ha attaccare il Jobs Act? Perché il segretario rinnega la stagione riformista? Tanto valeva allearsi con Conte, allora

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A piazzare l’ultimo sberleffo ha provveduto Andrea Orlando: «Penso che Letta non dovrebbe dimettersi dopo il 25 settembre, a maggior ragione se le cose andranno male». Meglio una bella cottura a fuoco lento. A due settimane dal voto guardiamo con sgomento Enrico Letta auspicare una rimonta, quasi a certificare che il sogno di essere primo partito sia ormai svanito. Autogol più o autogol in meno. Ma che il fuoco amico sia così sfacciato è un po’ troppo, e non possiamo non esprimere solidarietà e simpatia umana, purtroppo non politica, all’oggetto di tanta pelosa amicizia.

Il percorso politico del segretario del Partito democratico, dal giorno delle dimissioni di Mario Draghi a oggi è finito già la prima settimana. Pur in presenza di una legge elettorale insensata, Letta aveva a disposizione diverse vie di uscita possibili, anche le più ciniche, ma tali da rendere contendibile il voto. Però ha deciso di scartarle, per infilarsi invece nel cul de sac Fratoianni-Bonelli, che non meritano neppure l’attenzione di un Jean-Luc Melenchon in visita in Italia. 

Resta ancora inspiegabile il tempo perso a non far nulla per cambiare la legge elettorale che già Nicola Zingaretti aveva definito un pericolo per la democrazia. 

Ma le radici non mentono. E le radici bolognesi di Enrico Letta, la mitologia del maggioritario di Arturo Parisi, la leggenda del proporzionale corruttivo, lo hanno mandato controcorrente fin dalla sera della sua prima intervista da segretario, cancellando intese che in quel momento sarebbero state percorribili. 

Alla fine ci siamo tenuti questo finto sistema misto, che risolve tutto nella quota maggioritaria e fa schizzare il futuro istituzionale del paese.

Troppi errori, insomma. Letta ha sprecato un’occasione straordinaria, quella che gli elettori delle amministrative avevano suggerito pochi mesi fa; cioè candidare persone affidabili, competennti sulla scia di Beppe Sala (non di un Enrico Michetti qualunque). Aveva a disposizione un prototipo preciso. Ma invece del nuovo Parlamento dei pochi ma buoni, avremo come al solito i casuali, paracaduti e amici degli amici.

Ormai è tardi, prevale la deriva di una destra senza scrupoli nelle alleanze, l’esatto contrario della nuova ma sempre più antica sinistracentro lettiana. E fa un po’ rabbia, perché non è vero che il Paese si è spostato a destra, sarebbe già qualcosa, ma più banalmente si è mosso di lato, andando in soccorso della probabile vincitrice. 

In realtà ci sarebbero tutte le condizioni nazionali e internazionali per rendere sterile una proposta sovranista, visto che ormai è antistorico un dibattito che non parta dai vincoli geopolitici (e dall’attuazione del Pnrr), in cui un tema come l’immigrazione è diventato marginale, e l’antieuropeismo è un sentimento da no vax, adatto a uno come Gianluigi Paragone, non certo a un grande paese ancora guidato da Mario Draghi.

La cosa che non si perdona a Enrico Letta è quella di metterci del suo, di aggiungere guai ai guai. Per esempio: da dove viene l’assurdo accantonamento e rinnegamento del Jobs Act?

Quando il PD attraversava il deserto berlusconiano andando con Luigi Bersani a trovare le imprese e a capirne i problemi, parlava di quello che questa legge con un cattivo titolo ha poi realizzato compiutamente dopo tanti sforzi di Pietro Ichino e di Tiziano Treu.

Letta sapeva di cosa parlava, oggi c’è uno sconcertante analfabetismo di ritorno. Dice che è finita l’illusione di Tony Blair, ma il leader britannico avrà anche tanti torti, e si è giocato la reputazione in Iraq, consentendo l’avvento dopo di lui di uno come Jeremy Corbyn, ma che c’entra con il Jobs Act?

Il titolo è banalmente obamiano, ma la sostanza è una flexsecurity danese o addirittura svedese anni 50, un impianto che maramaldo Orlando dice che non ha funzionato, ma ha messo ordine nel mercato del lavoro, ripulito di scorie classiste i rapporti tra lavoratori e imprese, applicato un volano ai contratti indeterminati, senza rendere l’omaggio acritico agli stessi.

Insomma, una bella e complicata azione riformista. La rimozione di Blair sembra psicanalitica. Se c’è un riformismo che fa strage dei luoghi e comuni e può funzionare, mette troppo in discussione i punti fermi dell’eterna sinistra illusionistica.

Non poteva cascare in questa trappola vetero di sinistra uno come Enrico Letta, cui vogliamo bene perché quando è stato necessario, una vita fa, prima di andare a Parigi, queste cose le spiegava pazientemente ai post comunisti. Ci viene persino il dubbio che Beppe Provenzano e Andrea Orlando manco glielo avessero chiesto di esporsi così. Il tema non era sul tavolo. E ora che è tornato in auge il tema, Orlando ha ritirato fuori il feticcio dell’art. 18. 

Torneremo indietro anche su questo? Ritorneranno gli scheletri pre Jobs Act, tipo la cassa integrazione per le aziende che hanno chiuso per sempre? 

Se l’obiettivo del segretario era quello di riesumare questi temi, tipo il reddito di cittadinanza (che infatti ora viene rivalutato), allora perché ha deciso di allearsi con l’inutile draghiano Luigi Di Maio, ripudiando il progressista Giuseppe Conte?

Il ciclo si chiude, gli errori riportano al punto di partenza. E Meloni ride. Lei non ha un programma da proporre, le basta ripetere ogni volta che ci si può fidare di lei, e le stanno credendo.

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