Dal Mamounia a MahmoodSvegliatemi quando tutto costerà meno (e saremo di nuovo almeno un poco ricchi)

Che bello sarebbe non preoccuparsi del costo delle corse in taxi, delle stanze d’hotel e delle ostriche negli aerei privati. È tutto talmente carissimo che tocca chiudermi in casa ed entrare in letargo. Buonanotte

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Ho un’amica, la chiameremo Omissis, con cui anni fa – dopo Lehman Brothers, prima del gas russo – ci raccontavamo le notti in trasferta usando come lessico famigliare la pezzenteria dei giornali ai quali collaboravamo.

Ho dormito al Locarno, è mezzo pezzo di Marie Claire; ho dormito al Mamounia, sono cinque pezzi del Venerdì. Era prima che il Mamounia diventasse il posto dal quale la protagonista di Inventing Anna fugge lasciando sessantamila dollari di conto da pagare; era prima che il Locarno iniziasse a far pagare le stanze come fosse il Four Seasons; era prima che «non si può più andare in giro» diventasse il nostro verdonismo.

Nel secolo scorso il giovane Carlo Verdone s’era inventato uno sketch in cui la mamma e la zia si telefonavano dicendosi principalmente «Non sai chi è morto». Noi, che pure amiamo moltissimo aggiornarci su morti e malati onde dire che quand’eravamo giovani mica i cinquantenni avevano tutti il cancro (non importa quanti medici ci dicano che è una falsità: sensazione vince su statistica, sempre), noi ora c’intratteniamo innanzitutto parlando di surgelati, rincarati.

Tutta l’aneddotica fa statistica: l’autista pugliese che mi dice che i bed and breakfast che nell’estate 2021 costavano 70 euro ora ne costano 100; la segretaria incinta del dentista che mi racconta i rincari dei passeggini e quello della sua spesa media all’Esselunga; io che vado a Londra dopo secoli che ne mancavo e trasecolo per tutto: ma come 25 sterline la seconda classe del trenino dalla stazione, ma sono pazzi, ma è una città per oligarchi russi, anzi no, gli oligarchi non vanno più bene come esempio di turisti con soldi da buttare, facciamo emiri arabi, insomma datemi un modulo di protesta da compilare.

È tutto talmente carissimo che, quando il parrucchiere mi dice che gli è arrivata la bolletta dell’elettricità e ha speso sì un pochino di più del solito ma non il triplo come dicono tutti, capisco dal tono che non ci crede neanche lui (e io penso: certo, non tieni mai l’aria condizionata abbastanza fredda, il tuo risparmio è il mio sudore).

Poi la bolletta è arrivata anche a me, e due mesi di aria condizionata a diciotto gradi (scusa Draghi, ma tu mica hai mai avuto la menopausa e la sesta di tette, sennò sapresti che tra la guerra e le caldane non c’è proprio gara quanto a spauracchio esistenziale) mi sono costati meno d’un pezzo di questo giornale, meno d’una colazione a letto al Baglioni, meno d’una spesa in quel negozio di via Paolo Sarpi che fa i fichi ripieni di formaggio.

Ormai siamo diventati tutti il padre di Mahmood: pensiamo solo ai soldi. Ne sono piuttosto lieta, essendo uno dei miei temi preferiti. Ieri sera il marito d’un’amica faceva il conto di quanto dovevano aver incassato Chris Rock e Dave Chappelle esibendosi per due sere, a 140 sterline a biglietto, in un posto la cui capienza è di ventimila persone, e io annuivo con la competenza di chi quel conto l’aveva fatto – a mano su un foglietto, visto che ci avevano sequestrato i cellulari e annesse calcolatrici – mentre aspettava che cominciasse lo spettacolo.

Alla gente smaniosa di ben apparire pare necessario scrivere sui social che non dorme la notte pensando ai ghiacciai che si sciolgono (pare ieri che non dormiva la notte pensando ai profughi: mai qualcuno che non dorme la notte pensando alle proprie corna, come accade ai non esibizionisti di virtù morali). A me e a quegli stronzi dei miei amici pare poco opportuno dire in giro quanto siamo invidiosi di Chris Rock che si può permettere l’aereo privato, e che noialtri viaggiamo con voli di linea non per eccesso di coscienza ambientale ma per poca ricchezza.

Che bello dev’essere non tanto avere l’aereo privato ma non preoccuparsi di quanto costi la benzina per farlo viaggiare o le ostriche per fare merenda a bordo. Che mestizia mandare un vocale (gratuito, niente scatto alla risposta) alle amiche per dire oh, ma sessantasei euro di taxi dall’aeroporto all’albergo, ma sono matti, ma non si può più andare in giro.

Com’era verde la nostra valle quando non sapevamo lo fosse, quando gli stilisti compravano pubblicità sui giornali invece di mandare completini a Leone Ferragni, quando il trickle-down funzionava e vivevamo tutti da un po’ ricchi e pensavamo le vacche sarebbero state grasse per sempre.

Anni fa divisi con un amico un taxi da un aeroporto a un albergo, erano qualcosa come cento euro a testa. Al ritorno lui si rifiutò di spenderli e, pur di prendere a venti euro il pullmino dell’albergo, arrivò in aeroporto cinque ore prima. Pensai ma chi l’avrebbe mai detto che era tanto pezzente, fa così lo splendido, misi la sveglia tardi e presi il mio taxi in magnifica solitudine. Oggi non voglio neanche sapere cosa farei. Forse, santo cielo, calcolerei anch’io che ottanta euro risparmiati valgono cinque ore di noia aeroportuale. Per fortuna arriva l’autunno, fa buio presto, posso chiudermi in casa, risparmiare sull’aria condizionata, entrare in letargo. Svegliatemi quando saremo di nuovo almeno un poco ricchi.