Teatro dell’incertezzaIn Bulgaria ha vinto il centrodestra europeista ma governare sembra impossibile (di nuovo)

Il leader populista Boyko Borisov ha ottenuto la maggioranza relativa (25,4%) grazie a una campagna elettorale pro-Ue e filoatlantista. Vorrebbe formare l’esecutivo ma difficilmente gli altri partiti glielo concederanno, il rischio di tornare al voto è dietro l’angolo

AP/LaPresse

È un ritorno al passato. Le elezioni politiche in Bulgaria di domenica scorsa hanno nuovamente consegnato Sofia nelle mani dell’ex premier Boyko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB. È stato lui, infatti, a ottenere la maggioranza relativa con oltre il 25% dei consensi, mentre secondo si è piazzato “Continuiamo il cambiamento,” movimento di ispirazione progressista guidato dall’ex primo ministro Kiril Petkov, con circa il 20% dei consensi. A seguire c’è Bulgaria democratica, un piccolo partito anticorruzione che ha ottenuto il consenso di poco meno di 8 elettori su 100.

Un governo di larghe intese con questi tre soggetti risolverebbe il problema che affligge ormai da anni il Narodno Săbranie, l’Assemblea monocamerale bulgara che si è rinnovata per quattro volte negli ultimi due anni, ma la vittoria stessa di uno come Borisov resta un problema irrisolvibile.

Il protagonista
Borissv è un personaggio che, nel bene e nel male, ritorna spesso nella storia della Bulgaria degli ultimi anni. Ex sindaco di Sofia e premier tre volte a più riprese tra il 2009 e il 2021, ha rappresentato posizioni spesso antitetiche all’interno della politica bulgara.

Lo dimostra la sua politica estera: è stato amico di Putin e allo stesso tempo amico di Bruxelles, con il quale si è spesso scontrato non solo per lo stato del suo Paese, spesso in fondo alle classifiche internazionali, ma anche per essersi messo di traverso nei processi regionali, come l’adesione della Macedonia del Nord.

Stavolta l’ex bodyguard ha cercato di rappresentarsi come un atlantista pro-Ue, in grado di parlare a muso duro con Vladimir Putin, nonostante il suo storico dica tutt’altro (da non dimenticare il regalo di un cucciolo al padrone del Cremlino e i milioni di euro concessi a Gazprom grazie a schemi favorevoli più a loro che alla Bulgaria). A questo si aggiungono le accuse di collusione con gli ambienti oligarchici che tengono il Paese in scacco, una vera e propria “mafia” che ha portato milioni di bulgari in piazza nel 2020.

Per questo sia Petkov che Bulgaria democratica non intendono mettersi d’accordo con Borissov, una prospettiva che lo stesso premier sa bene: infatti dopo le elezioni ha ringraziato gli elettori con un post su Facebook, prima di consegnarsi al silenzio. Per mantenere lo status acquisito non ci sono molte altre alternative: un governo con loro sarebbe certamente accettato a livello internazionale, ma porrebbe seri problemi di stabilità, visto che le visioni politiche ed economiche sono alquanto diverse.

Scarse alternative
In verità non è l’unica combinazione possibile, ma le alternative sembrano per molte ragioni non percorribili. Lo dimostra il caso del Movimento per i diritti e le libertà, il partito di etnia turca, che ha ottenuto poco meno del 14% dei voti. La loro reputazione tra gli elettori è la peggiore in assoluto: non è un caso che le proteste del 2020 siano state innescate principalmente dai legami di Borisov con i boss del partito turco.

Ritornare con loro significherebbe quasi certamente riportare i bulgari in piazza. Non è praticabile però nemmeno un’alleanza con il partito pro-russo “Rinascita”, che ha ottenuto circa il 10% delle preferenze: scegliere questa strada significherebbe per Borisov mettersi contro non solo il Parlamento bulgaro ma anche la comunità internazionale, mandando così in frantumi il tentativo di statement atlantista costruito in questi mesi. Per questo non rimangono molte alternative.

Ipotesi di un nuovo voto
Il rischio, quindi, è che anche stavolta si vada di nuovo alle urne, magari nella primavera del 2023, dopo che il presidente della Repubblica Radev avrà nominato un nuovo esecutivo tecnico che porti il Paese alle urne.

Non una buona notizia, nemmeno per Bruxelles: Rumen Radev, ex pilota del MiG-29 e capo dell’aviazione, è sempre stato piuttosto ambiguo nei confronti di Mosca. Era evidente l’assenza del suo nome in una lettera dei leader della Nato dell’Europa centrale che condannavano l’annessione illegale dell’Ucraina orientale da parte di Mosca così come è sfacciatamente russofilo l’esecutivo ad interim guidato da Galab Donev, scelto sempre da lui.

Il premier ha infatti annunciato a settembre che riaprirà il dialogo con Gazprom, dopo che la compagnia russa aveva interrotto le forniture di gas al Paese per il rifiuto del governo bulgaro di pagare il dovuto in rubli.

Un problema enorme per Sofia che l’interconnettore appena inaugurato con la Grecia potrebbe risolvere, visto che si ipotizza possa arrivare a trasportare almeno un miliardo di metri cubi di gas azero dalla città greca di Komotini, a nord del Paese, a Stara Zagora, in Bulgaria.

Nella società che porterà il gas dall’Azerbaigian in Bulgaria ci sono non solo le compagnie nazionali di Atene e Sofia, rispettivamente DEPA e BEH, ma anche l’italiana Edison. «Questo gasdotto cambia la situazione della sicurezza energetica per l’Europa. Questo progetto significa libertà», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo scorso venerdì, alludendo all’interconnettore che potrebbe portare gas anche a Romania, Serbia e Macedonia del Nord.

Adesso la palla passa a Sofia: lasciare ancora al governo forze politiche ed esponenti vicini alla Russia sarebbe un clamoroso autogol. L’unica strada percorribile è un governo di larghe intese con le forze più europeiste, ma senza il vincitore delle elezioni. In caso contrario, la roulette delle elezioni sarebbe dietro l’angolo.