Siamo in guerra Che fine ha fatto la verità, sommersa tra fake news e polarizzazioni

Nel suo nuovo saggio edito da Egea, “Caccia alla verità”, la filosofa Gloria Origgi cerca di capire che cosa abbia innescato il cortocircuito nella trasmissione del sapere all’interno della civiltà più informata di sempre

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Viviamo un’epoca polarizzata. Più le voci aumentano, più le divisioni politiche e ideologiche riflettono mondi di credenze diverse e incompatibili. Dai due poli, ognuno pensa che l’altro polo si sbagli profondamente, ossia creda cose false. E che il nostro polo sia il paladino della verità. Usiamo la verità come una nuova arma politica, per screditare chi non è d’accordo con noi, o per denunciare verità «fabbricate» dalle élite potenti nemiche del popolo. Ci chiediamo strabiliati come la gente possa pensare simili stronzate (nel senso filosofico di Harry Frankfurt…) e perché abbiano perso tutti la ragione. Ma come ho cercato di mostrare in questo libro, verità e politica si costruiscono assieme e ci sono modi assai diversi di costruirle: modi che sono sostenibili con l’organizzazione delle nostre società e della nostra mente, con la globalizzazione e lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e modi che non lo sono.

La situazione di oggi ricorda quella della Prima Guerra Mondiale. Il conflitto costò così tante perdite umane per una ragione molto semplice: le armi erano evolute tecnologicamente, ma non le strategie di battaglia. Le mitragliatrici erano armi ormai completamente automatiche che sparavano proiettili rapidamente, fino a 450-600 colpi al minuto. Hiram Maxim, un inventore americano, consegnò la prima mitragliatrice automatica portatile nel 1884, fornendo il modello per l’arma che devastò gli inglesi nella più sanguinosa battaglia del conflitto, la battaglia della Somme (1916), che costò 620.000 perdite tra gli Alleati e 450.000 tra le file tedesche. L’atroce perdita di vite umane fu causata da una strategia di guerra ancora basata su modelli precedenti le armi automatiche (trincee, fanteria, cavalleria) in un contesto militare che era evoluto rapidamente dal punto di vista tecnologico.

Oggi ci troviamo esattamente nella stessa situazione da un punto di vista dell’informazione. Abbiamo ancora strategie politiche, di comunicazione e di educazione pre-web in un contesto informazionale che ha subito una rivoluzione importante almeno tanto quanto quella che portò 13.000 anni fa l’umanità dal Paleolitico al Neolitico. Nessuna delle nostre istituzioni del sapere si è adattata ancora a questa transizione. Eppure, non abbiamo istituzioni del sapere globali, non abbiamo una nuova pedagogia, una nuova epistemologia, né una nuova legislazione globale, né un nuovo modello di informazione per una società aperta e iperconnessa.

Dal 2016 in poi, ormai consci delle conseguenze catastrofiche della disinformazione massiva sul web, le iniziative si moltiplicano nei vari Paesi per resistere all’ondata di fake news e messaggi di propaganda politica. I siti tradizionalmente «autorevoli», come i giornali, le riviste accademiche, i siti di istituzioni del sapere, gli stessi giganti del web, come Google o Facebook, hanno cominciato a sviluppare vari programmi di software per la verifica delle informazioni. La pratica del fact checking che distingue il giornalismo serio dagli altri tipi di giornalismo, si è diffusa nel web: verifica delle fonti, tracciabilità dell’informazione, analisi semantica dei contenuti dei messaggi, gerarchizzazione della credibilità delle fonti con vari sistemi di punteggio permettono all’utente di filtrare l’informazione e classificarne le fonti secondo il livello di credibilità.

Anche dal punto di vista legale, le iniziative si moltiplicano: il Digital Service Act è un progetto di inquadramento legale del web promosso dalla Comunità Europea per garantire la sicurezza epistemica dei cittadini europei, ossia la possibilità di fruizione di informazione verificata e affidabile. Lo sviluppo della riflessione legale sul web sarà certamente uno dei cardini della futura regolazione dello spazio virtuale, ed è oggetto oggi di ricche discussioni sulla compatibilità delle regole necessarie a un web trasparente e affidabile con i diritti fondamentali di libertà di espressione e di informazione censiti nella Convenzione europea dei diritti umani fondamentali, articolo 11: «Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera».

Nonostante queste importanti iniziative di filtraggio e regolazione dell’informazione, il web resta uno spazio insicuro, sregolato e mosso da logiche algoritmiche che non padroneggiamo. Questo non è il destino del web: le iniziative del primo web, come Wikipedia, erano basate sull’apertura e la trasparenza. L’entrata del capitalismo digitale nel web, e la possibilità di monetizzazione dei dati degli utenti, hanno creato un sistema competitivo e orientato alla massimizzazione dei profitti, oltre che un sistema di sorveglianza generalizzata dei nostri dati che è alimentato da noi stessi e dal nostro desiderio di visibilità digitale.

La soluzione del problema non verrà solo dalla regolazione del web nella sua forma attuale, ma dalla capacità di concepire nuove istituzioni del sapere che siano compatibili con lo tsunami informazionale che caratterizza la nostra epoca e le epoche future. Ma non credo che siano diventati tutti stupidi improvvisamente, come molti pensano. La stupidità è qualcosa che è distribuito in modo omogeneo nella storia dell’umanità. Anche se sicuramente ci sono stati periodi in cui le istituzioni epistemiche e politiche hanno garantito lo sviluppo di una maggiore intelligenza collettiva e periodi più bui, in cui le istituzioni l’hanno ostruita.

Le nostre menti non sono nulla senza le menti degli altri: gran parte di ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, proviene dagli altri. Dalla più giovane età, siamo esposti a informazione che ci viene comunicata da genitori, insegnanti, amici. Le notizie sui media ci permettono di connetterci con eventi lontani, di conoscere i progressi della scienza in un determinato campo e di aggiornarci sui fatti politici. Viviamo in una condizione di dipendenza epistemica dagli altri. È una condizione tutt’altro che scomoda: grazie alla comunicazione, possiamo acquisire un numero di conoscenze molto superiore a quello che potremmo arrivare ad apprendere da soli. Eppure, questa condizione è accompagnata da una vulnerabilità cognitiva alla disinformazione.

L’entrata nel nuovo millennio ha coinciso con la diffusione sempre più sfrenata di informazione attraverso canali nuovi, mai visti prima, che non solo hanno espanso le potenzialità di acquisire nuova informazione, ma hanno anche rimesso in questione tutte le gerarchie di legittimazione del sapere che organizzavano la nostra fiducia nelle fonti di conoscenza. Un blog di scienza creato da un gruppo di ricercatori può essere oggi più informativo di una serie di articoli pubblicati sulle riviste scientifiche tradizionali, che usano il metodo consolidato del peer-review.

Un post su Facebook può informarci su un’opinione politica tanto quanto un editoriale pubblicato su un quotidiano. Su YouTube vengono consumati 120.000 anni di tempo video ogni giorno. Consumiamo una quantità di informazione senza precedenti e, paradossalmente, in una società satura di sapere, la disinformazione sembra prevalere, le fake news si diffondono sempre di più e ci troviamo disorientati in un caos informazionale in cui non sappiamo più cosa credere e perché lo crediamo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da “Caccia alla verità – Persuasione e propaganda ai tempi del virus e della guerra”, Gloria Origgi, Egea – pp. 176 – € 19,90

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