La questione industrialeBonomi chiede 50 miliardi contro il caro energia: fondi dall’Europa o nuovo debito

«La risposta europea dovrebbe essere il tetto al prezzo del gas e un Next Generation Eu per l’energia come si è deciso per il Covid. Senza, l’Italia sarà a un bivio: salvare industria e famiglie per salvare il Paese oppure finire in una profonda crisi sociale. Se l’Europa non fa il suo dovere», dice il presidente di Confindustria, «lo scostamento finalizzato al solo contenimento dell’emergenza energia diventerebbe inevitabile per sopravvivere»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

«Il momento è grave, se cade l’industria cade il Paese, chiudono le imprese e si perde lavoro. Noi siamo pronti a rilanciare il confronto sull’economia a condizione che tutti abbiano lo spirito giusto, la consapevolezza che per raggiungere un accordo occorre lasciare qualcosa sul tavolo». Sono le parole del presidente di Confindustria Carlo Bonomi in un’intervista alla Stampa, in cui torna a riproporre quel “Patto sociale per l’Italia” richiesto già dal settembre dello scorso anno e svanito nella giostra della politica e delle colloqui bilaterali. Ora gli industriali chiedono un cambio di passo, chiamando tutte le parti a sedersi insieme.

Per Bonomi, la priorità assoluta è fermare i prezzi dell’energia. «Se l’Europa non fa l’Europa, allora tocca all’Italia», dice. E i soldi che servono per salvare l’economia non sono pochi: servono 40-50 miliardi, calcola Bonomi, che «si possono trovare nei mille e rotti miliardi di spesa pubblica». In alternativa, «uno scostamento di bilancio potrebbe dimostrarsi inevitabile».

Confindustria prevede ora un 2023 senza crescita e una bolletta energetica per le imprese in aumento di 110 miliardi. Bonomi parla di emergenza nazionale. Evita ogni giudizio preventivo sul governo, ma invita «a fare in fretta» e a cercare di lavorare tutti insieme. Oggi illustrerà le sue ricette agli imprenditori di Torino e Ivrea. E domani volerà a Bruxelles.

«Il nuovo governo dovrà prendere decisioni importanti a partire dal giorno uno», dice. «Servono persone competenti, il che non esclude affatto i politici. Non c’è alcuna diffidenza nei confronti dei partiti, ma i ministri dovranno conoscere bene la macchina pubblica e i dossier. L’emergenza attuale non consente di perder tempo. Tecnici o politici vanno bene, purché sappiano cosa fare». E purché, prosegue, ci sia continuità con quanto fatto finora da Draghi, «a cominciare dalla piena adesione all’Ue e alla Nato».

Nei primi cento giorni del nuovo governo, Bonomi si attende «un intervento sull’energia, anzitutto. È una questione complessa perché scontiamo decenni di errori e scelte sbagliate. Non ci si salva con la bacchetta magica», dice. «L’Europa non sta dimostrando la stessa condivisione di intenti della crisi pandemica. Sono otto mesi che Draghi cerca di cucire a Bruxelles una opzione coordinata. Ma per veti nazionali, l’Europa solidale dell’energia non è ancora nata. Nell’attesa, il governo Draghi ha adottato una serie di provvedimenti nazionali di emergenza e sfruttato le maggiori entrate fiscali dovute al rimbalzo economico. Ora il rimbalzo è finito. L’economia rallenta. Il prossimo governo, se non potrà contare sulla solidarietà europea per frenare la bolletta energetica, e non avendo entrate fiscali in crescita, dovrà ricorrere ad altre risorse».

Per Bonomi, «la risposta europea dovrebbe essere il tetto al prezzo del gas e un Next Generation Eu per l’energia come si è deciso per il Covid. Senza, l’Italia sarà a un bivio: salvare industria e famiglie per salvare il Paese oppure finire in una profonda crisi sociale. Se l’Europa non fa il suo dovere – e Draghi ci ha provato, ma ognuno pensa per sé – non resta troppa scelta. Un sistema di imprese trasformatrici come il nostro, senza nucleare e carbone, deve essere difeso. In questo contesto, lo scostamento finalizzato al solo contenimento dell’emergenza energia diventerebbe inevitabile per sopravvivere».

Il costo stimato da Bonomi per mettere in sicurezza l’economia e il lavoro è di «40-50 miliardi a condizioni attuali per il 2023».

E per evitare la reazione immediata dei mercati, nel caso di un altro scostamento di bilancio, «si dovrebbe partire da un punto fermo. Il governo non dovrebbe annunciare unilateralmente altro debito, dovrebbe presentare in Europa e ai mercati la decisione dicendo “non siamo noi che vogliamo fare debito, è l’Europa che non fa l’Europa, perché se ogni membro fa a modo suo si rompe il mercato unico”. Non si può condividere tutti la scelta politica delle sanzioni alla Russia, ma non i loro effetti».

Quanto agli extraprofitti delle imprese energetiche, Bonomi dice: «Sono favorevole al principio della solidarietà, ma qui c’è stato un doppio errore. La base normativa dell’imposta è sbagliata, l’imponibile presunto non si calcola sulle dichiarazioni periodiche Iva. Infatti, il gettito non è arrivato e sentiremo parlare dei ricorsi per anni. Inoltre, la tassa è stata estesa a imprese energetiche che non operano su acquisti e import di gas. Di qui i contenziosi e il basso incasso pubblico. Sarebbe stato più facile applicare le addizionali Ires, solo nei settori necessari. Non è successo».

E comunque, aggiunge, «le imprese la loro parte l’hanno fatta. L’inflazione italiana al netto dell’energia è più bassa di quella europea. Perché le imprese nella filiera hanno assorbito parte dell’aumento dei prezzi comprimendo i margini, senza trasferirli sui prezzi finali. È dallo scorso anno che chiediamo interventi strutturali per recuperare competitività e potere di acquisto per i redditi più bassi. Bastava tagliare subito il cuneo fiscale». Certo, è stato fatto, ma «di pochissimo e non subito. Dicevano che non c’erano le risorse. Poi sono spuntati 60 miliardi per le emergenze, ma si è arrivati in ritardo. Le imprese perdono competitività, stanno ripensando gli investimenti. Se il Paese si ferma, impiegherà anni a ripartire. Il taglio del cuneo fiscale andava assunto quando c’erano le risorse per finanziarlo, ed era l’unico modo per mettere subito soldi in tasca ai lavoratori a più basso reddito».

Ora, per il presidente degli industriali, serve un’intesa tra le parti sociali: «Abbiamo mille miliardi e oltre di spesa pubblica. Riconfigurare il 4-5% del totale si può fare e si deve. Perché non si parla più di spending review? Se si vuole, i fondi si trovano».

«Sono preoccupato più ora che all’inizio della pandemia, è un momento molto delicato per il paese e per le industrie. Senza industria non c’è l’Italia. Se chiudiamo migliaia di imprese, vengono meno centinaia di migliaia di posti di lavoro», prosegue. «Esiste una questione industriale del paese. Sono appena stato in Sicilia. I problemi sono gli stessi per tutti. Il costo per energia e la burocrazia pesano a Torino come in Calabria. Le infrastrutture, poche o tante, frenano a Milano come e Cagliari. C’è chi vuole palleggiare le questioni, ma non è così. La politica deve dare una risposta alle questioni nell’interesse del Paese perché poi i suoi errori li pagano imprese e famiglie».

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