Let that sink inCosa (non) farà ora Elon Musk con Twitter, lavandini a parte

L’azienda perde soldi, utenti e alimenta polemiche d’ogni tipo, ma è anche un’ossessione per molti politici e potenti, cosa che rende la sua mera proprietà un nuovo fattore d’influenza del capo di Tesla, che è ormai un agente politico ed economico globale

Unsplash

Cosa c’entra un lavandino con la difesa della libertà d’espressione? Niente, se non ci fosse Elon Musk di mezzo. Il capo di Tesla ha finalmente chiuso l’epopea della sua acquisizione di Twitter, iniziata ufficialmente a fine gennaio, momento in cui cominciò ad acquistare azioni del social network, arrivando a twittare, due mesi dopo, di «pensare seriamente» a comprare l’azienda. Primi d’aprile, Musk è il principale azionista della società; gli viene offerto un posto nel consiglio d’amministrazione, non si fa niente; pochi giorni dopo, l’offerta d’acquisto per la folle cifra di 44 miliardi di dollari.

Quello fu solo l’inizio dell’odissea, a dire il vero, perché Musk è sembrato pentirsi presto della decisione, cercando una via di fuga, un cavillo burocratico per far saltare l’accordo. Per alcune settimane furono i famigerati bot che infestano la piattaforma, su cui Musk voleva saperne di più e avrebbe potuto anche usare per far saltare tutto, se solo non avesse già firmato carte piuttosto vincolanti. Insomma, gli ultimi mesi sono stati un caotico groviglio di tweet, accuse e cause legali che non hanno portato a nulla: ieri Musk è finalmente entrato negli headquarters di San Francisco di Twitter, e lo ha fatto con un lavandino per onore al gioco di parole (intraducibile in italiano) let that sink in. Che significa “lascia che affondi” (nel senso di pensaci, riflettici su) ma d’altronde sink vuol dire anche lavandino, e quindi lo si può leggere come: “fai entrare questo lavandino”. 

Furto di meme altrui a parte, Musk è apparso sorridente, ha detto di aver incontrato tante bella gente tra i dipendenti e ha subito cambiato la sua bio di Twitter – dove ha 110 milioni di follower – in “Chief Twit”. Ci siamo quindi. E ora? Da quel che sappiamo, Musk ha sempre giustificato l’esborso di 44 miliardi di dollari, finanziati con prestiti e vendita di aziende Tesla (ma ci arriviamo), agitando lo spettro della libertà d’espressione tanto minacciata dalle piattaforme. È lo stesso principio che, almeno a parole, ha spinto Donald Trump e Kanye West a fare scelte simili: il primo con Truth Social, social “ad personam” fondato dall’ex presidente dopo il suo bando generalizzato dalle piattaforme; il secondo con Parler, social di destra che il rapper sembra avere intenzione di comprare. 

Se si incrocia questa preoccupazione con alcune frequentazioni dell’imprenditore, vicine ai libertari e al circolo di Trump (Peter Thiel tra tutti), possiamo forse anticipare alcune delle future mosse dell’azienda. Per esempio, in molti si aspettano che il bando permanente imposto da Twitter a Donald Trump, dopo il suo ruolo nell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, venga in qualche modo fatto saltare. Musk sembra essere in linea con il fondatore ed ex ceo di Twitter stesso, Jack Dorsey, che ha lasciato l’azienda a fine 2021, e che, secondo il Wall Street Journal, era contrario alla cacciata di Trump.

Musk sembra saperlo, tanto da aver pubblicato una dichiarazione in cui rassicura gli inserzionisti pubblicitari che Twitter diventerà «la piattaforma pubblicitaria più rispettata del mondo» e non un incubo in cui tutto è concesso. Al netto di miracoli, per riuscirci Twitter dovrà avere regole sulla moderazione sempre più rigide e rispettate, cosa che sembra cozzare con la promessa della piazza digitale fatta da Musk stesso.

Se il deplatforming di Trump cominciasse a scricchiolare, le conseguenze politiche in vista delle elezioni di metà mandato, previste negli Stati Uniti a novembre, sarebbero notevoli. Ma che ne sarebbe degli altri “banditi” storici? Pensiamo a Milo Yiannopolous, per esempio, ex giornalista britannico diventato troll d’estrema destra e scomparso dalle scene dopo un deplatforming

Osservata da questa angolazione, la libertà d’espressione tanto ventilata da Musk sembra tramutarsi in una certa antipatia nei confronti della moderazione dei contenuti, la stessa che ha ispirato social network alternativi (8chan, Gab, il citato Parler), tutti nati denunciando la tirannia delle piattaforme e tutti diventati fogne di abusi, razzismi, minacce e oscenità varie. 

Quanto a Twitter, è una piattaforma in crisi da tempo, incapace di attirare nuovi utenti ma piuttosto efficace nel radicalizzare quelli che rimangono. Nel frattempo, però, nell’ultimo anno, il panorama social è cambiato radicalmente, con TikTok che ha sconvolto le convinzioni di Meta e Google – figuriamoci di Twitter. Su una cosa Musk ha ragione: l’azienda non è esattamente encomiabile per la sua dinamicità ed efficienza, ma il suo piano di tagliare il 75% della forza lavoro sarà davvero la soluzione, o è solo un modo di spingere più persone possibile a licenziarsi prima che debba essere lui a farlo?

Twitter è un’azienda che perde soldi, utenti e alimenta polemiche d’ogni tipo. Ma è anche un’ossessione per molti politici e potenti (Musk incluso), cosa che rende la sua mera proprietà un nuovo fattore d’influenza del capo di Tesla, che è ormai un agente politico ed economico globale, dalle auto elettriche ai razzi, da Starlink a Twitter. Sarà anche per questo che i soldi necessari alla chiusura del deal sono arrivati (anche) dal principe saudita Alwaleed bin Talal, che immaginiamo quanto abbia a cuore la libertà d’espressione degli utenti.

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter