I miglioratori del mondoIl narcisismo etico della sinistra che non si è accorta che il Novecento è finito

La cattiva coscienza e il senso di colpa per i propri privilegi non funzionano contro una leader credibile di destra, ma ascoltando in Parlamento Soumahoro forse una possibilità di ribaltare la retorica sovranista di Meloni ancora c’è

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La politica, diceva Rino Formica, è «sangue e merda». Per raccogliere un plauso unanime basterebbe dire che in questi ultimi anni il secondo ingrediente non ce lo siamo fatti mancare. Se ne è sentito così forte l’odore che in troppi hanno smesso di andare a votare. Tuttavia mi preme assai più parlare della mancanza di sangue, soprattutto a sinistra.

Perché il 25 Settembre ci siamo accorti che la sinistra, rimbambita di marketing e storytelling, non aveva in realtà né prodotti da vendere né storie vere da raccontare. Da questo punto di vista, il discorso di insediamento di Giorgia Meloni e le repliche in aula alla Camera, sono stati illuminanti.

Da una parte la destra, incarnata in una leader credibile, una donna forte così poco abituata a camminare dietro agli uomini (con buona pace della Serracchiani) da essersi messa in tasca Berlusconi, the last of the famous international playboys, l’ultimo patriarca con harem al seguito. Dall’altra, invece, nulla. O quasi (sulla speranza annidata in questo quasi, tornerò in seguito).

Una leader credibile di destra che dice cose di destra, ma che, proprio per questo, andrebbero comprese fino in fondo. Per chi non lo avesse capito, ad esempio, il suo richiamo all’essere madre, nel famoso climax spagnolo, non serviva tanto a relegare le donne nel ruolo di madre, come si piagnucolava a sinistra.

Serviva piuttosto a parlare all’inconscio collettivo di un Paese in cui, al tempo in cui le famiglie funzionavano meglio dello Stato, a guidarle erano, con mano ferma, le donne. Da qui il sottinteso e intramontabile “tu la mi’ mamma la lasci stare”, che parla al cuore degli italiani assai più della petizione di principio delle quote rosa (soprattutto quando servono a portare in parlamento congiunte di patriarchi ben più famosi di loro, ancorché di sinistra).

Da una parte la destra, dicevo. Senza più complessi. Un destra che si è accorta con perfetto tempismo di una cosa che invece continua a sfuggire alla sinistra: il Novecento è finito. Dispiace, sono il primo ad ammetterlo, data l’età, ma è finito.

Dall’altra una sinistra affetta da narcisismo etico, la cui preoccupazione principale non è più quella di rappresentare gli interessi legittimi e le aspirazioni di chi cerca riscatto, ma quella di andare a letto ogni sera con la coscienza stirata, al calduccio della sensazione di far parte degli incompresi miglioratori del mondo.

Una sinistra il cui immaginario di riferimento e la cui esperienza di lotta per la sopravvivenza nella modernità coincide con quella di un professore di liceo (volevo dire professoressa, ma poi apriti cielo): uno insomma il cui mondo comincia a sei anni dentro una scuola e lì finisce a sessantacinque.

Nel mezzo, unico vero disagio, una vaga sensazione di frustrazione per una società che non ne onora il ruolo, ma pazienza: ci sono comunque le lunghe ferie pagate, la tredicesima, tanto tempo libero per ribadire sui social che si sta dalla parte del giusto. Ecco, la sinistra è questo: nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso. E per questo si è occupata soprattutto di pronomi, di articoli, di linguaggio inclusivo, di carezze a mille suscettibilità. Di quelli, insomma, che qualcuno, di là dall’oceano, chiamerebbe white men problems.

Di conseguenza, questa sinistra, che si dibatte fra la cattiva coscienza del privilegio e il senso di colpa, parla ormai soltanto a chi gode di entrambi: di privilegi e di sensi di colpa. Per quanto ne so, non esiste miscela più micidiale per condannarsi a una petulante ininfluenza.

E il pezzo potrebbe finire qui, non fosse che io alla sinistra un po’ ci tengo, fosse anche solo perché di una sinistra c’è bisogno. Ecco allora che, dai banchi dell’opposizione, si è alzato a parlare Aboubakar Soumahoro, il cui nome ho dovuto cercare su Google perché so chi è ma non sono mai sicuro di come si scrive. E, sia chiaro, posso permettermi di dirlo con leggerezza, per tanti buoni motivi.

Intanto perché non sono un professore di liceo e quindi sono dispensato dal saperla lunga. Ma soprattutto perché, provenendo da una famiglia uscita solo di recente dalla servitù della gleba (mia nonna da ragazza aveva solo un paio di scarpe, che metteva di domenica), non mi sento in colpa per essere un maschio bianco etero di mezza età che mette insieme pranzo e cena ma che ha problemi con questi nomi così incasinati.

Comunque sia, proprio in questa mia totale assenza di senso di colpa, sono rimasto impressionato, affascinato persino, dal discorso di Soumahoro, perché era pieno di quel sangue e di quella verità che mancano alla sinistra.

C’era, nelle sue parole, il sangue di una storia che nasce nella realtà del mondo e non nelle delicate proiezioni di come vorremmo fossero gli altri per adeguarli al narcisismo etico del ceto medio riflessivo. «Italiani si nasce, ma si diventa anche, e non per questo si è meno italiani»: in una frase Soumahoro ha rovesciato la retorica sovranista della Meloni, riallacciandosi idealmente al discorso altissimo di Ciampi sul patriottismo, e declinandolo nei termini di una lotta che non riguarda soltanto i nuovi arrivati, ma tutti coloro che aspirano a una piena cittadinanza. Allora ho pensato che, con storie così, raccontate così, alla fine la sinistra potrebbe persino farcela.

Certo, Soumahoro dovrebbe liberarsi di parecchi, forse troppi compagni di strada che sono l’esatto opposto di quello che lui rappresenta. Certo, dovrebbe liberarsi anche del vampirismo dei vecchi manovratori che, in ogni caso, sono già dietro le spalle di chiunque ci metta la faccia, a ragionare di liste e alleanze col bilancino, pur di salvarsi un’ennesima volta. Ma comunque, in definitiva, fosse lui, un altro, o un’altra (e Dio lo volesse, purché non un’anti-Meloni studiata a tavolino da un’agenzia di marketing), quello che mi premeva dire è semplicemente questo: stai a vedere che è tornata la Politica.

Nonostante tutto, per chi ama la democrazia, è una buona notizia.