Solo posti in piediL’Italia del dopo Draghi è già fuori dall’Europa che conta

Scholz, Macron e Rutte hanno officiato la nascita di un nuovo think tank che vorrebbe dettare l’agenda strategica dell’Ue. Nel manifesto, Machiavelli è l’unico riferimento al nostro Paese

Il presidente francese Macron, il cancelliere tedesco Scholz e il primo ministro olandese Rutte alla presentazione del think tank Big Europe
Twitter/Daan Huisinga

Nell’Europa che conta, o che crede di contare, non c’è (più) l’Italia. Su una terrazza di Praga ci sono un francese, un tedesco e un olandese. Non è una barzelletta – quella rischiamo di essere noi, da quando abbiamo impallinato Mario Draghi – ma nel trinomio di leader che hanno battezzato un nuovo think tank era il primo ministro olandese Mark Rutte a occupare il posto a cui dovrebbe ambire Roma.

Il nuovo centro si chiama Brussels Institute for Geopolitics. Che sia una cosa seria lo testimonia un numero della newsletter di Politico sull’influenza politica e sul lobbying dedicato a questo Big. Persino la sigla è una dichiarazione d’intenti, forse un po’ spaccona. La presenza, per non dire l’endorsement, del cancelliere Olaf Scholz e del presidente Emmanuel Macron, in Boemia per il Consiglio europeo, costituisce pur sempre un segnale.

«La geopolitica è tornata» si legge nel manifesto. Si parla di un’«Europa vulnerabile» dal punto di vista «geostrategico», di una «nuova era di rivalità e incertezze» nella quale l’Ue «deve imparare ad agire e pensare in termini di potere» e cioè «praticare Kant in patria e Machiavelli all’estero». Quello al cancelliere fiorentino è l’unico riferimento all’Italia, assieme alla metafora evergreen del Rubicone da varcare.

Insomma, siamo influenti solo sulla semantica. O in virtù della formazione classicista delle élite del continente. Non sarebbe stato un fotomontaggio immaginare Draghi in quel circolo ristretto, che Rutte vorrebbe più ampio. Devono essersi dimenticati di spedire un invito a Palazzo Chigi, dove sta per insediarsi un governo post-fascista. Giorgia Meloni, almeno quella dei palchi di Vox, in quel consesso sarebbe orgogliosamente un’imbucata.

Scholz parla di «svolta» perché è in gioco la sopravvivenza dell’Europa, Macron di adottare una mentalità geopolitica. Definisce il neonato Big un «catalizzatore chiave per interessi strategici specificamente europei». L’asse franco-tedesco è in crisi, i suoi statisti non se la passano meglio. Berlino paga l’egoismo energetico, Parigi è costretta a occuparsi di scioperi quando vorrebbe ricostruire la sua leadership internazionale.

Macron è l’ultimo leader europeo in circolazione. In questo contesto, è un peccato ancora peggiore aver sacrificato Draghi sull’altare del voto anticipato. Nonostante sia dimissionario, il cancelliere e il presidente francese l’hanno incontrato più volte. Macron l’ha pure invitato a cena all’Eliseo: prova di amicizia, ma anche del fatto che c’è ancora bisogno di lui. Magari in una nuova carica: presidente della Commissione, segretario generale della Nato, chissà

Il soft power, il prestigio di un Paese non si misurano certo dagli organigrammi di un centro studi. Fratelli d’Italia ostenta una conversione in cui l’Europa è diventata improvvisamente un punto fermo. Prima di lamentare il rinato snobismo altrui, riconosciamo la nostra dose di responsabilità. L’isolamento si sceglie, oltreché subisce. E il posto dell’Italia, in Europa, è con Berlino, Parigi e Madrid, non con le piccole patrie dei sovranisti.