La tregua di PragaMacron crede ancora nella (sua) leadership europea, ma deve fare di più per l’Ucraina

Al debutto della Comunità politica sono bandite le bandiere dell’Ue. Il presidente ricompone con Liz Truss, ma il Regno Unito ha da insegnare alla Francia sul sostegno a Kyjiv

Macron a Praga, per il vertice informale Ue su energia e pace
LaPresse/Darko Bandic

A Praga non c’erano bandiere dell’Ue. Era voluto, per il debutto di una Comunità politica più vasta del perimetro dell’Unione, ma lo ha pure chiesto esplicitamente il Regno Unito, al grande ritorno dopo la Brexit. Il presidente francese Emmanuel Macron ha rivendicato la paternità del format, allargato a 44 Paesi, ma è una pace che sa di tregua, come quella esibita con la prima ministra britannica Liz Truss. Sulla madre di tutte le attuali sfide geopolitiche, cioè sostenere anche militarmente l’Ucraina aggredita, Parigi – a differenza di Londra – ha faticato a passare dalle parole ai fatti.

Foto storiche che non lo erano
I leader hanno quasi fretta di certificare un successo, perché ne hanno bisogno un po’ tutti. Il premier ceco Petr Fiala, che ha ereditato dalla Francia la logistica del summit assieme alla presidenza di turno dell’Ue, ha festeggiato la nascita di «una piattaforma informale di cooperazione e condivisione di idee per il ritorno della prosperità in Europa». Gli arrivi, i sorrisi, la foto nel salone del castello. Da protocollo, è rimasta un passo indietro la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, perché all’organizzazione partecipava già il Consiglio, e quindi Charles Michel, una specie di involontaria riedizione del divano del sofagate.

L’Ue? Non c’entra nulla. Ci hanno tenuto a ricordarlo i diplomatici della Repubblica Ceca. Fino al dettaglio, scoperto da Euractiv, di non issare vessilli comunitari per non irritare Downing Street. È un risultato già aver fatto sedere Paesi che non si parlano allo stesso tavolo, o a quelli ristretti dei bilaterali. Da segnalare la mediazione tentata da Macron tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno Karabakh. Nell’ossessione di trovare uno scatto «storico», non ci siamo accorti che era questo, più di quello di gruppo.

Alla cena, come in tutte le cene che si rispettino, c’è chi ha litigato. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, a occhio non il più facile dei commensali, ha discusso con il premier greco. Ha accusato Atene di voler provocare un’escalation nel Mediterraneo orientale. Kyriakos Mitsotakis gli ha ricordato che è Ankara a questionare sulla sovranità ellenica di alcune isole. Ha invocato il dialogo. Erdoğan è andato in conferenza stampa a rinfacciargli di essersela presa. «Non ho nulla da discutere con la Grecia», ha aggiunto. Si ritroveranno ai prossimi appuntamenti della Cpe: Moldavia, Spagna, Regno Unito.

Truss rinsavisce
Un’altra notizia, pure questa con annessa photo opportunity, è stata la ricomposizione tra Truss e Macron. Quella europea è una storia di turbolenze sulla Manica. Entrambe le sponde speravano in una fine delle ostilità e sono convinte che ci sia stata. I giornali inglesi, mai teneri con Parigi, scrivono di una svolta nelle relazioni, compromesse dalla Brexit. Ma la Global Britain, almeno per come la intendeva Boris Johnson, doveva essere l’opposto dell’isolazionismo: un «fresh start», cioè un’occasione per nuove, duraturie amicizie.

A Praga la premier non ci voleva andare. Pare l’abbia convinta Tim Barrow, il consigliere per la sicurezza nazionale. Durante la corsa alla successione di Boris, forse per compiacere l’ala destra dei conservatori, Truss aveva detto di non essere sicura se il presidente francese fosse «friend or foe», un amico o un nemico. Lo avrebbe giudicato sulla base dei fatti. In Boemia è rinsavita e, a precisa domanda, ha risposto che lo considera un amico. Il nemico è un altro e si chiama Vladimir Putin.

La prima ministra ha promesso collaborazione, persino nella costruzione di centrali nucleari. Con Macron si rivedrà nel 2023, in Francia. Giocare in trasferta è già una concessione. Nella dichiarazione congiunta le potenze «riaffermano i forti legami storici» e prefigurano una «rinnovata agenda bilaterale» su energia, immigrazione e sostegno all’Ucraina. A Londra l’hanno vista come una rinuncia di Macron: persino lui avrebbe capito, si legge sul Telegraph, che l’Ue non può pretendere di rappresentare l’intero continente.

L’assenza francese in Ucraina
Se a Kyjiv hanno dedicato un dolcetto alla capigliatura arruffata del predecessore di Truss, e a quell’attivismo si riferirà un futuribile «Johnson ha fatto anche cose buone», fa rumore la latitanza dell’Eliseo. Un approccio diverso. Diplomatico, meno roboante. Le telefonate lunghe ore tra Putin e Macron, che a giudicare dai risultati forse avrà parlato col centralino del Cremlino. Sembra una vita fa, sono mesi. Oggi Parigi si è fatta pregare per l’invio di una mezza dozzina di obici Caesar.

Ne aveva già forniti 18 quest’estate, hanno contribuito alla controffensiva. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ne ha chiesti altri. La Francia è in difficoltà perché non vorrebbe sguarnire i suoi arsenali. Nelle tabelle del Kiel Institute for the World Economy, che stimano il valore degli aiuti militari, il confronto è impietoso: la Francia si ferma a 233 milioni di euro, lo 0,04% del suo Pil, contro i 4 miliardi del Regno Unito, gli 1,8 miliardi della Polonia e gli 1,2 miliardi della Germania. L’Italia, a beneficio d’inventario, risulta a 150 milioni. L’Ue totalizza 2,5 miliardi.

Un aggiornamento è previsto lunedì, chissà se ci saranno rimonte nella classifica. La presidente della commissione Difesa del Senato, Hélène Conway-Mouret, ha sostenuto però che il totale dovrebbe salire a 4 miliardi, se si include la parte di aiuti secretata. È vero, quella di pubblico dominio è solo una frazione dell’assistenza vera, ma l’avvertenza vale anche per le altre nazioni. Il materiale francese, va detto, è di qualità superiore a quello di epoca sovietica inviato dai Paesi dell’ex patto di Varsavia.

Chi critica l’esecutivo pensa che la Francia sia diventata «irrilevante» per Kyjiv. In altre parole, ha fatto una figuraccia. C’è un altro punto. Il Regno Unito, rivale di sempre, ha addestrato 5mila soldati ucraini, saranno 10mila nel 2022. Svezia, Danimarca, Finlandia, Lituania, Canada, Nuova Zelanda e Olanda hanno mandato personale nel Kent per sveltire il ricambio al fronte. «Andremo avanti finché ci manderanno gente» ha messo in chiaro il ministro della Difesa, Ben Wallace. Nello stesso periodo, Parigi ha formato 40 effettivi. È una scelta politica: rientra nell’equilibrismo per candidarsi a gestire eventuali colloqui di pace.

I problemi in patria e un continente senza leadership
Nel frattempo, i lavoratori delle pompe di benzina francesi minacciano lo sciopero se i loro salari non verranno adeguati all’inflazione. Si sono riviste code ai distributori per il timore degli automobilisti di restare a secco, altri sconfinano in Belgio per il pieno. Due alleati di Macron traballano: sono il capo di gabinetto Alexis Kohler e il ministro della Giustizia, Eric Dupond-Moretti. Per ragioni diverse, rischiano un processo, ma l’Eliseo non intende scaricarli.

Da quando la Germania è uscita dalla scena europea assieme ad Angela Merkel, quel vuoto non è stato riempito. Anzi, il piano da 200 miliardi di euro di Olaf Scholz è un insulto al lascito della cancelliera. Ha diviso i Ventisette, demolendo il capitale politico di un’era di dialogo e, alla fine, compromessi. Proprio Scholz si è alleato con il premier spagnolo Pedro Sánchez, coinquilino della famiglia socialista, per un nuovo gasdotto sui Pirenei. Parigi è contraria. Una modifica al tracciato potrebbe rimettere in gioco l’Italia.

Proprio il nostro Paese, nella stagione di Mario Draghi, aveva ritrovato centralità in un’Europa a corto di leadership. Eppure, tra le minacce atomiche di Putin o «grazie» a loro, a Praga è (ri)nato un destino comune. Sta non solo alla Francia dimostrarsi all’altezza delle sue ambizioni.