W**** Lives MatterLe magliette di Yeezy, le giornaliste che non sanno usare le parole e l’imbecillità del nostro star system

La linea d’abbigliamento di Kanye West ha portato alla fashion week di Parigi una t-shirt giudicata «violenza» da Vogue. Da noi Francesca Michielin, l’incarnazione del nulla identitarista di quest’epoca, va in tv a prendere in giro le sue stesse istanze

AP/Lapresse

Ogni mattina tutti ci svegliamo e sappiamo che sarà la stessa giornata ma anche diversa, perché l’internet troverà nuovi e sempre più sorprendenti modi di coprirsi di ridicolo. Il penultimo modo pervenuto è complicato da raccontare perché, oltre a riguardare come spesso accade problemi immaginari, coinvolge gente non nota per il proprio equilibrio psichico.

Il contesto sono le sfilate di Parigi, e come sapete non c’entrano quindi granché i vestiti, che nel discorso pubblico attorno alle sfilate hanno smesso di contare già da molti decenni (con poche, lodevoli eccezioni che rendono la vita difficilissima ai cronisti: vuoi mettere com’è più semplice parlare della fama di qualcuno seduto in prima fila, o della trovatina per épater, che di com’è splendidamente o malamente tagliata una gonna?).

A Parigi l’altro giorno sfila Yeezy, la linea di abbigliamento di Kanye West, musicista del quale dovete sapere poche cose. È l’ex marito di Kim Kardashian. Ora si fa chiamare Ye. È nero (sicuramente). È di destra (forse). Qualche anno fa ha detto che insomma, se i neri son stati schiavi per quattro secoli forse non avevano gran voglia di liberarsi. È matto (clinicamente, non in quel modo in cui «matto» si usa per dire «simpaticone imprevedibile»). È abbastanza ricco da fregarsene della reputazione (che forse è un altro modo di dire «è matto»).

Tra le modelle della sfilata c’è Naomi Campbell, che però non è lo specchietto di cui le allodole dei giornali parlano, giacché a sottrarle attenzione c’è una maglia.

La indossa Kanye (o come si chiama ora) stesso, la indossa la sua amica Candace Owens (intellettuale nera, di destra, e perciò meno nera: un’interessante istanza di questi anni è che se sei nero non hai diritto d’esserlo con l’ideologia che preferisci), la indossano alcune modelle in passerella.

Sul davanti ci sono immagini di papi (su quella indossata da Kanye c’è Giovanni Paolo II), e dietro c’è scritto White Lives Matter. È un riferimento agli abiti bianchi dei pontefici? È la riproposizione pigra della pigrissima risposta di destra a Black Lives Matter? Non lo sapremo mai, perché arriva una svolta imprevista della polemica e tocca concentrarsi su quella.

Una giornalista di Vogue America se la prende con le maglie. «Giornalista» è uno dei termini più imprecisi della lingua italiana. Giornalista è una che va alle sfilate e una che va a vedere che diavolo stia succedendo in Iran, è una che ci dice che Bottura ha aperto un nuovo ristorante e una che ci spiega il suo punto di vista sulla formazione del governo. Sono, ovviamente, tutti mestieri diversi, accomunati da: il tuo nome viene pubblicato in cima a qualcosa su un giornale.

Gabriella Karefa-Johnson è quella che fece posare Kamala Harris in scarpe da tennis per Vogue, e anche allora fummo così scemi da farne una polemica: stava sminuendo il suo ruolo mettendole le scarpe da tennis solo perché non era bianca? Johnson è nera, ma questi sono dettagli che non bastano a sedare le polemiche; sono d’altra parte neri West, Owens, e le modelle che hanno sfilato la famigerata maglia.

Johnson furibonda riporta i fatti su Instagram con uno stile che subito ci fa capire che siamo dentro la grande barzelletta collettiva: scrive «W**** Lives Matter», perché la parola bianco è troppo disturbante per la fragile psiche d’un po’ tutti: milionari neri, gente di potere nera, classe dirigente nera. (Mi viene in mente una volta che, a proposito della fragilità dei nostri coevi, Bret Easton Ellis mi disse: ma, se ti turba vedere un cappellino «Make America Great Again», cosa fai se ti succede qualcosa di davvero traumatico?).

Johnson pubblica una ragazza nera che sfila con la maglia e dice che è un comportamento indifendibile e di scriverle in privato per sapere cosa ne pensa perché sta ancora elaborando la propria furia. Poi scrive, traduco alla lettera, «le magliette che quest’uomo ha concepito, prodotto e condiviso col mondo sono pura violenza». Giornalista significa tutto ma non che tu sappia usare le parole, e sia quindi consapevole che, se usi «pura violenza» per una cazzo di maglietta, poi che margine lessicale ti resta quando ammazzano George Floyd?

Intanto West pubblicava una foto in cui Johnson era piuttosto mal vestita con la didascalia «sarà mica una della moda questa», e l’internet di settore insorgeva: come osi attaccare una delle poche donne nere del settore. A volte mi sembra un mondo di gente che si lamenta perché non la fanno giocare a rugby e poi, quando finalmente le danno un posto in squadra, si lamenta perché vuole giocare a rugby ma non vuole venire contusa.

A quel punto Johnson, a furor di popolo arbitra assoluta, ci spiega che ha capito cosa voleva fare West, voleva essere duchampiano, ma invece era solo offensivo, violento, e pericoloso. («Pericoloso» è comunque meno parola in libertà di «duchampiano»: detto da un’americana, «duchampiano» suona simile a «fettuccini Alfredo»).

Nella notte tra martedì e mercoledì, il delirio prosegue, e giacché la vita è sceneggiatrice accade che nel frattempo ospite di Alessandro Cattelan sia Francesca Michielin, che tra le altre cose commenta una propria foto in compagnia di Kanye, a Bassano del Grappa, senza magliette disdicevoli.

Qualche minuto dopo, all’improvviso il genio. Cattelan fa cantare a Francesca Michielin «Piccolo maschio assegnato alla nascita non mandarmi via, io piccola femmina assegnata alla nascita morirei». Alla Michielin, cioè all’incarnazione di queste puttanate identitariste: una che, quando annuncia che farà la resistenza sui monti (vabbè), nello stesso tweet scrive «buongiorno a tuttз», giacché appartiene a una generazione abbastanza imbecille da aver bisogno di desinenze personalizzate per sentirsi speciale.

Pagherei per un filmato della riunione in cui gli autori l’hanno convinta che le sue serissime istanze dai plurali non mammiferi fosse proprio lei a doverle prendere per il culo. Le avranno detto che lo star system americano va in tv apposta per irridersi, ma ciò non toglie peso alle loro convinzioni, tutti sappiamo che nessuno prende sul serio le istanze imbecilli più di loro?

E come sarà andata, invece, la trattativa Stato-Kanye, con Vogue che fa un post dicendo che è inaccettabile che Gabriella sia stata attaccata, e Kanye che – dopo aver come sempre cancellato tutti i post precedenti, anche quello in cui diceva che la signora era un androide non in grado di capire la sua arte – scrive che «Gabby is my sister» e che avevano parlato per due ore della questione e poi erano andati a cena e Anna Wintour li aveva fatti filmare da Baz Luhrmann?

Non c’è questione razziale che non possa essere piallata da una caponata con polenta e pecorino (sì, ho guardato il menu del ristorante parigino dove alcuni milionari un po’ neri e un po’ bianchi hanno cenato). Conoscendo la pochezza dei catering Rai, però, la Michielin devono averla convinta in un altro modo.

Spero per lei le abbiano promesso l’intera collezione di Miu Miu, che ha sfilato a Parigi martedì e, se i problemi immaginari non m’avessero distratta, sarebbe stata al centro della mia attenzione: non rivorrei i 29 anni per nessuna ragione, tranne che per vestirmi con quelle meraviglie. E per tornare a un tempo in cui la dirompenza della meraviglia era più notiziabile di quella della scemenza.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter