Sono come tu mi vuoi Il vescovo influencer e quelli che chiedono a te, proprio a te, che non sai nulla

Nessuno può permettersi di andare contro un pubblico che si sente come Kathy Bates di Misery non deve morire: tutti convinti di essere il fan numero uno e che tutto sia dovuto

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George Orwell era ricco di famiglia. Altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente d’elaborare il lussuoso concetto che gli intellettuali avessero il dovere di dire alla gente ciò che la gente non vuole sentirsi dire.

Neppure George Orwell, tuttavia, sarebbe così ardito da proporre temi e modi che vadano contro al consenso popolare oggi, che il consenso popolare guida in maniera indifferenziata tutto: la letteratura e la biancheria d’acrilico, la Chiesa e le capsule per il caffè espresso, l’istruzione e i reality.

Domenica sera ho detto all’internet una cosa che l’internet non vuole sentirsi dire (una dei milioni di cose che), e c’è stato il solito tamponamento a catena. Poiché la mia piroetta dialettica riguardava il diritto di lavorare nei consultori di chi ha rispetto al sesso un approccio simile a quello della moglie del Gattopardo, l’internet ha dato in escandescenze in modi mirabolanti (il consenso popolare è che non si devono permettere di dirci cosa fare capitooooo; non: di impedirci di farlo, quello accade ogni giorno grazie a una legge – la 194 – che gode del consenso popolare, il quale quindi si rifà sulla libertà d’espressione).

Nello spettacolo d’arte varia che ne è seguito mi sono presa della ciellina, di quella contraria agli anticoncezionali, e di colei che farebbe qualunque cosa per un cuoricino social. Una mia amica col dono della sintesi ha concluso: un vescovo influencer. Pensavamo fosse un ossimoro. La realtà ci ha come sempre superate quasi subito (è un secolo in cui la realtà è molto competitiva nei confronti della satira sociale).

Ieri mattina, lunedì, abbiamo tutti letto questo tweet: «Cari amici e lettori, vorrei iniziare a utilizzare questa piattaforma in modo più vario e dinamico, per condividere, conoscere, ascoltare. Chiedo a voi, quindi: cosa vi piacerebbe leggere? Che tipo di contenuti apprezzate?».

È Chiara Ferragni, la migliore delle figliocce di Angelo Guglielmi, che vuole rassicurazioni sulla mescolanza di alto e basso e ci domanda su quale piattaforma vogliamo farci vendere da lei sottomarche di gallette e su quale vestiti d’haute couture?

È una qualche aspirante Oriana Fallaci che s’assicura che il pubblico la segua nel giornalismo scomodo che quest’epoca si può permettere, e affida al televoto la prossima inchiesta: gattini abbandonati che nessuno adotta? Mancanza di pos sui taxi? Miliardari che si ostinano a non volare EasyJet? Quale scandalo preferite, o popolo dei like?

È Alfonso Signorini che si affida ai favori del pubblico per sistemare l’ultimo scandalo del penultimo reality, che cosa volete in trasmissione, l’editoriale sulla salute mentale, la famiglia del depresso, lo psichiatra che ci consiglia le goccine?

Macché: è Gianfranco Ravasi, ottant’anni tra due settimane, teologo e cardinale – o, come direbbe la mia amica, vescovo influencer.

I follower di Ravasi, nel rispettabile numero di centoquindicimila (ma coi contenuti a richiesta non potranno che aumentare), chiedono lezioni di teologia e commenti all’attualità, qualcuno chiede la Verità (sì, con la maiuscola), i più chiedono quel che chiede il pubblico di oggi: d’imparare in duecentottanta battute di tweet (o in due minuti di TikTok) quel che una volta si studiava una vita per sapere. C’era una volta il Bignami, era per gli asini: adesso è la scelta dei secchioni.

«Sono come tu mi vuoi» era la flautata promessa di Mina in uno spot Barilla di cinquantacinque anni fa, quando gli unici tenuti a fare ciò che il pubblico voleva erano gli industriali: faccio i rigatoni come tu li vuoi. Mina, nello spot, cantava in una galleria di specchi, il che è – converrete – poderosa metafora del presente. Se già cinquantacinque anni fa nel comprare un rigatone volevamo specchiarci, possiamo aspettarci che in questa epoca in cui ci specchiamo nel telefono non pretendiamo di rimirarci nel consumo di articoli e tweet, di mutande d’acrilico e reality?

Ieri il povero Zerocalcare ha pubblicato un video prospettando l’inferno, ovvero il firmacopie. Trattasi di quell’attività in cui gli scrittori di successo dedicano i libri al pubblico più caloroso. Zerocalcare però sui libri deve fare il disegno, e quindi ha dovuto stabilire delle regole d’ingaggio.

Abbiate pazienza, i ritratti non li so fare, non chiedetemi di disegnare vostra nonna, non sono capace e perdiamo un sacco di tempo.

La clientela affollerà comunque l’incontro (che il video prevede protrarsi fino alle due di notte per smaltire tutti i richiedenti dedica disegnata, e la tragedia è che è una previsione realistica), e pretenderà comunque un ritratto della nonna, perché ormai siamo tutti la Kathy Bates di Misery non deve morire: convinti che io sono la tua fan numero uno e tu mi debba perciò tutto.

Anche la scelta degli argomenti. Anche il posizionamento di mercato. Anche l’identificabilità, l’immedesimabilità, l’abbassare il lessico alla mia portata, altrimenti alla prima ipotassi smetto di leggerti perché te la tiri e mi fai sentire inferiore. Anche – soprattutto – la simulazione d’interesse per mia nonna.

Sono il pubblico: che tu sia vescovo, influencer, romanziera, conduttrice, comando comunque io. Cosa mai può andar storto.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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