I padri delle altreMeloni, Rula Jebreal e l’arte letteraria di sputtanare i genitori

La giornalista su Twitter ha finto di non sapere che la leader di Fratelli d’Italia non aveva contatti col papà da quand’era piccola. Come tutti noi, non poteva capacitarsi che un politico non avesse sfruttato il più banale trucco retorico per stravincere le elezioni

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Verrà un giorno in cui una polemica tangenziale alla politica italiana risulterà sorprendente, e ognuno dei partecipanti non si muoverà con la prevedibilità dei personaggi d’uno sceneggiato di Rai1; ma quel giorno non è oggi.

Nel più imbarazzante dei monologhi di quel format ontologicamente imbarazzante che sono i monologhi dolenti delle femmine in tv, Rula Jebreal raccontava lo stupro e il suicidio di sua madre. Il monologo non era imbarazzante per impudicizia – anzi, quella era la parte buona – ma per costruzione, con pezzi a caso di canzoni melense a contrappuntare la dolenza autobiografica.

Ci sto mettendo più del previsto a leggere Avere tutto (Einaudi), il nuovo libro di Marco Missiroli, perché ogni dieci righe mi fermo a pensare a me (un evento invero eccezionale). Qualche settimana fa, durante una presentazione d’un libro in cui si parla un po’ della mia famiglia, I mariti delle altre, la presentatrice ha citato Fedeltà, la serie Netflix tratta dal precedente romanzo di Missiroli.

Ha detto che, quando il personaggio del docente di scrittura aveva detto agli allievi che non dovevano vergognarsi di niente, lei aveva pensato al modo in cui sputtanavo i miei genitori, e si era convinta fossi una grande scrittrice. (Meno male che dai romanzi degli altri fanno gli sceneggiati, almeno posso passare per grande scrittrice).

Ho raccontato ai convenuti di quando uno scrittore cane lesse le bozze, e mi disse qualcosa tipo «eh ma non puoi parlare così male dei tuoi genitori», e il cane era figlio d’un delinquente leggendario e io quasi piansi pensando a quanto materiale prezioso stava sprecando con quella sciocca determinazione a non sputtanare la sua famiglia.

Ci ripenso ogni dieci righe in cui Missiroli sputtana il padre (sì, lo so che appena ne fai romanzo – ma pure saggio ma pure articolo ma pure didascalia di Instagram – «io» diventa un altro, e figuriamoci se non lo diventa «papà»): ripenso all’importanza d’essere disposti a sputtanarsi, e a quella frase che non ricordo mai se sia di Roth o di chi, che quando in una famiglia nasce uno scrittore quella famiglia è rovinata. (Chissà Kingsley Amis che disperazione, quando capì che la rovina era Martin, mica lui).

Quindi, quando i giornali riprendono una storia spagnola sul (defunto) padre di Giorgia Meloni già condannato per narcotraffico, io penso a come si riconosca una scrittrice; penso alle parti di Io sono Giorgia su quel padre assente e anaffettivo con cui troncò i rapporti a undici anni; penso a quel «Quando è morto, qualche anno fa, la cosa mi ha lasciato indifferente» che il cane lettore delle mie bozze non avrebbe mai ammesso; penso: ma tu guarda, era una scrittrice e non ce n’eravamo accorti, abbiamo preferito credere che il bestseller le fosse capitato per caso. 

Poi, quando Rula Jebreal ritiene di fare un tweet (a cos’è ridotta la polemica politica: tweet) riprendendo la notizia e fingendo di non sapere che il padre della Meloni era tale solo biologicamente (e anche che in generale le fedine penali dei padri non ricadono sui figli, o almeno così spero altrimenti mi danno come minimo il 41 bis), quando Rula Jebreal fa questo gesto che agli altri appare superficiale e intellettualmente disonesto, io la capisco.

I giornali, magari, li posso trovare patetici (e in questi casi vorrei sempre vedere genitori e nonni dei giornalisti, che di certo sono ex partigiani che hanno insegnato loro i valori veri e l’onestà e la fatica del lavoro, ed è un vero mistero come i lombi di tutta ‘sta brava gente abbiano generato una nazione di evasori fiscali e parcheggiatori in doppia fila).

Non credo neanche sia propaganda politica: anni fa tirarono fuori non so quale secondo loro imbarazzante episodio della vita del padre di Lorella Cuccarini, costringendo pure lei a rimarcare che non si vedevano da decenni (circostanza all’epoca già ben nota non solo ai giornalisti ma anche al pubblico); non è tentativo di arginare la destra, è disperazione da titoli e incapacità di trovare storie interessanti che sia sensato pubblicare.

La scelta dei giornali possiamo dibatterla, ma Rula Jebreal fa esattamente ciò che faremmo io o Missiroli o Roth o uno qualunque degli Amis: non capacitarsi che la Meloni non abbia usato «ho pure il padre delinquente» come trucco retorico per prendere qualche voto in più o vendere ancora più copie della sua autobiografia. Aveva tutto quel materiale, e s’è limitata a raccontare un padre poco portato per fare il padre.

Il fatto che il signor Meloni sia morto c’impedisce anche di sperare in un incontro a C’è posta per te. Il padre l’avrebbe convocata e Giorgia si sarebbe rifiutata di aprire la busta, dando un segnale così netto che l’avrebbe colto chiunque; persino chi, pur sfruttando qualunque dramma familiare, non è mai riuscita a fare lo scatto da monologhista di Sanremo a grande scrittrice.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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