Trust the procésLa rottura del fronte indipendentista in Catalogna apre una fase inedita

Il presidente regionale Aragonès, accusato di non fare abbastanza per la causa autonomista, tenta un governo di minoranza. La crisi tra gli alleati di Esquerra Republicana e Junts potrebbe indebolire Barcellona nella trattativa con il governo centrale

Bandiera della Catalogna e manifestanti
AP/LaPresse

Dopo mesi di tensioni tra le principali forze al governo, la coalizione indipendentista in Catalogna si è spaccata con l’uscita del partito di centrodestra Junts, aprendo una fase inedita in cui il Govern, guidato dal presidente Pere Aragonès di Esquerra Republicana (Erc), potrebbe spostarsi su posizioni più moderate e cercare l’appoggio di partiti contrari all’indipendenza catalana.

Da fine estate, l’avvicinarsi del quinto anniversario del referendum per l’indipendenza catalana ha inasprito i toni del dibattito all’interno del Parlamento regionale, che fino a due settimane fa era composto da una maggioranza formata da Erc, Junts e Cup (estrema sinistra indipendentista). Insieme, questi tre schieramenti raggiungevano la maggioranza necessaria per governare, pur mantenendo significative differenze politiche: Junts si è sempre detto a favore di una secessione unilaterale dalla Spagna, mentre Erc non ha mai nascosto che il suo obiettivo sia concordare un nuovo referendum legale con lo Stato spagnolo.

In particolare, Aragonès vorrebbe seguire la strada aperta dal Parlamento canadese che nel 2000 aveva approvato la Loi sur la clarté référendaire, una legge che stabilisce le condizioni che governo del Canada dovrebbe seguire per avviare i negoziati per la secessione di province o territori attraverso una riforma costituzionale. Nel caso della Catalogna, il leader di Erc vorrebbe arrivare a un accordo che stabilisca quando e come organizzare un nuovo referendum, quale quesito porre e quale quorum raggiungere, anche se finora il governo centrale ha scartato ogni possibilità di arrivare a questo tipo di intesa.

A ogni modo, le consultazioni tra la delegazione spagnola e quella catalana iniziate nel 2020 hanno dato qualche soddisfazione al fronte indipendentista. A luglio il presidente Pedro Sánchez ha concesso la grazia ai nove leader del movimento che avevano organizzato il referendum nel 2017, che oggi sono fuori dal carcere e ricoprono cariche all’interno dei partiti.

Tra le forze della coalizione il punto di rottura è arrivato a fine settembre, quando durante un dibattito Junts ha minacciato di sottoporre il governo di Aragonès a un voto di fiducia accusandolo di non fare abbastanza per la causa indipendentista. In risposta, il presidente della regione ha licenziato il suo vice Jordi Puigneró (di Junts) per avergli nascosto i piani del partito, che nel frattempo ha organizzato un voto interno per decidere come reagire a questo gesto.

Il 55% dei militanti del partito – tra cui lo stesso fondatore Carles Puigdemont – hanno votato a favore di una rottura con la coalizione e di fatto Junts è uscito dal fronte indipendentista, lasciando Arangonès davanti a una scelta: convocare nuove elezioni o provare a guidare un governo di minoranza.

Il repubblicano ha scelto la strada più difficile e ha nominato sette nuovi consiglieri, quattro del suo partito e tre indipendenti con un passato nel Psc (partito socialista catalano), in Podemos e in Convergència (ex Junts). Con questa mossa, il leader di Erc ha annunciato di voler perseguire il suo obiettivo di un nuovo referendum e, allo stesso tempo, ha strizzato l’occhio alle forze che potrebbero aiutarlo a rimanere al governo.

Al momento, Aragonès vuole evitare di formare nuove alleanze stabili, ma cerca il sostegno delle forze politiche non indipendentiste per evitare la paralisi legislativa. La scelta del repubblicano è stata inizialmente accolta con favore dal Psc e da En Comú Podem (una coalizione che raccoglie al suo interno esponenti del partito nazionale Unidas Podemos), ma gli animi si sono raffreddati all’idea dell’Erc di governare con soli 33 parlamentari.

«È un governo nato morto e quindi non potrà contare sul nostro sostegno. L’unico modo per evitare le elezioni è arrivare a un blocco stabile. Chi deve farlo non lo sta facendo», ha commentato su Twitter la leader di En Comú Podem, Jéssica Albiach. Salvador Illa, a capo del Psc, ha invece teso la mano a Aragonès, garantendo il suo appoggio al Govern sull’approvazione delle prossime misure, tra cui la legge finanziaria regionale.

Il segretario generale di Junts, Jordi Turull, ha assicurato che l’uscita dalla coalizione è stata un modo per scuotere la situazione politica e che il procés indipendentista «non è finito neanche per scherzo», mentre all’interno del partito si discute se opporre una strenua resistenza al governo di Aragonès o valutare di sostenere ogni misura autonomamente.

Al contrario, l’ex presidente del partito Jordi Sànchez ha condannato la scelta di Junts di uscire dal Govern, dichiarando che «il procés si è definitivamente concluso» e ricordando che fin dal 2012 la politica catalana era stata per l’appunto caratterizzata da «una ricerca costante di un accordo tra i due grandi partiti indipendentisti».

Anche l’economista Xavier Vidal-Folc condivide l’opinione di Sànchez: «il procés è morto e sepolto, senza sconti. Per la precisione: è morto il piano illegale di secessione unilaterale, anticostituzionale e anti-statutario». Senza Junts nella coalizione, è molto più probabile che gli indipendentisti seguano la strada tracciata da Aragonès verso un accordo con il governo centrale.

Da Madrid non arrivano dichiarazioni, ma l’apertura al dialogo dei repubblicani dovrebbe rassicurare il presidente Sánchez, che oltre a smettere di temere un nuovo tentativo di referendum illegale potrebbe sfruttare la posizione di debolezza di Erc per approvare nuove leggi a livello nazionale.

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