C2C FestivalUna musica che ha a cuore il futuro dei corpi

C2C, che è l’evoluzione di Club To Club (e lo si può chiamare in entrambi i modi perché è entrambe le cose), è uno dei festival più avant-pop, e più “avanti”, del mondo. Questo gioiello torinese compie vent’anni. E festeggia con un’edizione - dal 3 al 6 novembre - che vuole essere monumentale

Ph. Stefano Mattea

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L’ultimo disco di Beyoncé, uscito a luglio 2022, si intitola Reinassance: rinascimento. Musicalmente ritmico e orientato al dancefloor, è un disco dedicato all’espressione di sé, alla musica come posto sicuro e senza giudizio dove liberarsi dall’ossessione della perfezione. In cui il corpo è libero nel suo agire sessuale, nel sentire, nel godere. Pitchfork, per descriverlo, usa parole particolarmente accurate per ciò che affronteremo fra poco: «Renaissance riguarda nel profondo i corpi che ondeggiano nell’oscurità, sotto le luci strobo, la sexual agency e le donne nere queer e trans che sono al contempo impegnate politicamente e le persone più in pericolo tra noi. Poiché durante l’isolamento pandemico era impedito il movimento fisico, gli effetti dissociativi dell’essere invisibili sono diventati sia dannosi sia liberatori». Il corpo non conforme, il suo valore politico, l’usarlo.

Tu chiamalo Zeitgeist, se vuoi. Un concept, quest’ultimo, che sembra quasi voler stringere la mano alla nuova identità di c2c – l’evoluzione di Club To Club, puoi chiamarlo in entrambe le maniere perché è entrambe le cose – il festival di Torino che compie venti edizioni quest’anno e che proprio Pitchfork ha definito «uno dei festival di musica elettronica più lungimiranti in circolazione».  Organizzato dall’associazione culturale Xplosiva, ebbe la sua prima (doppia) edizione nel 2002: la città in subbuglio animata da correnti underground che ne illuminavano gli scorci bui, il festival concepito come un percorso a rimbalzo da un club a un altro. Dal Jammin’ all’Hiroshima Mon Amour, dal BarBar al Barcode. In line up Youngsters, Ralph Lawson e Michael Mayer (a marzo); Jeff Mills, fc Kahuna e Ellen Allien (a dicembre). 

Oggi, in un mondo parecchio diverso, è un esempio di coerenza, fiuto artistico e ambizione culturale. Sintetizzo, semplifico, perché non è facile riassumere brevemente vent’anni di onorata carriera. Ha portato in Italia grandi artisti come Aphex Twin, Autechre e Thom Yorke, ma anche Flying Lotus, James Blake e Nicolas Jaar; ha anticipato diversi trend musicali; ha contribuito alla costruzione di una fervida scena locale, del tutto distante dai trend delle città vicine. È un festival che conosco bene perché l’ho dapprima frequentato, e successivamente ho avuto la fortuna di collaborarvi con continuità. So che nel modo di pensare e lavorare del fondatore e direttore artistico, Sergio Ricciardone, c’è il senso di una missione che nasce da una visione e si trasforma in ossessione. Mi piace osservare il rapporto che ha costruito con Guido Savini, l’altra parte della direzione artistica – coadiuvata da un team che include Davide Olivero e Giorgio Valletta, cofondatore del Festival – per cercare affinità e divergenze anche rispetto alla mia esperienza nel campo degli eventi. Cerco di capire i meccanismi così peculiari che formano il corpus della collaborazione con Studio Grand Hotel, lo studio torinese che si occupa dell’immagine e dell’immaginario del festival. 

Ph. Andrea Macchia

Parlo proprio con Sergio, al telefono. «C’è un prima e un dopo la pandemia, per quanto ci siamo ancora dentro seppur distratti da altri enormi problemi. Quello shock culturale è servito per fermarsi e capire come arrivare all’essenza delle cose, come essere più significativi nel modo di farle», mi spiega. «Il festival ha un ruolo politico e sociale. Mette al centro l’esperienza fisica, nel momento in cui accade. Lo fa con un manifesto musicale importante. Abbiamo artisti che hanno a cuore il futuro dei corpi. L’esperienza che cerchiamo di creare è legata alla libertà di espressione delle persone, degli artisti e delle community che frequentano». La testimonial più naturale di queste parole è Arca, pseudonimo di Alejandra Ghersi Rodríguez, artista transgender classe 1989. «Un’artista senza nazione, genere e razza, che ragiona al di fuori delle categorie del Novecento» (definizione di Ricciardone). È nota per aver lavorato con Björk, Kanye West e Rosalía, e ha remixato – tu guarda – Beyoncé.

Racconta Guido Savini, co-direttore artistico: «Nel 2015, in tempi non sospetti, organizzammo il debutto di Arca a Milano. Non potevamo pensare che sarebbe cresciuta così tanto. Oggi è una star iperdigitale». Il suo show alle ogr di giovedì 3 novembre 2022 è già sold out da mesi. Savini: «In programma quel giorno ci sono tre artiste trans. La cosa divertente è che ce ne siamo accorti solo a posteriori, una volta chiusa la line up. Otto anni fa questo sarebbe stato impossibile. Senza il lavoro di Arca non sarebbe stato così scontato». Il senso di ciò che fa c2c è spesso speculare a ciò che viene detto e fatto da altri, per questo è importante guardarsi attorno con occhi curiosi ma anche vigili. Per poter decidere chi vuoi essere. Sergio Ricciardone allarga lo sguardo: «Abbiamo un prezzo del biglietto molto più basso di altri festival, e proviamo a costruire un’esperienza con il giusto tempo per fare le cose, senza cento palchi. Una delle riflessioni fatte sulla produzione è che per il ventennale abbiamo deciso di esplodere alcuni riferimenti che abbiamo al teatro di ricerca, alla danza, a certa arte museale». 

Ph. NicoRaina (PolpettaMag)

L’idea è stimolare il confronto sulle dinamiche di musica e società, e non di fabbricare solo divertimento. «Parlando con il team», racconta Sergio, «dico che questa sarà l’edizione monumentale, che possa essere ricordata come quando approcci, appunto, un monumento». Il primo passo per costruire questo monumento è stato creare una “bestia”. La nuova identità di c2c passa per una figura senza razza e senza genere, colta nel momento del volo o più semplicemente a braccia aperte, predisposta all’incontro dell’altro. Se solo questo aggettivo non ne smorzasse la poesia, la diremmo fluida. A me ha personalmente ricordato come movimento l’Uomo Vitruviano di Leonardo, anche se non era nelle intenzioni di Paolo Berra e Christel Martinod, i titolari di Studio Grand Hotel che ne sono autori: «Non era proprio una nostra reference, non l’avevamo neanche pinnata su Pinterest». 

E che cos’è, dunque, questa “bestia”? Anzitutto, non un logo ma un simbolo, laddove il logo rappresenta e il simbolo invece evoca, trascende, esprime significati ideali. Visionario, astratto, etereo. Non è la campagna del festival, ma la sua nuova identità. Christel: «C’è stata una fitta conversazione con la direzione artistica. Nel brief, tra le cose importanti, ricordo la richiesta di avere qualcosa di senza tempo». Christel svela: «Sergio voleva un simbolo che avesse la stessa forza della falce e martello, capisci l’ansia da prestazione…». Se in effetti pensiamo a una grande esperienza collettiva, come in fondo un festival è, la falce e il martello hanno fatto il loro sporco lavoro. Ma, precisa Sergio, «c’è una grande reference: gli Einstürzende Neubauten. Quell’omino tribale, logo della formazione tedesca, racconta cose. E in fondo il nostro è un omaggio a Prince».

Il processo di creazione è stato più un lavoro di ricerca che di immaginazione e si è consumato in piena pandemia. Il concept parlava di appartenenza, riconoscersi, tornare in presenza. Paolo: «Non potevamo non considerare questo condizionamento contingente». Altro paletto: essere genderless, senza genere. Christel: «Abbiamo capito che con la X saremmo riusciti ad astrarre la figura. È arrivata anche un po’ per caso, siamo passati da tante prove, stilizzando persino uccelli in volo». Mentre penso ai ghiri volanti, mi chiedo se in fondo tutto questo astrarre il corpo, toglierne il genere, privarlo del fattore biologico sia la risposta giusta. Che forse basterebbe usarlo, conoscerlo? 

Ritorno per un attimo al mio luglio a Milano, la scena di una città che si difende dalla canicola violenta. In una infuocata domenica, confuso fra i turisti, mi rifugio nella geometrica aria condizionata di Fondazione Prada, laddove è esposta Useless Bodies? di Elmgreen e Dragset. Quel punto di domanda – corpi inutili? – pone interrogativi che rimangono sospesi come equilibristi disarcionati ma ancora appesi al filo. 

I due artisti nordeuropei indagano il superamento del corpo come principale agente dell’esistenza, in un mondo in cui per lavorare non serve andare in ufficio e per vedersi non serve incontrarsi di persona. «Nelle nostre società, dominate da metodi di produzione avanzati, i corpi non generano valore, non come nell’era industriale», scrivono. «Il corpo ha acquisito lo status di prodotto, con i dati personali raccolti e venduti». 

Ne parlo con Sergio che conferma d’aver maturato riflessioni in un brodo culturale simile: «Il simbolo serve a esprimere meglio questi ragionamenti. Noi siamo un festival di musica, e la musica mette al centro il corpo», ragiona. «Ho letto molte cose – posso citare Paul B. Preciado (scrittore e filosofo spagnolo, ndr) – su pandemia e crisi ambientale, sugli investimenti fatti sul metaverso», continua Sergio prima di prendersi una pausa. «Io credo che il corpo delle persone sia veramente a rischio», conclude.

La cosa buffa di questa conversazione è sull’utilizzo delle parole che stiamo facendo. I due anni pandemici ci hanno visti impegnati a dibattere ferocemente, da dietro uno schermo, circa la cancel culture che imbrattava le statue di Indro Montanelli e abbatteva quelle dei colonialisti inglesi. Monumenti. E la recente campagna elettorale ha riportato a galla il ricordo della Bestia di Matteo Salvini, quel torrido meccanismo social che produceva engagement, finito male in uno scandalo di bassa lega. 

Questa è un altro tipo di bestia. Non è una figura umana, ma un simpatico demogorgone, un organismo che cresce senza sapere che cosa possa diventare. È un corpo mutato, divenuto altro. Ed è il festival stesso a essere bestia, una fatica monumentale. Sergio: «Quando dico “monumentale”, intendo che mi piacerebbe che le persone che lavorano al festival, la community allargata, si sentisse come la nostra bestiola pronta a spiccare il volo. Anche grazie alla felicità, un sentimento necessario».

Il font che accompagna il simbolo, dunque il lettering, è anch’esso nuovo. E ha una storia profondamente torinese. Paolo di Studio Grand Hotel: «Abbiamo scelto un font disegnato a Torino, il Metodo di Davide Tomatis. Conosciamo i giovani designer che l’hanno confezionato, un’associazione culturale che lavora sulla conservazione e divulgazione del sapere tipografico. Sapere che fosse un prodotto lavorato in città ci ha affascinati». Ancora Christel: «Ci è piaciuto anche che non l’avesse ancora usato nessuno, c2c ha il primo utilizzo in esclusiva. Evoca l’austerità torinese».

Come in ogni famiglia viva e operativa, il rapporto con la propria città è un fronte sempre caldo. Sergio Ricciardone lo spiega con affetto, ma anche con determinazione: «Siamo un festival di Torino e non possiamo e vogliamo fare il festival in un’altra città. Noi rappresentiamo una community, in un momento strano. Spero che ci sia un ritorno a una progettazione più internazionale ed europea dopo anni di difficoltà». A tal proposito C2C ha già da qualche tempo introdotto nel billing la definizione “Torino, Europa” – saltando senza rancore l’Italia. Su questo si incupisce: «È strano e doloroso fare un festival in questo momento in cui c’è una guerra in Europa, vera. Ci riconosciamo nei valori dell’Europa unita».

Per tutte le parole che si sono spese, non è mai abbastanza: Torino città d’avanguardia, Torino rigorosa, Torino ambiziosa. Caratteristiche del dna che si tramandano geneticamente. c2c arriva alla sua ventesima edizione dopo essere cresciuto molto nei numeri e nel posizionamento, rimanendo però indipendente. Un tema che trovo assolutamente centrale nel mercato globale della musica live. «Essere indipendenti non è una scelta, ma una vocazione», spiega Sergio. «Quando cresci tanto devi fare i conti con il growing pain, capire cosa fare da grande, poi magari subentra un senso di stanchezza, la fatica ogni anno di rischiare l’osso del collo. Ma essere indipendenti è più figo che non esserlo», conclude. Annuisco concorde.

Fare un festival è un processo artistico e artigianale assieme, bisogna metterci le mani, a proposito di corpo. Altrimenti diventa produzione industriale, fabbrica del divertimento. «Vero, ma siamo cambiati molto in questi anni. Ora abbiamo tante persone che lavorano per noi e sanno cosa devono fare», racconta Sergio. «Io voglio giocare la partita ai più alti livelli che posso, senza però perdere la nostra essenza. Devi essere attrezzato per la Champions League, anche se non ci vai. Abbiamo persone formate, molto brave, per abbattere i confini e alzare l’asticella». 

Se le cifre tonde sono un momento per fare i conti e rilanciare, nel ventennale c2c riparte da una dedica a due grandi artisti scomparsi nel 2021 e che hanno cambiato per sempre la storia del festival: il maestro Franco Battiato, che con il suo Joe Patti’s Experimental Group, nel 2014, diede una sorta di benedizione alle future evoluzioni del progetto. E Sophie, produttrice, dj e musicista britannica, che assieme ad Arca ha plasmato l’universo iper – quel mondo senza nazione, genere e razza di cui sopra – e che fu l’ultima artista a esibirsi al festival. Avrebbe dovuto suonare anche nell’edizione 2022, se solo non fosse mancata ad Atene nel gennaio 2021.

Guido Savini ricorda quell’ultimo show con particolare trasporto. «Per l’ultima giornata di festival nel 2019 alla Reggia di Venaria decidemmo di non annunciare alcun artista. L’idea fu di decidere last minute, in base a chi fosse rimasto in città. Un’idea di cui mi pentii tantissimo a posteriori: dopo aver dormito un’ora in tre giorni, fare una line up in quello stato fisico e mentale… non una brillante idea», racconta ridendo. Prosegue: «Sophie non era nella mia idea iniziale. Semplicemente venne all’evento per bersi una ultima cosa assieme a noi. Nell’istante in cui mosse i primi passi dentro la Reggia, si meravigliò di quanto fosse bello il posto. E mi disse: mi piacerebbe suonare. Io pensai che intendesse l’anno successivo, invece lei voleva suonare proprio quella sera». 

Ph. Daniele Baldi

L’evento era già iniziato. Venne mandato un povero driver in hotel, a prendere il materiale necessario: «I cavetti fondamentali per lo show erano sparsi in tutta la stanza, ricordo la videochiamata tra Sophie e il driver, a cui spiegava che cosa le serviva. Il materiale arrivò dopo due ore. Andai di corsa a prenderlo, fuori dalla reggia. Montammo il set up in bagno. Quandò attaccò fu incredibile: pezzi disco da YouTube e lei che suonava sulle sue macchine. Con il senno di poi fui molto felice di aver fatto questo sbattimento epocale». 

Esiste una definizione che C2C usa per descrivere questo mondo musicale sempre in tensione fra futuri possibili e irrealizzabili, fra elettronica e digitale, fra passato e futuro. Fra scienza ed esoterismo, fra realtà e magia. È l’avant-pop, una crasi fra avanguardia e pop. Dentro questa cornice possono ben starci Jamie xx e Caterina Barbieri, così come Arca e i compianti Sophie e Franco Battiato. Ci starebbe bene anche Beyoncé, in fondo. 

È il non-genere della bestia. È l’attitudine, l’approccio, la community di riferimento che permette di ritrovarsi attorno al focolaio della musica. Di sé, c2c ama dire di essere «uno dei festival di musica avant-pop più apprezzati». Ma tutta questa spinta in avanti è in realtà una linea inarrestabile e che ci lega a un passato che ci precede e supera. È un volo. «Diciamoci la verità», confessa Sergio ridacchiando fra sé, «avant pop non è nient’altro che avanti popolo».

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