Cultura dell’aggregazioneSergio Ricciardone, C2C Festival e l’avanguardia che rivoluziona il mainstream

Linkiesta Etc ha chiesto al co-fondatore e direttore artistico del Club To Club di ripercorrere l’irresistibile evoluzione di un appuntamento musicale di culto. Tra una chiacchierata con Thom Yorke durante un concerto segreto e la voglia di unire, travalicare e raccontare i nuovi suoni (anche grazie all’arte contemporanea). Il 3 novembre si avvicina

Una foto del C2C Festival del 2018 (ph. Daniele Baldi)

Altro che “festival di musica elettronica”. Il C2C Festival di Torino, meglio conosciuto come Club To Club, è abituato a fare un passo in più, a liberarsi dalle catene delle definizioni e delle categorizzazioni. È uno di quegli eventi in grado di travalicare e di inglobare – senza forzature – espressioni artistiche apparentemente diverse tra loro, con l’obiettivo di rimettere al centro della scena il corpo, la multiculturalità, l’aggregazione, la danza. A maggior ragione dopo due anni di pandemia. Lo conferma, non a caso, anche il nuovo simbolo (molto più di un semplice logo) di un festival che in passato ha avuto in line-up Franco Battiato e Thom Yorke, giusto per citare un paio di nomi. 

A Torino, tra il Lingotto e le Officine grandi riparazioni (Ogr), dal 3 al 6 novembre ci sarà sì la musica elettronica per i cultori del clubbing, ma non solo. Il menu prevede R&B, pop, rap, rock, jazz. Ma non fermatevi alle definizioni: si balla fino a tarda notte (il Lingotto chiuderà alle 4:30, un po’ prima rispetto agli altri anni) con la mente libera, vibrante e stimolata. Il ventennale del Club To Club è dedicato ai nuovi suoni, al nuovo pop e anche all’arte contemporanea, intesa come performance multidisciplinare e multisensoriale. Basti pensare all’inedita veste che caratterizzerà il Lingotto: nella sala rossa spiccherà un’installazione di Anonima Luci, studio specializzato in Lighting Design e Light Art, in collaborazione con la Galleria BDC di Parma. In più, il boulevard che collega i due padiglioni sarà costellato da laser alimentati grazie a pannelli solari. Scommettiamo che, ora, non lo chiamerete più “festival di musica elettronica”. 

Una foto del C2C Festival del 2018 (ph. Andrea Macchia)

C2C Festival 20 Years Of è già sold out, un risultato che non è mai scontato. A Torino arriveranno 35mila persone provenienti da 40 Nazioni: numeri che testimoniano il successo di una campagna ticketing iniziata a gennaio, quando i partecipanti non erano ancora stati annunciati. La line-up definitiva, che potete consultare qui, vanta ora 35 artisti di 14 nazionalità differenti (da Jamie xx ai Nu Genea, passando per Caribou, Arca, Lyra Pramuk e molti altri). Dietro l’associazione culturale che ha concepito il festival ci sono un nome e un cognome: Sergio Ricciardone. Assieme a Roberto Spallacci e Giorgio Valletta ha fondato il Club to Club, di cui è ora direttore artistico. Innamorato della sua Torino, era lì quando – nel 2002 – il festival prese forma grazie al lavoro dell’Associazione Culturale Situazione Xplosiva. Con Linkiesta Etc ha parlato dell’irresistibile evoluzione dell’evento (e degli “assalti” agli artisti, come il viaggio in Texas nel 2018 per convincere Aphex Twin). 

Iniziamo facendo un passo indietro: raccontaci un flash della prima edizione del festival, qualcosa di particolare e di simbolico.
«Mi ricordo l’entusiasmo che c’era tra le persone sulle navette che collegavano i club della città. La formula consisteva nell’avere un unico biglietto per tutti i club collegati tra di loro. Tra l’altro abbiamo anche anticipato la mobilità in sicurezza, perché all’epoca i bus notturni non esistevano. lo ricordo come un momento di epifania perché la gente era veramente felice di stare su quelle navette, con la musica, che collegavano club distanti anche mezz’ora l’uno dall’altro. Era l’eccitazione e la trasformazione della città, un enorme dancefloor». 

Quali obiettivi vi eravate posti nel momento della fondazione del Club To Club?
«Io, Roberto Spallacci e Giorgio Valletta non avevamo nessuna idea del futuro del festival. Ci siamo ritrovati in un’onda molto positiva della città alla fine degli Anni ‘90. Ai tempi facevamo una serata che funzionava molto bene e che era diversa da quasi tutte le serate in Italia: l’esperienza più vicina a noi era il Link di Bologna. Abbiamo visto che si poteva passare da una club night fatta tutti i venerdì in una location molto bella a un festival vero e proprio. Da lì in poi è stato un viaggio inaspettato. Torino stava cambiando, si stava trasformando, era pre-Olimpiadi: abbiamo avuto una grande spinta a crescere in maniera naturale. Finito quell’entusiasmo, siamo stati bravi a consolidarci. Eravamo contenti di essere parte di una narrazione positiva: Torino era la città più figa d’Italia». 

Come mai, nel tempo, avete abbandonato la dimensione e la cultura del clubbing?
«È stata una delle nostre intuizioni. Non perché i club non ci piacessero più, ma perché abbiamo pensato di portare la musica in spazi diversi, aulici, monumentali, istituzionali, culturali. Banalmente, noi tutti gli anni organizzavamo altri eventi: ad esempio un rave pensato per i sordomuti a Torino Esposizioni. Siamo usciti dai club in maniera naturale. E i club, ahimè, sono diventati dei posti meno interessanti: sono spazi importanti grazie al loro linguaggio, a prescindere da chi suona. Questa cosa è andata un po’ esaurendosi».

I cinque artisti che parevano inavvicinabili ma che siete riusciti a ingaggiare.
«Inizio con Battiato, nel 2014. Da anni avevo in mente di chiedergli di venire a suonare la sua musica sperimentale e le sue canzoni, anche quelle meno famose. Avevo fatto una serie di corteggiamenti, ma non era successo. Nel 2014, però, è uscito un suo album sperimentale, e io e Nico Vascellari siamo andati a chiedergli di suonare al Club To Club. Inaspettatamente, il maestro ci ha risposto di sì. È stata l’unica data del suo tour in cui ha fatto un festival e non un concerto. Il secondo artista è Thom Yorke. Mentre ero a Londra mi arriva una telefonata del suo rappresentante italiano, che dice: “Abbiamo ricevuto una richiesta di Thom di suonare al vostro festival”. Le nostre trattative con gli artisti sono poco convenzionali: sapevamo che avrebbe fatto un concerto segreto in un festival in Inghilterra, lo abbiamo incontrato lì e lui ci ha confessato che già da tempo aveva il desiderio di suonare al Club To Club. Nel 2015 ha fatto una delle poche date del suo progetto solista da noi».

Franco Battiato al Club To Club nel 2014 (ph. Andrea Macchia)

E gli altri?
«Tornando indietro, nel 2012, abbiamo fatto cambiare un tour a Flying Lotus. Lui doveva fare sette-otto date in Europa, ma Torino non c’era. Fondamentalmente abbiamo convinto un artista a modificare tutto il suo tour per suonare da noi. Ti posso citare anche Nicolas Jaar, uno degli artisti ad aver cambiato la storia del festival. È anche un amico che è anche venuto a vivere a Torino: senza di lui non ci sarebbe stata questa crescita del festival. Chiudo con Aphex Twin nel 2018: siamo andati a beccarlo in Texas. Fece solo tre date in tutto il mondo, e una di quelle era a Torino».  

Com’è stato collaborare con i Nu Genea in vista della curatela che presenterete il 5 novembre? 
«Loro sono quegli artisti pop italiani che funzionano anche all’estero. Noi ci prendiamo dei rischi e scommettiamo anche su nomi italiani che non sono quelli internazionali, come Caterina Barbieri. Tra noi e i Nu Genea c’è stima reciproca, e la nascita del rapporto è stata naturale (soprattutto nell’anno del loro disco). Hanno fatto un tour molto bello ed estensivo, ma noi volevamo qualcosa di diverso e loro erano disposti a esplorare i suoni del Mediterraneo. E anche noi, da anni, stavamo lavorando a un progetto analogo, su quell’immaginario lì. Sarà un set speciale, non un live classico». 

La definizione di avant-pop non è semplice: come interpretate questo movimento artistico?
«Ti cito una cosa che ho letto sulla recensione di un disco: “Costruire mondi e riportare idee d’avanguardia nel mainstream”. Noi siamo interessati a mondi immaginari diversi e all’avanguardia, che poi cambiano il mainstream. Questa è la definizione perfetta». 

Perché un “non appassionato” di musica elettronica dovrebbe interessarsi al vostro festival?
«Io credo che ci sia un misunderstanding sul significato di musica elettronica. Ci sono diversi artisti elettronici che non facciamo perché non sono più in linea con quello che proponiamo: magari sono diventati meno interessanti, non sono diventati quello che noi speravamo diventassero. Dall’altra parte, c’è tantissima musica diversa: pop, rap, jazz, r&b. Noi ci occupiamo di “immaginari altri”. Club To Club, o C2C Festival, è un bel modo per raccontare dove sta andando la musica. Chissà, magari un giorno al festival avremo Nick Cave, e così si capirà che non facciamo solo musica elettronica. Al festival ha suonato ad esempio Jhonny Greenwood, con Junun, che faceva musica indiana». 

X