Egemonia populista Sul Copasir e altro, Conte gioca col Pd come il gatto col topo (in attesa di mangiarselo)

I dirigenti democratici continuano a corteggiare il leader del M5S, che vuole mettere l’amico Boccia alla guida del Comitato parlamentare per la sicurezza, invece dei più preparati Guerini o Borghi. Probabilmente per evitare guai su Trump e Putin

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Giuseppe Conte ormai condiziona moltissimo un Partito democratico ancora stordito per la botta del 25 settembre. L’ingegner Carlo De Benedetti, che lo disprezza, ha detto a Piazzapulita che «quello che dice non conta niente» ma non è così: a parte gli innamorati di sempre come Goffredo Bettini, pronto a rilanciare l’intesa con lui alla presentazione della sua ultima fatica che si terrà a Roma venerdì prossimo, c’è tutto un pezzo di Pd che ormai è convinto che l’avvocato sia per davvero il punto di riferimento della sinistra, una ruota ben gonfiata di un immaginario tandem Pd-M5s pronto a rinverdire l’aniamericanismo e l’anticapitalismo (Bettini dixit) e senza capire che così facendo il Nazareno finirà per subire dai post-grillini uno scacco matto di valenza storica. 

Un esempio? La questione della presidenza del Copasir. Nelle prossime ore dovrebbe venir fuori il nome per questa carica che per legge spetta all’opposizione: ebbene, Conte spinge perché quella poltrona vada al dem Francesco Boccia, da lui considerato più vicino, più malleabile di altri possibili candidati, essendo stato ed essendo tuttora uno tra i più favorevoli all’alleanza con il corregionale Conte: non si sa mai, meglio avere un amico in una postazione così delicata dove in passato di discutere di Conte è capitato almeno due volte: sulla famigerata missione “Dalla Russia con amore”, quando militari russi vennero in Italia con la scusa della lotta al Covid; e sui rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump, quando alla fine del 2019 l’allora presidente del Consiglio “Giuseppi” ricevette molte critiche per aver autorizzato due incontri ritenuti del tutto irrituali tra i capi dei servizi segreti italiani e William Barr, il procuratore generale statunitense inviato da Trump a cercare le prove di un fantasioso complotto ai suoi danni.

In realtà, la storia del duplice rapporto tra l’avvocato del popolo con Putin da una parte e Trump dall’altra non sono mai stati chiariti fino in fondo: acqua passata, si dirà, ma non si sa mai, meglio che alla guida del Copasir vi sia un amico. Peraltro il nome di Boccia non sarebbe certo sgradito al segretario (dimissionario) Letta che negli ultimi delicati mesi della sua leadership sembra avere tutto l’interesse a piazzare i suoi nel miglior modo possibile (Anna Ascani è diventata vicepresidente della Camera, il suo braccio destro Marco Meloni è questore al Senato): peccato però che Boccia non abbia la minima dimestichezza con i temi della sicurezza e dei servizi, cosa che probabilmente non sfugge nemmeno ai partiti di governo che certo non potranno non rispettare le decisioni dell’opposizione (in questo caso, del Pd) ma che certo preferirebbero una persona più esperta. 

E infatti tutti sanno che i nomi più qualificati quella carica sono altri due, Lorenzo Guerini ed Enrico Borghi. L’ex ministro della Difesa è stato per anni al Copasir essendone anche per un periodo il presidente mentre Borghi è stato membro del Comitato nell’ultima legislatura: come curriculum non c’è paragone con Boccia. 

Ma non c’è solo il Copasir, l’opa di Conte sul Pd è evidente anche su altri due terreni di primaria importanza, la questione della guerra di Putin e le prossime elezioni regionali. Sabato alla manifestazione pacifista di Roma dove in piazza c’era di tutto e di più – dal pacifismo integrale agli odiatori della Nato – è risaltato politicamente e mediaticamente il protagonismo dell’avvocato foggiano che ne è uscito come un vero leader di movimento mentre Letta è riuscito nell’impresa di aderire a una iniziativa di cui ha enfatizzato un punto che nella piattaforma non c’era (l’invio delle armi) scontentando tutti, con l’inevitabile risultato di rendere palese la contraddittorietà della linea del Pd e rimediando una personale brutta figura. 

Quanto alle regionali – qui parliamo del Lazio perché in Lombardia Conte non pesa niente – il capo del Movimento 5 stelle non pensa affatto ad allearsi col Pd preferendo correre da solo, una tattica che il 25 settembre gli ha portato bene, e sognando di superare il candidato del Pd. 

Non è un obiettivo impossibile perché il partito di Zingaretti e i notabili del Lazio non vogliono l’attuale assessore alla sanità Alessio D’Amato (proposto da Carlo Calenda e che piace alla sinistra) ma non trovano una convergenza su un altro nome, così che al momento qualunque candidato del Pd pare predestinato a perdere, addirittura con il rischio di essere sopravanzato da quello del M5s. 

Obiettivamente Giuseppe Conte sta giocando col Pd come il gatto col topo, in attesa di mangiarselo. Solo al Nazareno non l’hanno capito, continuano a corteggiarlo mentre quello prepara la pugnalata finale.