Il patriarcato editorialeOrmai mi sono arresa al fatto che le ventenni preferiscono Erin Doom a Camille Paglia

La romanziera misteriosa che scrive come gli istruiti credono scrivano i colti venderà sempre più copie di una delle femministe più interessanti di fine Novecento. Ma sarebbe bello che ci fosse lei, l’autrice di Sexual Personae, dietro lo pseudonimo della fabbricante di lacrime

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Ieri pomeriggio, mentre ospite d’un programma radiofonico fornivo goffe analisi del fenomeno Erin Doom, mi sono ritrovata a pensare a Camille Paglia. Se non sapete chi siano Erin Doom e Camille Paglia, dovrò spiegarvi che la frase precedente suona più o meno come: ieri, mentre si parlava di Cristina D’Avena, io pensavo a Leonardo Da Vinci.

Erin Doom è una forse ragazza forse trentenne forse emiliana che ha scritto un romanzo ambientato in Alabama in cui un’orfana romantica s’innamora d’un orfano tenebroso. Nessuno sa come si chiami davvero Erin Doom, e a me piacerebbe venisse prima o poi fuori che si tratta di qualche scrittrice le cui opere firmate sono sofisticatissime e invendute; e che ha deciso di, sotto pseudonimo, dimostrare di saper creare il prodotto perfetto per gente per cui la lettura è un’attività di modernariato.

Una scrittrice che ti chiama la direttrice dell’orfanotrofio signora Fridge certa che la più parte del lettorato non capirà il riferimento alle madri-frigorifero di Bettelheim. Una che si fa beffe di noi.

Fabbricante di lacrime è stabilmente tra i libri più venduti d’Italia da quando è uscito, nel maggio 2021, e ora ne faranno un film quindi mi pare difficile che le vendite vadano a scemare. È scritto come gli istruiti credono scrivano i colti: lei vuole imbottigliare le sensazioni per «guardarle rilucere come madreperla nella penombra della notte», un complimento le fa «tremare impercettibilmente le dita», quando guarda lui che suona il piano osserva che le mani «scivolavano fluide e sinuose lungo la dentatura di tasti»; lui, quando guarda fuori dal finestrino, è descritto con le parole «le iridi fissavano in maniera blanda il paesaggio», e d’altra parte «nascondeva nelle pieghe della sua anima il buio da cui lo avevano strappato».

Erin Doom non parla a chi si chieda come si fissi qualcosa in maniera blanda: parla a chi lo troverà un aggettivo poetico e forse ricopierà quella frase sullo zainetto (i liceali d’oggi scrivono ancora le frasi sullo zainetto, o si vede che sono vegliarda?).

Camille Paglia è la più interessante femminista di fine Novecento, e il suo primo libro (tardivo: lo pubblicò in America quando aveva 47 anni), Sexual personae, uscì in Italia quando avevo vent’anni.

Questa settimana, dopo decenni in cui è stato fuori catalogo, lo ripubblicano le edizioni Luiss, e ieri, mentre discettavamo dei ventenni di oggi che i libri li scoprono su TikTok o su Instagram, e certo non leggono le pagine culturali (che d’altra parte di Erin Doom non si occupano), io continuavo a chiedermi: ma io perché a vent’anni comprai l’edizione Einaudi del libro di una saggista americana di cui non sapevo nulla, con un titolo in anglolatino, e un sottotitolo non particolarmente pop (Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson)?

Era perché leggevo le pagine culturali, certo, e quello era un saggio clamoroso e veniva giustamente segnalato e recensito. Ma sapevo che Paglia esisteva, lo ricordo come avessi il ritaglio davanti, perché leggevo le riviste di moda. L’anno prima il pugile Mike Tyson era stato accusato (e poi fu condannato) d’aver stuprato una miss qualcosa che a notte fonda era andata in camicia da notte nella sua stanza d’albergo. Adesso, in epoca post-MeToo, ci farebbe meno impressione, ma all’epoca che uno potesse essere ritenuto in circostanze simili uno stupratore ci sembrava un’americanata.

Ricordo come l’avessi davanti – è stata appesa sulle pareti delle mie case di ventenne abbastanza a lungo da imprimermisi non blandamente sull’iride – la pagina di Elle, edizione italiana, che, in caratteri bianchi su fondo rosso, evidenziava una frase di Paglia. «Se andate nell’appartamento di un uomo, significa che avete intenzione di fare sesso. In caso contrario, portatevi un coltello». Oggi nessuna rivista di quelle fatte per essere vendute alle femmine, quelle che devono venderti mascara e vestiti e credono di doverti vendere anche autostima, pubblicherebbe una frase del genere, forse neanche per stigmatizzarla: metti che poi le lettrici si offendano e avviino sull’internet una petizione per boicottare lo shampoo pubblicizzato nella pagina a fianco.

Quando ho saputo che torna a uscire Sexual Personae, ho pensato che ero stata una ragazza proprio fortunata, ad aver avuto vent’anni quando come passatempo c’era disponibile la complessità, mica l’autostima con sponsor. Poi ho pensato: per fortuna oggi mille pagine di saggio non le leggono (al massimo ne leggono settecento di Erin Doom), perché le cose che diceva Paglia (tutte vere, tutte intelligenti) oggi sono irricevibili.

Traduco pezzetti dall’edizione americana. «La scienza occidentale e l’industria hanno liberato la donna dai pericoli e dalle incombenze domestiche. I lavori di casa li fanno gli elettrodomestici. La pillola neutralizza la fertilità. Partorire non è più fatale. E la linea apollinea di razionalità occidentale ha prodotto la donna aggressiva e moderna che pensa come un uomo e scrive libri fastidiosi» (oddio, sta dicendo che il patriarcato ci ha liberato più del femminismo? Oddio, sta dicendo che abbiamo meno ragioni delle nostre nonne di lamentarci del lavoro-di-cura?).

«In termini estetici, i genitali femminili hanno colori lividi, contorni incerti, e architettura incoerente» (oddio, ci sta facendo vagina shaming?).

«La più ingenua formulazione del femminismo moderno è la sua affermazione che lo stupro sia un reato che ha a che vedere con la violenza e non col sesso, che si tratti solo di potere travestito da sesso. Ma il sesso *è* potere, e tutto il potere è intrinsecamente aggressivo. Lo stupro è il potere dell’uomo che cerca di sopraffare quello della donna. Non è più scusabile dell’omicidio o di qualsivoglia altra aggressione degli altrui diritti civili. La società è ciò che protegge la donna dallo stupro, non, come assurdamente sostengono alcune femministe, ciò che lo causa» (oddio, ci sta dicendo che il patriarcato e il suo codice penale sono nostri alleati?).

Al trecentesimo oddio-ma-intende-che, mi sono arresa al fatto che le ventenni di oggi non si precipiteranno a comprare Camille Paglia, e continueranno invece a far vendere centinaia di migliaia di copie a Erin Doom. Che, persino quando usa aggettivi a caso, capisci sempre cosa intenda, non lascia margini d’interpretazione maggiori dei Delly che erano a casa di mia nonna, e sai sempre con che cancelletto postarne una pagina.

È giusto così: da che il genere umano ha cominciato a procurarsi consumi culturali, i grandi successi sono sempre stati caratterizzati dall’«Ho pianto tanto» di fronte alla storia d’amore tormentata, mica dall’«Ho faticato tanto» davanti a un’analisi delle dinamiche umane che metta la lettrice in difficoltà. Però non sarebbe un sogno, se si scoprisse che Erin Doom è uno pseudonimo di Camille Paglia?

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