Tela biancaIl nuovo libro Padre Spadaro è una riflessione esistenziale che parte dall’arte del Novecento

Nel saggio "Oltrecolore", il teologo gesuita indaga le opere di Hopper, Rothko, Warhol e Basquiat guardando il colore di un’opera non come imitazione della natura, ma come intuizione di un mondo che deve venire

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S’intitola Oltrecolore. Hopper Rothko Warhol Basquiat il nuovo volume che, uscito venerdì per i tipi milanesi Vita e Pensiero (pp. 144, 15 euro), il gesuita Antonio Spadaro dedica a uno dei principali e più potenti tramiti attraverso cui il mondo si comunica a noi e da noi è percepito. Il colore, per l’appunto, che «contribuisce a fare della realtà un “ambiente”» (p. 101) e che, nelle sue differenti tonalità, ha una stretta, intima relazione con ogni esistenza umana. È infatti impossibile «pensare una vita senza colori, una vita, come si suol dire, “in bianco e nero”», perché, in ultima analisi, «anche il bianco e il nero sono colori. Dunque, una vita senza colori per noi sarebbe vuota: l’esistenza è sempre radicalmente colorata» (ibid.).

Ma non solo. C’è una portata metafisica, «persino teologica» (p. 12), del colore in generale e di ogni singolo colore in particolare. Esso, ricorda il direttore de La Civiltà Cattolica, «giunge dall’esterno, da un oltre che offre il senso alle cose di qua, alla vita, agli oggetti» (p. 13).

È quanto rende magistralmente il neologismo oltrecolore che, esemplato sulle parole composte formate dalla preposizione oltre e da nomi geografici o comuni per indicare il superamento di un luogo o di un limite ideale (come, ad esempio, oltretevere, oltremanica, oltemisura), rimanda a una realtà altra, non esauribile nella sola dimensionalità spazio-temporale. Ne è ben consapevole padre Spadaro, che parla di provenienza «da un oltre geografico che può ben diventare simbolico» (p. 13) e lo fa ricordando come Robert Calver, uno dei suoi autori prediletti, avesse intitolato una delle raccolte poetiche Ultramarine.

Non a caso il teologo gesuita dichiara di trovare «estremamente suggestivo il blu oltremare di Yves Klein» al punto tale d’averlo «desiderato come copertina del presente volume: guida alla sua comprensione» (ibid.). È come noto quella specifica tonalità che, denominata International Klein Blue (IKB), fu l’unica in cui Derek Jarman, quasi cieco per complicanze da Hiv/Aids, ebbe la possibilità di vedere negli ultimi mesi di vita. Tanto da caratterizzarne il suo testamento filmico, Blue, consistente in un unico fotogramma di quel colore.

Non meraviglia pertanto che padre Spadaro ponga un esplicito paragone con l’ispirazione artistica, anch’essa originata non «da un’intimità chiusa in sé stessa» ma dall’«esterno […]. Il colore raggiunge l’artista che lo scopre. Insomma: il colore di un’opera non è imitazione della natura, ma intuizione di un mondo che deve venire. Questa è, in fondo, a ben pensarci, l’idea dalla quale nasce questo libro». E per esplicitarla, l’autore assume come modelli di riferimento quattro grandi pittori, protagonisti dell’arte statunitense del ‘900, di cui si fa compagno di viaggio nel loro percorso di ricerca attraverso il colore: Edward Hopper, Mark Rothko, Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat.

In maniera breve ma esaustiva e con stile accattivante si riconosce in tutti loro «una disponibilità all’intuizione dell’Oltre che si manifesta e “arriva” in colore» (p. 14). Secondo Spadaro, l’Oltre è, infatti, «consustanziale al colore di Hopper, Rothko, Warhol e Basquiat. Il colore è “ultramarino”, viene dall’aldilà di un mondo noto e chiuso in sé stesso. Per questo le loro opere sono “icone” di questo Oltre rispetto all’opera stessa» (pp. 17-18). Icone «dell’attesa» quelle di Edward Hopper, «della luce» quelle di Mark Rothko, «dell’altrove» quelle di Andy Warhol, del «lato oscuro» quelle di Jean-Michel Basquiat.

Della loro opera Oltrecolore è dunque un’affascinante e originale rilettura. Ma in questo saggio il direttore de La Civiltà Cattolica propone «anche un modo per comprendere e vivere meglio l’esperienza del colore» (p. 18). Motivo per cui «il volume si chiude con una rassegna di alcuni colori». Al di là di qualche paretimologia ivi registrata, peraltro di veneranda tradizione come, ad esempio, viridis (verde) da vir (uomo), tale chiusa ha il pregio di presentarsi come un tentativo di «descrizione sentimentale», che parte dalla constatazione di un’esistenza «sempre radicalmente colorata. Il colore è un potente canale di relazione, di comunicazione, creando attrazione e repulsione, abbinamenti e atmosfere. In poche parole: l’esperienza trascendentale dell’Oltre propria del colore non è che la prosecuzione di una esperienza ordinaria: il colore è finestra, canale attraverso il quale il mondo viene a me senza fare naufragio» (p. 18).

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