Canto d’amoreLa provocatoria celebrazione della gay sexuality firmata da Derek Jarman

In “Testamento di un santo. A vostro rischio e pericolo” (Shake edizioni), l’autore britannico ripercorre le sue esperienze personali vissute tra gli anni ’50 gli anni ’90, sullo sfondo di un’omofobia sistemica che raggiunge il suo picco negli anni ’80 thatcheriani, nel momento in cui ha scoperto di essere positivo all’Hiv

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Accostarsi all’opera d’un grande autore non è mai cosa agevole. Lo è ancor meno se ci si trova di fronte a un ingegno poliedrico e forte, tra i più eletti del XIX secolo, che è eccelso in più campi, dalla cinematografia alla scenografia teatrale, dalla letteratura alla pittura, dalla fotografia al giardinaggio. Tale è stato Derek Jarman, che ha attraversato da protagonista generi e decenni della seconda metà del ‘900, ispirando alla propria omosessualità tanta della sua produzione e sostanziando di sé un attivismo per i gay rights, difficilmente eguagliabile.

Ma in un anno convulso come il 2022 ci saremmo forse dimenticati che 80 ne sono trascorsi dalla nascita del regista di Sebastiane e Jubilee, morto nel 1994 per complicanze da Aids, se dal 22 luglio non fosse in commercio la riedizione italiana di “At Your Own Risk: A Saint’s Testament” col titolo invertito di “Testamento di un santo. A vostro rischio e pericolo” (ShaKe Edizioni, pp. 176, € 18).

Rispetto alla prima, che vide la luce nel ‘94 per i tipi Ubulibri a soli due anni dall’originale inglese, questa seconda impressione della traduzione, curata all’epoca da Manlio Benigni e Giulio Lipieri, ha il pregio d’essere stata rivista in più punti da Paolo Rumi, che ne ha anche redatto la dotta e affascinante postfazione.

Appartenente al novero degli scritti autobiografici e/o diaristici insieme con “Dancing Ledge” (1984), “Modern Nature: Journals 1989-1990” (1992), “Smiling in Slow Motion: Journals 1991-1994” (editi postumi nel 2000), “At Your Own Risk” li supera tutti per ricchezza contenutistica, potenza evocativa, stile conquidente. Insieme con Blue, che è il testamento filmico di Jarman, esso ne è quello letterario.

Pur nell’ironica formulazione a opera di Keith Collins, partner di Jarman e da lui soprannominato H.B., il titolo in quest’edizione – il sottotitolo nell’originale inglese – ne afferma subito un tale carattere e rimanda a un paradossale aneddoto, raccontato con brio dallo stesso regista/artista (pp. 145-147): il suo rito di canonizzazione, organizzato dalle Sisters of Perpetual Indulgence (Sorelle della Perpetua Indulgenza), e compiuto il 22 settembre 1991 nel celebre giardino di Prospect Cottage a Dugeness con tanto d’imposizione d’«aureola di pellicola cinematografica» e invocazione a «San Derek Jarman di Dugeness dell’Ordine dei Cavalieri della Celluloide» (p. 145).

Testamento d’un santo è in realtà una provocatoria celebrazione della gay sexuality, declinata secondo le esperienze personali dell’autore dagli anni ’50 agli anni ’90 e raccontata sullo sfondo d’un’omofobia sistemica, che attraversa i cinque decenni e raggiunge, a suo parere, la fase peggiore negli anni ’80.

Jarman che, accettata la sua omosessualità all’età di 16 anni, era uno dei pochissimi personaggi pubblici gay dichiarati, aveva scoperto il 22 dicembre 1986 di essere Hiv positivo. Fu tra i primi nel Regno Unito a parlare apertamente della sua condizione e a darne l’annuncio in tv prima di ritirarsi a Dugeness: là continuò, anzi intensificò, le battaglie culturali contro la vigente legislazione omofoba e, in particolare, contro la nuova Section 28 che, promulgata da Margareth Thatcher il 24 maggio 1988 nel pieno della pandemia da Hiv/Aids, vietava alle autorità locali di «promuovere l’omosessualità» e l’insegnamento della relativa accettabilità «in qualsiasi scuola finanziata dallo Stato».

Da qui il lucido convincimento: «Non augurerei a nessuno gli Ottanta, sono stati gli anni in cui tutto il marcio saliva spumeggiando alla superficie. Se non rientravi tra gli oggetti di questo caos, potevi anche non accorgertene. […] L’Aids ingenera confusione. Di fronte alla prospettiva di scrivere, esitavo: troppe erano le storie che volevo registrare. Nessuna malattia, dai tempi della sifilide, era stata così marchiata dal pregiudizio e dalle stimmate del sesso; un’esagerazione dovuta al convincimento (erroneo) che fosse trasmissibile soltanto tra omosessuali maschi» (p. 109).

E ancora: «Una delle ironie dell’Aids era che ora del sesso se ne parlava – ma non in modo onesto. Noi eravamo ancora discriminati dai media. […] Uno dei molti equivoci sorti a proposito dell’Aids era dovuto al fatto che l’opinione pubblica associava la malattia alla visibilità del sesso e alla liberazione sessuale. Era questa visibilità che ci consentiva di affrontare l’epidemia».

Non senza l’amaro rilievo: «La censura filtra le notizie sull’Hiv. Quando scoprimmo che c’era qualcosa che non andava, fu nella lontana America. La malattia era nota come GRID – Gay Related Immune Deficiency [Deficienza immunitaria associata ai gay] – un nome che segna l’inizio di una campagna di disinformazione, alimentata dai media, che portò a identificare l’Hiv con gli omosessuali maschi».

Parole, queste, di grande attualità, dal momento che la sierofobia è tutt’altro che eradicata, laddove, mutatis mutandis (enormi sono infatti le differenze tra i due contagi e i relativi contesti storici iniziali), si registrano preoccupanti reazioni al Monkeypox o vaiolo delle scimmie, «già diventato – lo rilevava ieri Paolo Berizzi – il gayolo delle scimmie. Uno dei tanti odiosi termini con cui la cialtroneria in Rete si esprime. Nonostante gli appelli delle autorità sanitarie internazionali, dentro e fuori i social, era purtroppo prevedibile, l’omofobia divampa».

A essere del tutto assente in Testamento di un santo, al pari delle altre opere coeve, sono il vittimismo e il patetismo contro ipocrisie, insulti e moralismi. Lo sottolinea con accattivante verve nelle pagine postfatorie Paolo Rumi, che, già collaboratore di Elio Modugno, ha vissuto appieno, a partire dalla fine degli anni ’70, il nuovo corso del movimento di liberazione omosessuale (poi divenuto LGBT+) tanto internazionale quanto italiano, di cui fotograferà a lungo luci e ombre come conduttore dello storico programma tematico di Radio Popolare, L’Altro Martedì.

Estimatore e profondo conoscitore del diversificato corpus jarmaniano, scrive infatti: «A partire dalla fisicità è sorprendente come Derek affronta l’Aids: la malattia diventa un discorso su fragilità, forza e fallimento dell’uomo. Avrebbe rifatto tutto uguale, usando solo qualche preservativo in più (se glielo avessero permesso i suoi partner). L’autodistruzione fa capolino ma il desiderio fisico resta vita e affermazione di sé contro l’eterosocietà che uccide o la religione che predica amore dopo essersi dimenticata di come si fa» (p. 170).

Jarman continua a ricordarcelo dalle pagine mirabili di Testamento di un santo, che pur s’apre con un bruciante sfogo: «I primi venticinque anni della mia vita – così nella prima preintroduzione – li ho vissuti come fossi un criminale. I successivi venticinque li ho spesi come un cittadino di serie B, privato di ogni diritto umano. Senza il diritto di adottare dei bambini – e addirittura se avessi dei figli potrei essere dichiarato un genitore inadatto; illegale nell’esercito; nessun diritto di accesso a una persona cara; nessun diritto all’affetto in pubblico; nessun diritto a una istruzione imparziale; nessun diritto per la mia relazione sentimentale e nessun diritto di sposarmi. Queste restrizioni mi hanno sottilmente privato della mia libertà. Sembrava impossibile che potesse essere diversamente, e così l’abbiamo accettato tutti». (p. 12).

Ma l’amarezza cede totalmente il passo alla bellezza e all’amore, di cui il londinese dalle infinite anime è aedo in un corpo ormai piagato, consunto, disfatto dalla malattia.

E lo fa ancora una volta con schietta semplicità, confessando senza alcuna querula autocommiserazione: «Questa sera sono stanco. Ho la vista offuscata, il mio dorso si curva per il peso della giornata ma – amici omosessuali – permettetemi di congedarmi da voi cantando. Ho dovuto scrivere di un periodo triste come testimone e non certo per spegnere i vostri sorrisi. Vi prego, leggete gli affanni del mondo che ho fissato su queste pagine; poi, riponete questo libro e amate. Possiate, voi che vivrete in un futuro migliore, amare senza soffrire e ricordare che anche noi amammo. Mentre calavano le tenebre, comparivano le stelle. Sono innamorato».

Viene da ripensare ad Agostino, per il quale «cantare è proprio di chi ama» (Sermo 336, 1: «Cantare amantis est»). Per il quale bisogna «cantare come i viandanti; […] canta e cammina» (Sermo 256, 3: «Quomodo solent cantare viatores; […] canta et ambula»). Ma quello indicato da Derek Jarman è il cammino d’un amore esperito innanzitutto col corpo e nel corpo, è il cammino d’un amore che coinvolge, esalta, ravviva i sensi tutti. Testamento di un santo assurge così a sublime e laico viatico nel peregrinare dell’esistenza, in cui s’avanza facendo della propria vita un canto d’amore e seguendo in ciò l’esempio di chi ci ha preceduto. Possiate ricordare che anche noi amammo!

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