Amici e catorciMatthew Perry e la dannazione di diventare famosi prima che tutti fossero famosi

L’autobiografia di Chandler-di-Friends parla di alcol e pastiglie e amanti, ma soprattutto di fama, che negli anni Novanta non era inflazionata come oggi

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È il 1994 quando il ventiquattrenne Matthew Perry – che ancora non è Chandler di Friends perché Friends ancora non esiste – s’inginocchia sul pavimento del suo appartamentino di Los Angeles e dice a dio che può fargli tutto ciò che vuole, «basta che tu mi renda famoso».

Di “Friends, amanti, e la cosa terribile” (in Italia uscirà per La nave di Teseo) i giornali americani hanno scritto diffusamente. Delle amanti (quelle famose, da Julia Roberts a Gwyneth Paltrow, con la quale si trovò a pomiciare nella sua ultima estate da sconosciuto); di Friends (principalmente della Aniston, che amante non divenne perché accolse con «scoraggiante mancanza d’interesse» la cotta di Perry); e soprattutto della cosa terribile: le pastiglie, l’alcol, tutto quel che ha reso Perry un catorcio che, una volta letto il libro, è impossibile guardare come prima.

A me però pare che il tema dell’autobiografia di Chandler-di-Friends sia un altro. La fama. Trascrivo dalla pagina in cui s’è inginocchiato, una scena avvenuta tre settimane prima che lo scritturassero per Friends. Dice Perry che dio in effetti l’ha accontentato, ma che si è ricordato anche della prima parte della preghiera, e gli ha fatto veramente di tutto. (Sì, lo sa di essere stato lui a fare di tutto a sé stesso, ma è uno scrittore, e per il giro di frase si farebbe ammazzare).

«Dopo tutti questi anni, sono sicuro d’essere diventato famoso per non sprecare la mia intera vita a cercare di diventare famoso. Devi diventare famoso, per sapere che diventare famoso non è la risposta. Nessuno che non sia famoso ci crederà mai».

Lo so che non vi fa impressione: è perché è il 2022, e la fama è valuta corrente. Anche: è perché è il 2022, e la fama è inflazionata. Siamo tutti un po’ famosi, nessuno (quasi nessuno) lo è nella misura in cui lo era Chandler-di-Friends. Anche se persino i numeri ormai sono soggettivi, inquadriamola così: nelle annate deboli, negli Stati Uniti, Friends faceva venti milioni di spettatori, nelle annate forti trenta, il finale della serie lo videro in cinquantadue milioni (cinquantadue milioni seduti davanti al televisore in diretta, non calcolando quelli che l’hanno recuperato dopo in vhs).

Le piattaforme saggiamente si guardano bene dal diffondere i ridicoli numeri dei cosiddetti successi di oggi, quindi prendiamo un altro solido prodotto da rete generalista: alla tv americana, sono dieci anni che Grey’s Anatomy non supera i dieci milioni di spettatori; negli anni forti ne fa nove, in quelli deboli quattro.

Chandler-di-Friends era quello che alla tele veniva visto da cinquanta milioni di persone: la sua determinazione a essere famoso era ben riposta, e priva degli strumenti di oggi. Chandler-di-Friends lo conoscevano tutti: i turisti, e quindi se voleva andare in una clinica di disintossicazione in Svizzera doveva noleggiare un aereo privato; ma anche gli infermieri europei, per cui – quando gli si ferma il cuore durante uno dei molti interventi cui gli tocca sottoporsi essendosi letteralmente sfasciato di droghe – un colosso che «proprio non voleva che quello di Friends morisse sul suo tavolo operatorio» gli salta sul petto e gli fa cinque minuti di massaggio cardiaco, rompendogli energicamente otto costole. «Se non fossi stato in Friends, si sarebbe fermato dopo tre minuti? Friends mi aveva ancora una volta salvato la vita?».

Qualche tempo fa Chiara Ferragni ha chiesto su Instagram quanto avremmo pagato per avere dei contenuti in più da vedere sulla sua pagina, una sorta di abbonamento premium. Gli autopercepiti brillanti, quelli che passano le giornate a chiosare una realtà che non capiscono, si sono precipitati a riempire i social di «ma ti vediamo già fin troppo», non essendo loro chiaro come funzioni l’economia del sé. Ferragni, che lo capisce benino, sa che le sue borsette con l’occhio non ce le compriamo, ma per vedere più video di sua figlia che si rifiuta di dire «papà» altroché se siamo disposti a pagare.

(«Che cosa dirò quando completi sconosciuti mi ameranno, mi odieranno, e tutto quel che c’è nel mezzo», si chiede Perry rivisitando la sua ultima estate da non celebrità planetaria, prima che quel dio esaudisca quella sua preghiera, e non serve essere critici letterari per sapere che guaio siano le preghiere esaudite. La versione per Kindle dei libri ti fa vedere quali sono le frasi più sottolineate dai lettori. Tre giorni dopo l’uscita, una delle frasi più sottolineate nell’edizione americana del libro di Matthew Perry è: «Bisogna che proprio tutti i tuoi sogni si realizzino, perché tu ti renda conto che erano i sogni sbagliati». Ne avrei sottolineata una poco prima, che dice che la fama non riempie i buchi: li riempie la vodka – ma i lettori vogliono introspezione dolente, mica che la si butti in caciara).

Se proprio non riusciamo a essere famosi, vogliamo almeno che un famoso ci si fili, e su questa nevrosi si fonda una sottoeconomia di piattaforme sulle quali il famoso mette in offerta non i filmini dei figli ma i propri, personalizzati per noi della plebe. C’è una cifra con cui mio cognato può farsi dire «Guia, buon compleanno, sei proprio fortunata che tuo cognato ti voglia così bene» da attori, cantanti, sportivi, e tutto il cucuzzaro di celebrità a noleggio del ventunesimo secolo, sui vari Cameo, Vipresent, Hype Me.

A noleggio perché devono arrotondare: non sono più i tempi in cui il tuo telefilm lo guardavano in cinquanta milioni in una sera, e tu venivi pagato di conseguenza, e quando finivi di fare un po’ di anni in prima serata potevi anche non lavorare mai più. A un certo punto Julia Roberts manda un aereo privato a prendere Perry, che scrive «pensavo di essere ricco io: questa è ricchezza», e a quel punto sono passati cinque anni da Pretty Woman. Oggi, un’attrice con cinque solidi anni di carriera cinematografica prende la prima classe solo se paga lo sponsor.

Quindi, quando Elon Musk arriva e propone un tariffario col quale io posso mandare messaggi alla celebrità che non mi segue (che tu mi segua è stata fin qui precondizione perché io potessi scriverti in privato su Twitter) ma che decide di trarre profitto dalla mia urgenza di chiedere «Bobo Vieri, sono tanto tua fan, mi saluti?», non si capisce di cosa si scandalizzino tutti. Avete mai visto una diretta Instagram di un famoso? Li avete mai guardati i commenti? Tre quarti sono «mi saluti?»: certo che siamo disposti a pagare perché un famoso dica il nostro nome, certo che al famoso va bene arrotondare così.

L’unica cosa che ci piace quanto l’illusione che un famoso sappia il nostro nome è l’illusione che il famoso abbia i nostri stessi problemi. È la ragione per cui quello di Matthew Perry è il libro dell’anno: perché porta all’estremo la foto con un brufoletto che l’attrice strafiga instagramma dicendo che vuole farsi vedere imperfetta.

Nessuno è disposto a sputtanarsi quanto Perry. Sul sito di People c’è un’intervista video, e io non riesco a guardarla perché gli fisso i denti. Lo so che sono finti, ho letto quella parte del libro in cui gli saltano via prima gli incisivi e poi tutti gli altri, tra un disfacimento fisico e l’altro. E la valletta in me è devastata dalla lettura.

Come ogni valletta, voglio un uomo che mi faccia ridere, e quindi qualche anno fa Matthew Perry, forse l’americano coi migliori tempi comici tra quelli della mia generazione, era un mio sex symbol. E ora so che si è talmente sfasciato che a un certo punto gli hanno dovuto fare prima una coleostomia poi un’ileostomia (non ve lo dico cosa sono, se volete sentirvi male andate su Google), e ora so che i sacchetti che ti attaccano con questi interventi si sfasciano sempre.

«Ero in terapia da quando avevo diciott’anni, e se posso dire la verità a quel punto non avevo più bisogno di terapia: quello di cui avevo bisogno erano due incisivi, e un sacchetto della colostomia che non si rompesse. Quando dico che mi svegliavo ricoperto di merda, intendo: tra le cinquanta e le sessanta volte».

Fuori, i tabloid titolavano su Chandler in rehab, perché la fama te la dà e la fama te la toglie. Il padre di Matthew Perry gli ha raccontato che una sera da sbronzo si era reso ridicolo, e la moglie gli aveva detto ma ti pare, e lui era andato a fare una passeggiata e aveva deciso di smettere di bere. Il figlio quasi lo trova insultante. «Una passeggiata? Ho speso più di sette milioni di dollari cercando di disintossicarmi. Sono stato a seimila incontri della Alcolisti Anonimi. Sono stato in quindici cliniche di disintossicazione. Mi hanno internato in un reparto psichiatrico, vado in terapia due volte a settimana da trent’anni, sono stato per morire, e tu vai a fare una passeggiata?».

Il padre di Matthew Perry non è famoso, e non è ricco; una passeggiata è un lusso per anonimi che non si sono arricchiti vendendo in cambio l’anima al pubblico: «Mio padre non ha sette milioni di dollari da spendere in niente. La vita ti dà, la vita ti toglie».

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