Cambiare o morire L’idea di crescita infinita con cui siamo stati educati è finita da almeno trent’anni

Le decisioni giuste per il clima e l’ambiente possono salvarci la vita, ma spesso (come individui e come sistema) le ignoriamo perché siamo schiavi di un’inerzia corrosiva. Nel suo ultimo libro, “Primavera ambientale”, Ferdinando Cotugno spiega perché non abbiamo più tempo da perdere

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Il collasso ecologico è una storia esemplare di fallacia dei costi irrecuperabili. Siamo circondati da persone e istituzioni che continuano a puntare su quello che ci sta distruggendo: è l’epoca della Grande Dissociazione. Sono dei mostri? Qualcuno, forse. Ma più spesso sono bloccati dalla forza di questa inerzia. Stiamo parlando dei soldi pubblici che si continuano a pompare in infrastrutture tossiche — secondo il Fondo monetario internazionale al 2021 sono 11 milioni di dollari ogni singolo minuto —, ma anche delle nostre aspettative individuali per un futuro di crescita infinita, perché è così che siamo stati educati, anche se ogni dato e segnale ci dice che non è più così da decenni.

Da una generazione viviamo nella stagnazione secolare teorizzata negli anni trenta del XX secolo — riprese deboli che muoiono appena nate e depressioni che si alimentano a vicenda — ma il nostro sistema mentale non lo ha ancora registrato. I costi irrecuperabili con i quali dobbiamo fare i conti sono le stazioni di rifornimento, gli impianti abbandonati per il turismo invernale sulle Alpi senza più neve e le nostre case piene dei fossili di consumi passati presenti e futuri; sono il possesso dell’automobile come rituale di crescita e l’economia della sazietà e dell’obesità emotiva. Un cumulo di desideri e oleodotti, la somma di quello che credevamo di essere su questa Terra e di quello che pensavamo la vita avesse il dovere di continuare a offrirci. La moltiplicazione infinita del capitale è un’idea che è stata tramandata attraverso le generazioni.

È almeno dal 2008, dal giorno che gli impiegati della banca d’affari Lehman Brothers uscirono in strada con gli scatoloni, che quell’idea si è spezzata e da trent’anni sappiamo che questa visione distrugge tutto quello che abbiamo di primario: acqua, suolo e clima. Eppure siamo nella posizione in cui la coscienza del disastro accumulato ci impedisce di rimediare al disastro che abbiamo davanti. Come il giocatore d’azzardo a notte fonda nel casinò, abbiamo perso troppo per smettere di perdere.

Ferdinando Cotugno, Primavera ambientale, il Margine, 152 pagine, 13 euro