Donna, vita, libertàLo sciopero della fame dei Radicali al fianco del popolo iraniano

In vista della marcia del 10 dicembre di solidarietà alle donne e agli uomini persiani, Irene Testa spiega a Linkiesta perché dal 18 novembre mette a dura prova il suo fisico per chiedere alle istituzioni italiane una posizione netta contro il regime degli ayatollah

Credits: LaPresse

«La mia non è una protesta. È una proposta per scardinare questo muro di silenzio. Gli organi di informazione si uniscano a noi». Dalla mezzanotte del 18 novembre, la tesoriera del Partito Radicale Irene Testa è in sciopero della fame al fianco della popolazione iraniana, con l’obiettivo di spingere le istituzioni a prendere una posizione netta rispetto al massacro dei manifestanti perpetrato dal regime teocratico.

Iniziata dopo l’omicidio della ventiduenne Mahsa Amini da parte della polizia, la “Rivoluzione non islamica”, protagonista dell’ultima edizione di Linkiesta Magazine, ha come manifesto uno slogan che risuona fra le generazioni, supera le distanze geografiche dentro e fuori dall’Iran e arriva al mondo intero: «Donna, vita, libertà». Ragazze, ragazzi, giovani, vecchi, tutti scendono nelle strade e nelle piazze per chiedere, in maniera non violenta, la fine del regno degli ayatollah nato nel 1979 e di cui tutti, in queste settimane, sono rimasti vittime: quindicimila persone arrestate, quattrocento morti, fra cui più di cinquanta bambini.

Il partito Radicale ha lanciato un appello rivolto a tutti «gli uomini e le donne di buona volontà», incluso il mondo dell’informazione, per una marcia in data 10 dicembre, la Giornata mondiale per i diritti umani. Anche per questo la tesoriera Irene Testa, intervistata da Linkiesta, ha deciso di scioperare assieme ad altri esponenti dei Radicali e numerosi studenti iraniani, al fine di far sentire la propria voce.

Testa, come mai ha iniziato questo sciopero della fame?
Questa iniziativa non violenta è rivolta al Governo, al Parlamento, alle istituzioni italiane affinché prendano una posizione netta su quanto sta accadendo in Iran e adottino atti concreti, perché finora non si è sentita una voce univoca di Governo e Parlamento. Il mio sciopero della fame è anche rivolto all’informazione, che sulla questione Iran non racconta abbastanza. Il Partito Radicale sta promuovendo una marcia per il 10 dicembre, la Giornata mondiale per i diritti umani, dove sarà possibile marciare per l’Iran ma anche per tutti i diritti umani violati in altre parti del mondo. Giustamente si sta dando ampia informazione sulla questione Ucraina, e riteniamo che ciò debba avvenire anche per l’Iran. Noi chiediamo all’informazione italiana, ai Tg, alla Rai che fa servizio pubblico, farlo per i cittadini italiani che comunque vorrebbero solidarizzare con il popolo iraniano, ma non vengono messi nella condizione di farlo perché se ne parla troppo poco.

Come mai, secondo lei?
Probabilmente gli interessi economici e commerciali tra Italia e Iran impediscono o hanno impedito finora al Governo, alle istituzioni e ai rappresentanti della Repubblica italiana di prendere delle posizioni ferme nette e di condanna. Lo hanno fatto Germania, Francia e Danimarca, e ieri anche la Presidente del Parlamento europeo. L’Italia, invece, è ancora silente. Non ci si può girare dall’altra parte, va presa una posizione, perché quello che sta accadendo è assurdo e inaccettabile. Non possiamo essere complici del regime degli Ayatollah, dobbiamo essere a fianco al popolo iraniano, che chiede una Repubblica democratica laica parlamentare. Questi ragazzi, nati sotto il regime della teocrazia, stanno lottando senza armi in maniera non violenta per abbatterlo, e sono disposti davvero a tutto per conquistare la libertà. È una vergogna, una cosa inaccettabile, che un Paese come il nostro, che si definisce democratico, non intervenga.

Alla sua iniziativa hanno aderito altre persone?
Conduco questo sciopero assieme più di cinquanta persone, compagni del Partito Radicale ma anche a molti studenti iraniani, che verranno insieme a me a manifestare davanti alla Rai (oggi, ndr) proprio per chiedere di fare informazione su questo su questo tema. Questa non vuole essere un’iniziativa contro le istituzioni, contro il Governo, una protesta. È una proposta, un’iniziativa di dialogo proprio che punta a scardinare questo muro di gomma e di silenzio. Mi auguro che le istituzioni facciano sentire la loro voce.

Dal punto di vista mediatico, secondo lei, qual è il problema?
In Italia sistema politico e mediatico vanno di pari passo, se non ne parla la politica non ne parlano i media. Non bisogna essere esperti di politica internazionale o di esteri per capire cosa sta succedendo, perciò probabilmente qui c’è anche un problema di azienda. L’azienda Rai evidentemente non dà disposizioni in tal senso, mentre adesso gli iraniani che stanno in galera rischiano di essere condannati all’impiccagione. E parliamo di quindicimila persone che stanno in carcere, e non sappiamo quali torture possano subire. Non possiamo certo accettare che quindicimila persone vengano condannate all’impiccagione. Ci sono anche ragazzine e ragazzi molto giovani, perché questa è la loro rivoluzione, delle nuove generazioni. Mentre le autorità massacrano il popolo, sparano nelle università, sparano nelle strade, ammazzano bambini, sono brutali in ogni cosa che fanno, e le mamme sono costrette a nascondere i corpi dei loro bambini, loro danno vita a una rivoluzione non violenta. È una rivoluzione gandhiana.

E trasversale.
Naturalmente il motore sono state le donne, anche quelle che portano il velo da sessant’anni, ma è chiaro che le nuove generazioni non vogliono più subire quello che sta succedendo, loro vogliono essere liberi, vogliono vivere come si vive in America, non sotto un regime barbaro e crudele. E non riguarda più solo i giovani o soltanto le donne sono, ora coinvolge anche gli uomini e le persone anziane. C’è una fantasia pazzesca dietro queste manifestazioni: le ragazze si prendono per mano, ballano in strada, fanno tutto quello che non hanno mai potuto fare finora, e sono disposte a morire pur di avere la libertà. Io credo che l’Italia abbia un’occasione importante, è una ragione storica è anche per abbracciare questo popolo. Se questi Paesi diventano democratici, e non più dei regimi dittatoriali, credo che tutto il mondo, compresa l’Italia, ne tragga vantaggio.

Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
Ci sono segnali positivi. Certo, il regime diventa sempre più violento e incattivito. Non a caso per impaurire il popolo hanno già dato vita alle esecuzioni pubbliche. Le notizie che ci arrivano lo fanno grazie ai ragazzi che usano i social e riescono a farle circolare, in questo “novembre nero” in cui più volte era stato bloccato qualunque tipo di comunicazione. Notizie di una rivoluzione che non intende fermarsi, che ci fanno sperare che questa volta sia la volta giusta. Noi non dobbiamo stare a guardare che questo popolo si faccia massacrare e sterminare, dobbiamo cercare di fare qualcosa per aiutarlo.

Come?
Si possono mettere in campo sanzioni, interrompere i rapporti economici commerciali, anche quelli che riguardano il nucleare, e si possono sanzionare e allontanare i funzionari delle ambasciate. L’Italia è amica dell’Iran, ma non può appoggiare il regime iraniano in questo momento. Non intervenire significa appoggiarlo.

Cosa possiamo fare in qualità di cittadini?
Partecipare alla marcia per i diritti umani il 10 dicembre. Io chiedo agli organi di informazione che si facciano promotori insieme a noi di questa marcia per i diritti umani. Ed è possibile aderire agli appelli, o allo sciopero della fame, sul sito del Partito Radicale.

Stiamo davvero assistendo allo svolgimento della Storia sotto ai nostri occhi?
Quello che mi raccontano i ragazzi iraniani e gli studenti iraniani è che questa rivoluzione è diversa. Le nuove generazioni non accettano più niente. Prima una certa parte della popolazione aveva paura e non appoggiava queste manifestazioni, adesso la mobilitazione comprende proprio tutti. Forse, anche grazie ai social, c’è una ribellione che è più forte del regime.